Mi sono rotta della gente che dice “ah sì, lavoro sodo“. Lo dicono tutti, è diventato il mantra universale, la frase da tirare fuori a cena, su LinkedIn, nelle interviste, per sembrare persone serie e dedicate. Peccato che la maggior parte di loro non abbia la minima idea di cosa significhi.
Lavorare sodo significa spararsi dieci ore al giorno senza quasi pause, significa alzarsi con una lista e andare a dormire avendola spuntata, significa avere obiettivi concreti e sbattersi per raggiungerli. Quello che fanno gli altri, quel tirare avanti quattro-cinque ore e poi ciao, senza direzione, senza passione, senza un cazzo di niente, quello non è lavorare sodo. Quello è occupare tempo fingendo di essere produttivi, quello è scaldare una sedia mentre si scrolla Instagram, quello è fare presenza senza fare sostanza.
E la cosa comica, veramente comica, è che questa gente riesce. Ottiene lavori, riconoscimenti, visibilità, interviste. Come cazzo fanno? Semplice: parlantina. Sanno vendersi, sanno raccontare storie convincenti, sanno trasformare quattro ore di cazzeggio in dodici ore di lavoro massacrante attraverso le parole giuste dette nel modo giusto alle persone giuste. È un talento, bisogna ammetterlo. Un talento che io non ho e che francamente mi rifiuto di sviluppare.
Prendiamo Katy, ad esempio. Sì, parlo della mia compagna sul blog, e chissenefrega, questo è il mio diario e scrivo quello che mi pare. In questo periodo le cose fra noi non sono esattamente rose e fiori, ma di quello parlerò un’altra volta, adesso ho altro da dire.
Katy cambia lavoro ogni anno perché non sopporta nulla. Ogni dodici mesi circa arriva la crisi, arriva il “non ce la faccio più con questi colleghi“, arriva il “questo posto mi sta uccidendo“, arriva la ricerca di qualcosa di nuovo, di diverso, di migliore. E ogni volta ricomincia, e ogni volta ci crede, e ogni volta dopo qualche mese torna a lamentarsi delle stesse identiche cose in un posto diverso. La sua durata di vita lavorativa è di quattro-cinque ore al giorno, non un minuto di più, poi crolla, poi non ce la fa, poi “sono stanca“.
Oggi ha avuto la fortuna di essere intervistata da un giornalista. Lei, che lavora quattro ore. Lei, che cambia impiego come si cambiano i calzini. E cosa ha detto al giornalista? Che “lavora sodo”. Che torna a casa e “lavora sui suoi disegni”.
Ero lì e mi veniva da ridere. Quel tipo di risata che ti viene quando qualcuno racconta una balla talmente grossa che non sai se ammirare il coraggio o preoccuparti per la sanità mentale del giornalista che ci crede. Perché io la vedo, Katy. Tutti i santi giorni. Quando torna a casa non lavora sui disegni. Si piazza sul divano, telefono in mano, e scrolla social per ore. I disegni? Forse ne fa uno ogni due settimane, quando le viene l’ispirazione divina, quando i pianeti si allineano, quando non c’è niente di interessante su TikTok.
E questo sarebbe lavorare sodo?
Intanto le fatture non le paga, e indovinate chi le copre. Intanto i progetti restano fermi da mesi. Intanto le deadline vengono spostate, gli impegni rimandati, le promesse evaporate. Ma al giornalista racconta la favoletta della professionista dedicata, e il giornalista annuisce, e l’articolo uscirà, e lei sembrerà una che si fa il culo.
Fantastico. Davvero. Applausi.
Lavorare sodo significa far uscire qualche progetto, significa avere risultati concreti da mostrare, cose finite, roba che esiste nel mondo reale e non solo nelle chiacchiere da aperitivo. Significa non restare fermi nel proprio comfort raccontando storie agli altri mentre qualcun altro fa il lavoro vero.
E questa cosa la vedo ovunque, non è solo Katy, è un’epidemia nazionale. Tutti si lamentano di quanto sono impegnati, tutti parlano di nottate passate a lavorare e weekend sacrificati sull’altare della produttività. Poi li guardi davvero, li osservi con attenzione, e vedi che passano metà del tempo sui social, che le loro “riunioni importantissime” sono chiacchierate al bar, che i loro “progetti urgenti” languono da mesi senza fare un passo avanti, che il loro “lavorare sodo” consiste nel rispondere a tre email e lamentarsi del carico di lavoro.
Ma loro riescono. Ottengono cose. Ottengono visibilità. Ottengono interviste mentre io mi spacco la schiena dieci ore al giorno senza che nessuno se ne accorga.
Perché funziona così? Ho due teorie, e probabilmente sono entrambe vere.
Prima teoria: ci sono cretini come me che li sostengono. Cretini che si fanno carico del lavoro vero, che coprono le mancanze, che sistemano i casini, che permettono a questi fenomeni di presentarsi come competenti quando in realtà dietro c’è sempre qualcun altro a fare il lavoro sporco. Io lo faccio con Katy, lo faccio con certi clienti, lo faccio con collaboratori che promettono e non mantengono. Mi ritrovo a compensare, completare, rendere presentabile roba che altrimenti sarebbe un disastro. E loro si prendono il merito, perché sono bravi a raccontare la storia giusta.
Seconda teoria: la parlantina fa tutto. Viviamo in un mondo dove l’apparenza conta più della sostanza, dove chi sa presentarsi bene vince su chi sa fare bene, dove un bel discorso vale più di mille ore di lavoro concreto. Io so lavorare ma non so raccontarlo. So produrre ma non so promuovermi. So fare ma non so far vedere.
E vabbè. Non ho intenzione di imparare. Non è il mio stile, mi fa schifo l’idea di vendermi come un prodotto, di trasformare la mia vita in un racconto patinato per impressionare gente che non mi interessa impressionare. Preferisco lavorare e mandare affanculo chi non lo nota. Sarà poco strategico, sarà controproducente, sarà il motivo per cui quelli con la parlantina ottengono di più. Ma almeno quando dico che lavoro sodo, è vero.
Non racconto balle ai giornalisti.
Non fingo di fare disegni mentre sto sul divano.
Non mi prendo meriti che non ho.
E se questo significa restare nell’ombra mentre i venditori di fumo si prendono gli applausi, vabbè. Me ne farò una ragione. O forse no, ma intanto continuo a fare quello che so fare.
Sfogo finito.
Torno a lavorare.
Sodo.
Per davvero.
Mica come loro.