Ho la testa letteralmente in fumo. Sono settimane che creo, aggiorno, ricreo, che mi sveglio con liste infinite di cose da fare e mi addormento pensando a tutte quelle che non ho fatto, che passo da un progetto all’altro come una pallina impazzita in un flipper. A un certo punto dovrei chiedermi se tutto questo abbia un senso o se sia semplicemente panico travestito da operosità. Ma quel momento non è oggi. Oggi si lavora, domani pure, dopodomani vediamo.
Dopo l’uscita di Tornano tutte tranne quella giusta mi è preso un momento di sconforto. I libri non vendono, i numeri restano lì fermi come statue, e ti viene quella sensazione fastidiosa che forse hai scritto qualcosa che volevi leggere solo tu. Che forse il mondo ha già troppi libri e il tuo è semplicemente uno di troppo, quello che nessuno ha ordinato, quello che resta sullo scaffale virtuale a prendere polvere digitale.
Poi vabbè, mi sono guardata allo specchio e mi sono detta: “Alli, sveglia. Tu non vivi grazie ai libri, tu vivi grazie al codice. I libri sono la passione, il codice paga le bollette, i cavalli e quella Nikon ZF che ami più di certe persone.” È la verità pratica, quella che ti permette di andare avanti invece di piangerti addosso. E io non mi piango addosso. Non ho tempo.
E quindi cosa ho fatto con questa illuminazione zen? Mi sono fermata, ho respirato, ho elaborato un piano ragionevole e sostenibile?
Ahahahah. No.
Ho iniziato millecinquecento progetti. Perché evidentemente la mia reazione allo sconforto è l’iperattività compulsiva, e va bene così, almeno produco qualcosa invece di stare sul divano a fissare il soffitto. Un sito grosso, ambiziosissimo, di cui saprete presto, qualcosa che mi sta portando via nottate intere ma che nella mia testa ha perfettamente senso anche se probabilmente è troppo grande per una persona sola. Un’app Windows, perché evidentemente non avevo abbastanza cose da fare e mi serviva anche quella, come se le giornate avessero trentasei ore invece di ventiquattro. Alcuni giochi per Steam, perché a quanto pare il mio cervello ha deciso che era il momento perfetto per buttarsi nel game development, una roba che richiede anni di lavoro ma che io penso di poter fare nei ritagli di tempo tra un progetto e l’altro. Template HTML, perché qualcuno li comprerà, perché è roba che so fare bene, perché ogni competenza va monetizzata finché si può. Plugin WordPress, perché ormai ci ho preso la mano e tanto vale continuare.
Insomma, il caos totale in tre settimane. Un po’ come la mia testa, no? Quel tipo di disordine frenetico dove ogni cosa sembra urgente, ogni progetto sembra quello giusto, ogni idea sembra quella che finalmente funzionerà. E intanto accumuli lavoro su lavoro senza mai finire niente davvero, senza mai goderti il completamento di qualcosa prima di passare alla cosa successiva. Ma vabbè, chi ha bisogno di completare le cose quando puoi iniziarne di nuove?
E come se non bastasse, come se tutti questi progetti digitali non fossero già abbastanza per una persona con le solite ventiquattro ore al giorno, ho fatto foto per una campagna elettorale. La fotografia doveva entrare nel mix, doveva aggiungersi al caos generale, perché evidentemente non ero abbastanza impegnata. E poi video sperimentali con la mia Nikon ZF, quella fotocamera che amo e che mi permette di esplorare un linguaggio visivo diverso dalla scrittura e dalla programmazione. Video che probabilmente nessuno vedrà mai, che faccio per me, per sperimentare, per capire cosa posso fare con quel mezzo. Almeno mi diverto, questo sì.
Troppa roba? Sì. Lo so anche io. Non sono così scema da non rendermene conto, non sono così dissociata da non vedere che quello che sto facendo non è sostenibile, che questa velocità non può durare, che prima o poi il corpo o la mente diranno basta. Ma quel momento non è ancora arrivato, quindi avanti tutta.
A volte vorrei potermi dire: “Alli, smettila cavolo!” Vorrei avere quella vocina interiore che ti frena, che ti dice “ok, per oggi basta, ora riposi“, che ti costringe a staccare anche quando la testa continua a girare. Ma quella vocina, se mai l’ho avuta, l’ho messa a tacere anni fa. Adesso c’è solo la voce che dice “fai di più, fai meglio, fai più veloce“, e quella non sta mai zitta.
Io funziono così: o vado a mille o niente. Non esiste la via di mezzo, non esiste quella cosa che le persone normali chiamano “equilibrio”. Mai sentita nominare, probabilmente è una leggenda metropolitana. O sono completamente ferma, bloccata, incapace di fare qualsiasi cosa, oppure sono così, a mille all’ora, con la testa che fuma e il corpo che cerca disperatamente di stare dietro a una mente che non sa rallentare.
Come lo sport. Due volte taïso a settimana, due volte judo, e arrivo a fine settimana stremata e piena di lividi. Lividi ovunque: braccia, gambe, a volte pure in faccia quando qualcuno sbaglia una presa o io sbaglio a cadere. Li porto come medaglie, come prova che almeno il corpo sta facendo qualcosa di concreto mentre la mente gira a vuoto, che almeno sto consumando energia in un modo che produce risultati visibili. Ok, i risultati sono ematomi, ma sempre risultati sono.
Sono fatta così, non riesco a fare altrimenti. Questa è la verità che ho accettato, quella che non cerco più di cambiare perché ho provato, ho tentato di essere diversa, di essere più calma, più equilibrata, più normale. Non funziona. Il mio cervello non sa stare fermo e il mio corpo deve seguirlo, altrimenti tutta quell’energia si trasforma in ansia, in pensieri ossessivi, in quella sensazione di star sprecando tempo che mi perseguita quando provo a rilassarmi. Quindi tanto vale incanalare l’energia in qualcosa di produttivo, no?
Il problema è che non riesco a trovare tempo per me stessa. E sì, lo so che sembra una contraddizione, perché tutti questi progetti sono per me, sono cose che voglio fare. Ma c’è una differenza tra fare cose e stare con se stessi, tra essere produttivi e prendersi cura di sé. Una differenza sottile che io fingo di non vedere.
L’unico momento che concedo a me stessa, l’unico sacro e intoccabile, è quello con i cavalli. La passeggiata quotidiana non si tocca, mai, indipendentemente da quanto sia impegnata, da quanti progetti stiano aspettando, da quanto la testa mi urli che dovrei essere davanti al computer. I cavalli non sanno niente di deadline, di vendite di libri, di intelligenza artificiale. I cavalli vogliono camminare, mangiare, essere spazzolati, e in loro compagnia riesco a respirare. Quell’ora è mia, veramente mia, anche se poi torno subito alla frenesia.
Ah, e questo fine settimana ho giocato qualche ora a Life is Strange! Wow, impressionante, ho fatto qualcosa che non fosse lavoro, sport o accudire esseri viventi. Ho giocato a un videogioco, mi sono persa in una storia che non era la mia, ho fatto scelte per personaggi immaginari invece che per me stessa. E mi è piaciuto tantissimo, quell’esperienza narrativa che mi ricorda perché amo le storie, perché scrivo, perché mi ostino a pubblicare libri che non vende nessuno.
Ma ecco la parte ridicola, quella che mi fa ridere di me stessa: sono due mesi che ho comprato dei film su Amazon Prime. Due mesi. Li ho acquistati con l’intenzione di guardarli, di concedermi serate di relax, di fare quella cosa normale che fanno le persone normali. Sedersi sul divano. Guardare un film. Roba da pazzi, lo so.
Quanti ne ho visti? Zero. Nemmeno uno. Due mesi, film comprati, pronti lì nella libreria digitale, e io non ho trovato il tempo, la voglia, la capacità di sedermi e guardare qualcosa che non richieda di fare, di produrre, di creare. Sorpresa? Macché, ormai mi conosco troppo bene per essere sorpresa dalla mia incapacità di fermarmi.
La verità è che sono nella fase violenta della produzione. Violenta è la parola giusta, perché c’è qualcosa di aggressivo in questo ritmo, qualcosa che consuma invece che costruire. E il motivo di questa frenesia? Ho il terrore che a causa dell’intelligenza artificiale questo sia il mio ultimo anno proficuo da freelance.
Ecco, l’ho detto. Quella paura che cerco di non guardare troppo da vicino, quella sensazione che il mondo stia cambiando troppo velocemente e che le mie competenze possano diventare obsolete da un momento all’altro. L’IA che scrive codice, l’IA che crea immagini, l’IA che traduce, l’IA che fa tutto quello che so fare io ma più velocemente, più economicamente, senza bisogno di dormire, di mangiare o di avere crisi esistenziali sul divano.
È razionale questa paura? Probabilmente no. È sana? Assolutamente no. Ma sto lavorando come se il mondo finisse domani, accumulando progetti come uno scoiattolo accumula noci prima dell’inverno, e non riesco a smettere.
Nel frattempo gli amici mi assillano: “Dovresti riposarti“, “Dovresti pensare ai tuoi problemi“. Lo so che si riferiscono alle ferite del passato, lo so che pensano che tutto questo lavorare sia un modo per non pensare, per riempire il vuoto con la produttività.
Ma ragazzi, ho fatto più terapie io che Woody Allen. Ho scritto pagine e pagine al riguardo. Ho analizzato, elaborato, pianto, urlato, fatto pace con quello che si poteva fare pace. A un certo punto uno deve anche andare avanti, no? Non si può scavare nelle stesse ferite per sempre aspettandosi di trovare qualcosa di nuovo.
Penso di aver fatto un bel crocione sopra. Mamma è morta, e questa è una verità che non cambierà indipendentemente da quanta terapia faccia. È morta, le volevo bene, mi manca, fine. Mio padre non ha mai saputo fare il padre, e quando mi chiama (raramente) non ricorda nemmeno come si chiama Katy. Due cose basilari: ricordarsi il nome della mia compagna e chiedermi come sto. Non ce la fa. Non perché sia cattivo, semplicemente non gliene frega abbastanza. Io non sono abbastanza importante nella sua vita da occupare spazio nella sua memoria. E vabbè, pace, ho smesso di aspettarmi qualcosa da lui circa due decenni fa.
Quindi sì, a parte mio fratello, non ho una famiglia tradizionale. Ho mio fratello, ho Katy, ho gli amici rompiscatole che mi dicono di riposarmi, ho i cavalli. È la famiglia che mi sono scelta invece di quella in cui sono nata. Fine della storia, non c’è altro da aggiungere, le cose sono già state dette qui e altrove, in terapia e nei diari. Queste ferite esistono, le riconosco, ma non definiscono più chi sono. Sono semplicemente parte della storia, capitoli già scritti, e a un certo punto devi voltare pagina.
Detto ciò, vado a prepararmi per il taïso. Almeno non nevica come questo fine settimana, quindi non dovrei avere problemi con la strada, non dovrei guidare con quel terrore che mi prende quando la macchina slitta sulle curve. Andrò, farò i miei esercizi, tornerò a casa stanca nel corpo invece che nella mente, e forse stanotte dormirò senza sognare liste di cose da fare.
O forse no. Forse tornerò a casa, aprirò il computer e ricomincerò a lavorare su uno dei millecinquecento progetti. Perché sono fatta così, perché la testa in fumo è il mio stato naturale.
O forse guarderò uno di quei film.
Ahahahah. No, non lo farò.
E gli amici continueranno ad assillare.
E io continuerò a non ascoltarli.
E domani sarà uguale a oggi.
Ma intanto, taïso.
Almeno quello lo faccio.
È già qualcosa.