Ottobre 2006 (riletto nel 2021, riscritto nel 2026)
Ed insomma, eccomi qua, avevo scritto con quell’enfasi leggermente ridicola tipica di chi vuole sembrare entusiasta ma in realtà sta per raccontare una serie di eventi che col senno di poi definirà “errori“, ma all’epoca le sembravano assolutamente sensati, quasi inevitabili, come se ogni scelta fosse l’unica possibile in quel preciso momento. Sulla sinistra della pagina del diario c’era la mia foto da punkettona, quella fase della mia vita in cui pensavo che i capelli corti e colorati, i piercing strategicamente posizionati e un atteggiamento da dura potessero compensare il fatto che dentro ero ancora quella ragazza insicura che si odiava per essere gay e che cercava disperatamente di capire chi fosse davvero.
Per ovvie ragioni questa foto non la metterò sul blog, avevo scritto nel 2021, con quella saggezza retrospettiva di chi guarda le foto di quindici anni prima e pensa “Cristo santo, ma chi mi vestiva?“. In realtà con la tua foto abbruttisci ma vabbè, sono dettagli, mi ero detta, con quell’autoironia spietata che usavo per difendermi dalla nostalgia, dalla tenerezza eccessiva verso la persona che ero stata.
E adesso, dal 2026, guardando indietro sia al 2006 che ai commenti del 2021, posso aggiungere un altro strato di ironia, un’altra prospettiva, quella di chi ha accumulato abbastanza anni e abbastanza errori da poter dire “sì, eri ridicola, ma anche coraggiosa, e forse le due cose non si escludono a vicenda“.
Dunque, avevo scritto con quella pausa teatrale che usavo spesso nel diario, come se stessi preparando il lettore futuro, me stessa futura, a qualcosa di importante. Sono passati tre giorni e sono cambiate già molte cose.
Oddio temo il peggio, avevo commentato nel 2021, e aveva ragione a temerlo, perché quello che stava per raccontare era un weekend talmente caotico, talmente pieno di scelte discutibili e situazioni ambigue che ancora adesso, vent’anni dopo, mi chiedo come facessi a tenere tutto insieme senza implodere.
Cominciamo dall’inizio, eh, venerdì… no, aspetta, sabato, cosa sto dicendo. Questa confusione temporale era tipica del mio modo di scrivere all’epoca, sempre un po’ disorganizzata, sempre a metà tra raccontare i fatti cronologicamente e buttare giù tutto quello che mi passava per la testa senza un ordine preciso. Iniziamo con sabato.
Sabato mattina, scuola. Canonici mi ha interrogato, una novità, no?, avevo scritto con quel sarcasmo che usavo per mascherare l’ansia delle interrogazioni, quella paura costante di fare brutta figura, di non essere preparata abbastanza, di deludere le aspettative che gli insegnanti avevano su di me. Poi tedesco, matematica, ma Giannini era assente, grazie a Dio perché quella prof mi terrorizzava con le sue equazioni e i suoi sguardi di disapprovazione quando non capivo, e storia dell’arte, materia che amavo perché potevo perdermi nelle immagini, nelle storie, in qualcosa di bello che non richiedeva calcoli o memorizzazione meccanica.
Dopo aver studiato musica nel pomeriggio, sono andata alla lezione di canto da Sergio. E qui bisogna fare una pausa, perché la lezione di canto era la mia salvezza, l’unico momento della settimana in cui potevo veramente essere me stessa, in cui potevo esprimere tutto quello che sentivo senza dover usare parole, senza dover spiegare, senza dover nascondere. Sergio era il mio maestro di canto, una di quelle persone rare che ti vedono davvero, che capiscono quando stai bene e quando stai fingendo, che sanno leggere nelle tue note quello che non riesci a dire ad alta voce.
È andata benissimo e la mia voce era in ottima forma. Sono riuscita ad arrivare facilmente al RE sovracuto e tutto è stato legato. Questo dettaglio tecnico, questo RE sovracuto raggiunto con facilità, era per me fonte di orgoglio immenso, perché significava che almeno in una cosa ero brava, che almeno una parte di me funzionava perfettamente anche quando tutto il resto sembrava andare a pezzi. Sergio era estremamente contento dei progressi vocali e non faceva altro che elogiarmi, e io bevevo quei complimenti come acqua nel deserto, li assorbivo avidamente perché erano così rari nella mia vita, perché ero così abituata a sentirmi dire che non ero abbastanza, che non andava bene, che dovevo fare meglio.
E poi, subito dopo la lezione, è iniziata la parte veramente interessante della giornata. Ho preso Esther e ho guidato fino a Roma per andare in un pub vicino al Colosseo chiamato “Coming Out“.
Coming Out. Il nome dice tutto, avevo scritto, e in effetti diceva proprio tutto, era uno di quei nomi talmente espliciti, talmente diretti, talmente privi di ambiguità che non c’era bisogno di spiegare cosa fosse quel posto, chi lo frequentasse, perché ci stessi andando. Un pub gay a Roma, vicino al Colosseo, in pieno centro storico, come se la comunità LGBT avesse piantato una bandiera arcobaleno nel cuore della città eterna e avesse detto “eccoci, esistiamo, potete anche abituarvi“.
E io ci stavo andando. Io, che poche settimane prima mi consideravo un essere schifoso che non doveva far parte di questo mondo, stavo guidando fino a Roma per andare in un pub dichiaratamente gay, con Esther, che nel diario chiamavo a volte Etty, una delle poche persone con cui potevo essere me stessa, con cui non dovevo fingere, con cui potevo parlare di quello che provavo senza paura del giudizio.
Dopo alcune peripezie, ci siamo sedute a un tavolo e abbiamo aspettato alcuni amici di Etty. Le peripezie non le specificavo, probabilmente erano il solito caos di trovare parcheggio a Roma, di orientarsi tra strade che si assomigliano tutte, di cercare l’indirizzo esatto mentre Esther mi dava indicazioni sbagliate e io mi innervosivo perché odiavo guidare in città sconosciute. Ma alla fine ci eravamo arrivate, ci eravamo sedute a quel tavolo, e stavamo aspettando.
C’era un ragazzo che assomigliava a Tiziano Ferro, un altro che ricordava Giovanotti e poi c’era un’altra ragazza. Queste descrizioni per somiglianza con cantanti famosi mi fanno sorridere adesso, perché era il mio modo di catalogare le persone, di dargli un’identità riconoscibile, di trasformarli in qualcosa di familiare anche quando erano perfetti sconosciuti. Il ragazzo che assomigliava a Tiziano Ferro probabilmente non gli assomigliava per niente, ma nella mia testa quella somiglianza rendeva tutto più semplice, più gestibile.
E poi, sorpresa delle sorprese, in questo pub gay ho trovato anche un ragazzo che studia a Bassano. Ahah. L’ho sempre saputo che aveva certe inclinazioni.
Questa frase, questa esclamazione trionfante, questo “lo sapevo” pronunciato con soddisfazione, è perfetta nella sua meschinità adolescenziale. Trovare qualcuno che conosci in un pub gay è sempre un momento strano, un momento in cui si incrociano due mondi che pensavi fossero separati, in cui realizzi che quella persona che vedevi a scuola, che sembrava normale, etero, inserita, in realtà era come te, nascondeva quello che nascondevi tu, viveva quella stessa doppia vita. E c’era qualcosa di confortante in questo, qualcosa di “almeno non sono sola“, ma anche qualcosa di leggermente competitivo, di “io l’avevo sempre saputo, io l’avevo capito prima degli altri“, come se riconoscere l’omosessualità altrui fosse un superpotere, un talento speciale che mi rendeva più perspicace, più intelligente.
In sintesi, ci siamo divertite moltissimo. Questa frase riassuntiva, questa chiusura veloce su una serata che probabilmente era stata molto più complessa di così, dice tutto sulla mia tendenza a semplificare, a ridurre esperienze ricche e stratificate a slogan facili, a “ci siamo divertite” quando in realtà c’era molto di più: c’era la prima volta in un locale dichiaratamente gay, c’era la sensazione di essere finalmente in un posto dove potevo essere me stessa, c’era l’eccitazione di vedere altre persone come me, c’era la paura che qualcuno che conoscevo mi vedesse, c’era tutto questo e molto altro che il semplice “ci siamo divertite” non poteva catturare.
Alle undici di sera ho chiamato Ambra, che era in ospedale perché le è scoppiato un follicolo e non sapeva se avesse un’emorragia interna. Per fortuna tutto a posto.
Questo inserimento improvviso del dramma medico di Ambra, infilato tra la serata al pub e le riflessioni successive, è tipico del mio modo di raccontare all’epoca: tutto mescolato insieme, il tragico e il comico, il serio e il frivolo, perché nella vita reale le cose succedono così, non c’è una separazione netta tra i generi, tra i momenti felici e quelli preoccupanti. Ambra in ospedale con un follicolo scoppiato, io al Coming Out a divertirmi, e io che la chiamo per sapere se sta bene, e il sollievo quando mi dice che non è niente di grave, e poi torno a ridere con gli altri come se niente fosse perché cosa altro puoi fare quando sei giovane e la vita ti bombarda con troppi eventi contemporaneamente?
Eleonora, accidenti, non ha potuto venire al Coming Out, ma grazie a Esther ho conosciuto tre cantanti molto simpatiche. Insieme ci siamo davvero divertite e abbiamo anche avuto l’idea di chiamarci “Lelle pop”. Che sciocchezza, lo so.
Lelle pop. Questo nome ridicolo, questo tentativo di creare un’identità di gruppo, questa voglia di appartenere a qualcosa, di essere parte di un collettivo, dice tutto sulla mia disperata ricerca di comunità in quel periodo. Eravamo tre o quattro ragazze che si erano conosciute in un pub gay, che cantavano, che si erano trovate simpatiche, e subito dovevamo darci un nome, creare un’identità condivisa, fingere di essere qualcosa di più di quello che eravamo, che erano semplicemente delle ragazze che si erano divertite insieme una sera.
Che sciocchezza, lo so, avevo scritto subito dopo, con quell’autocritica preventiva che usavo per proteggermi dal giudizio altrui, per dire “sì, lo so che è stupido, ma me ne frego, l’ho fatto lo stesso”. E in effetti era stupido, ma era anche dolce, innocente, tipico di quell’età in cui pensi che un nome di gruppo possa cambiare qualcosa, possa renderti più reale, più importante, più degna di attenzione.
Per tornare a casa mamma mia, una faticaccia, e dopo varie sudate siamo tornate a… Censuro il nome del paese, avevo aggiunto nel 2021, con quella attenzione alla privacy che non avevo nel 2006 quando scrivevo tutto senza pensare che un giorno questi diari sarebbero potuti finire online, che qualcuno li avrebbe potuti leggere, che avrei dovuto proteggere i luoghi, le persone, le identità.
E poi arriva la domenica. La domenica che avrebbe dovuto essere dedicata al riposo, al recupero dalla serata di sabato, e che invece è diventata il palcoscenico di una serie di eventi emotivamente complicati che ancora adesso, vent’anni dopo, mi fanno scuotere la testa e pensare “ma che stavi facendo?“.
Invece domenica ho trascorso il giorno con Alisa costantemente in mente e le ho inviato un sms.
Alisa. Sempre lei, sempre lì, sempre presente anche quando non c’era fisicamente, sempre a occupare i miei pensieri, sempre a riempire quello spazio mentale che avrei dovuto dedicare a cose più produttive, più sane, più sensate. Le ho mandato un messaggio, e probabilmente era uno di quei messaggi ambigui che scrivevo quando volevo vederla ma non volevo sembrare troppo disperata, quando cercavo di mantenere una facciata di distacco mentre dentro bruciava ancora tutto.
Nel tardo pomeriggio ci siamo incontrate. Le ho confessato che i miei sentimenti per lei erano ancora vivi e ci siamo chiarite un po’.
Ci siamo chiarite un po’. Questa frase è meravigliosa nella sua vaghezza, in quel “un po’” che lascia aperte tutte le possibilità, che non dice nulla di concreto, che nasconde più di quanto riveli. Cosa significa chiarirsi un po’? Significa che abbiamo parlato senza davvero parlare? Che abbiamo detto cose importanti ma le abbiamo lasciate sospese? Che abbiamo fatto finta di risolvere qualcosa senza davvero risolverlo?
Probabilmente tutte queste cose insieme. Probabilmente le avevo detto ancora una volta “ti amo” o “mi piaci” o qualche variante di “non riesco a smettere di pensare a te“, e lei probabilmente mi aveva risposto con qualche variante di “mi dispiace, ti voglio bene ma non in quel modo“, e noi avevamo fatto finta che questo fosse un chiarimento, che questo fosse progress, quando in realtà eravamo semplicemente tornate al punto di partenza, a quella dinamica dolorosa dove io volevo e lei non poteva darmi quello che volevo.
E poi arriva la frase che ancora adesso mi fa ridere e rabbrividire contemporaneamente, quella frase che racchiude tutta la mia audacia adolescenziale, tutta la mia capacità di trasformare la disperazione in qualcosa che sembrava sicurezza: A un certo punto ho preso il suo cellulare e le ho detto “o leggi i tuoi messaggi o ti bacio”.
O leggi i tuoi messaggi o ti bacio. Questa è una delle frasi più assurde, più teatrali, più ridicolmente romantiche che abbia mai pronunciato nella mia vita. Come se prendere il cellulare di qualcuno e darle un ultimatum fosse una mossa seducente invece che leggermente invasiva, come se quella frase avesse un senso logico invece di essere semplicemente un modo per forzare una situazione che probabilmente non andava forzata.
Ma aveva funzionato. Ehm. Inutile dire che il resto è lasciato all’immaginazione, avevo scritto con quella pudicizia tipica di chi racconta cose intime ma non vuole essere troppo esplicita, con quel “ehm” che tradiva imbarazzo e orgoglio mescolati insieme.
L’avevo baciata. Avevo baciato Alisa, quella ragazza che mi aveva rifiutata, che mi aveva detto no, che mi aveva fatto soffrire così tanto, e in quel momento tutto sembrava perfetto, tutto sembrava avere un senso, tutto sembrava dimostrare che forse, forse, c’era ancora una possibilità.
È stata una bella giornata, avevo concluso con quella semplicità disarmante, con quella capacità di ridurre un momento emotivamente complesso a una valutazione generica e positiva.
E poi, come se non bastasse, come se un bacio rubato a Alisa non fosse già abbastanza complicato per una domenica, arriva la frase successiva: La sera, invece, ho incontrato Francesca e abbiamo di nuovo passato la notte insieme.
Di nuovo. Quindi non era la prima volta. Quindi mentre stavo ancora elaborando cosa significasse aver baciato Alisa, mentre il mio cuore faceva ancora tu-tu per quel momento rubato, io ero già andata da Francesca, avevo passato la notte con lei, avevo fatto… quello che si fa quando si passa la notte insieme a qualcuno che ti attrae.
Ehm, avevo scritto di nuovo, con quell’interiezione che era diventata la mia firma quando raccontavo cose che sapevo essere moralmente ambigue, emotivamente complicate, potenzialmente criticabili.
Ma temo che stia nascendo qualcosa di speciale, soprattutto per quanto riguarda i suoi sentimenti, perché per ora potrei tranquillamente vivere senza coinvolgimenti.
Questa frase è perfetta nella sua disonestà emotiva, in quella capacità di riconoscere che Francesca stava sviluppando sentimenti mentre io continuavo a tenermi distaccata, a non impegnarmi, a usarla forse come distrazione da Alisa, come modo per dimostrarmi che potevo andare avanti, che non ero bloccata su una persona che non mi ricambiava.
Tuttavia, con lei mi trovo bene e mi piace trascorrere del tempo assieme.
Tuttavia. Questa congiunzione avversativa, questo tentativo di giustificare, di spiegare perché continuavo a vedere Francesca anche se non ero emotivamente disponibile, dice tutto sulla mia confusione, sulla mia incapacità di essere onesta con me stessa e con gli altri, sulla mia tendenza a pensare che potessi gestire situazioni complesse semplicemente ignorando le complicazioni.
Prima o poi capirò, avevo scritto con quella speranza vaga che il tempo avrebbe risolto tutto, che un giorno mi sarei svegliata con le idee chiare, con la certezza di cosa volevo e chi volevo, senza più questa nebbia emotiva che mi impediva di vedere chiaramente.
Va bene, ho dato un quadro generale di tutto. Il problema è che ho poco tempo per scrivere e quindi devo sempre essere concisa.
Concisa. Questa parola mi fa ridere, perché non ero mai stata concisa in vita mia, i miei diari erano pieni di divagazioni, di dettagli inutili, di riflessioni che si allungavano per pagine e pagine. Ma in questo caso sì, ero stata concisa, forse troppo, perché avevo raccontato un weekend incredibilmente denso in poche righe, lasciando fuori tutto il contesto emotivo, tutte le sfumature, tutti i dubbi.
Ma mi sono resa conto che durante il periodo in cui non ho scritto, ho commesso solo errori. Sì, anche perché mi sembra che scrivere sia futile, ma in realtà mi aiuta a organizzare le mie idee e a rivisitare i vecchi ricordi.
Scrivere è futile. Questa frase, questa ammissione di dubbio sull’utilità stessa di tenere un diario, è interessante perché rivela la mia ambivalenza verso questo esercizio di auto-riflessione, questa oscillazione tra pensare che raccontarsi sia importante e pensare che sia solo masturbazione mentale, narcisismo travestito da introspezione.
Ma poi ammettevo che mi aiutava, che organizzava i miei pensieri, che mi permetteva di vedere più chiaramente cosa stavo facendo, quali errori stavo commettendo, quali pattern si stavano ripetendo nella mia vita.
Beh, continuerò a custodire gelosamente il vero me e i miei segreti.
Il vero me e i miei segreti. Come se ci fosse un “vero me” nascosto sotto tutti gli strati di confusione, di paura, di negazione, e come se quel diario fosse il guardiano di quella verità, il custode di quei segreti che non potevo dire ad alta voce.
E poi arriva il commento del 2021, quel momento in cui la me del futuro guarda indietro e giudica, analizza, mette le cose in prospettiva: In realtà, entrambe le situazioni si sono rivelate degli errori.
Errori. Parola dura, definitiva, che riduce quel weekend complesso, quelle emozioni autentiche, quelle scelte discutibili a semplici sbagli da cui imparare.
Ma come si suol dire, bisognava mettersi alla prova per capire.
E questa è la giustificazione, la razionalizzazione retrospettiva, il modo di rendere accettabili quegli errori trasformandoli in lezioni necessarie, in esperienze formative, in quel tipo di sbagli che “dovevi fare” per crescere, per capire, per diventare la persona che sei.
In fondo, quegli anni di giovinezza sono spesso intrisi di scelte sbagliate, di sogni e speranze un po’ incerti.
Intrisi. Bella parola, erudita, letteraria, che trasforma l’adolescenza in qualcosa di poetico invece che semplicemente caotico e doloroso.
E se lo penso bene, anche quella serata al Coming Out continua a risplendere nella mia memoria. Un luogo che portava un nome così esplicito e che ha catturato l’atmosfera di quella notte in modo così perfetto.
Risplendere. Altra parola poetica, altro tentativo di nobilitare quella serata, di darle un significato più grande di quello che aveva, di trasformarla in un momento fondante della mia identità invece che semplicemente una sera in cui mi ero divertita in un pub gay.
È strano come certi errori, certe serate, riescano a rimanere impressi nella mente, a sfidare il tempo e a farci sorridere ancora quando li ricordiamo.
E questa era la conclusione del 2021, questa riflessione finale su come gli errori diventino ricordi, su come il tempo trasformi la vergogna in nostalgia, su come quello che allora sembrava drammatico dopo quindici anni diventi semplicemente una storia divertente da raccontare.
Ma io, dal 2026, con altri cinque anni di distanza, posso aggiungere un ulteriore strato di riflessione. Quegli errori erano davvero errori? O erano semplicemente i passi necessari di una persona che stava cercando di capire chi era, cosa voleva, come si navigava il mondo quando sei gay in una società che ti dice che non dovresti esserlo?
Avevo baciato Alisa, finalmente, dopo settimane di desiderio e sofferenza, e poi la stessa sera ero andata da Francesca, perché avevo bisogno di sentirmi desiderata, di sentirmi voluta, di confermare a me stessa che potevo piacere a qualcuno anche se Alisa mi aveva rifiutata per così tanto tempo.
Era egoista? Probabilmente sì. Era confuso? Assolutamente. Era un errore? Dipende da come definisci errore. Se un errore è qualcosa che ti fa male, che fa male agli altri, che porta conseguenze negative, allora sì, era un errore. Ma se un errore è semplicemente una scelta che col senno di poi non rifaresti, ma che in quel momento sembrava l’unica possibile, allora forse non era un errore ma semplicemente vita, semplicemente il processo di crescita, semplicemente il modo in cui si impara a esistere in questo mondo complicato.
La serata al Coming Out, quel pub con il nome esplicito vicino al Colosseo, resta impressa nella memoria perché era la prima volta che entravo in uno spazio dichiaratamente gay, la prima volta che mi permettevo di esistere pubblicamente come lesbica, la prima volta che non dovevo nascondere, fingere, dissimulare. Potevo guardare altre donne, potevo flirtare se volevo, potevo essere me stessa senza paura di essere scoperta, giudicata, rifiutata.
E il fatto di aver trovato lì il ragazzo di Bassano, quel “lo sapevo che aveva certe inclinazioni“, era divertente certo, ma era anche profondamente confortante, perché significava che non ero sola, che anche nella mia piccola realtà di provincia c’erano altri come me, altri che nascondevano la stessa cosa, altri che vivevano quella stessa doppia vita.
Lelle pop, quel nome ridicolo che ci eravamo date, era stupido sì, ma era anche un tentativo di creare comunità, di costruire qualcosa insieme, di dire “noi esistiamo, noi siamo qui, noi contiamo“. E anche se quel gruppo non è durato, anche se quella sera è rimasta un episodio isolato invece di diventare l’inizio di qualcosa, resta comunque importante, resta comunque un momento in cui ho sentito di appartenere a qualcosa più grande di me.
E Alisa, Francesca, quel weekend complicato dove ho baciato una e dormito con l’altra, dove ho confuso desiderio con amore, dove ho pensato di poter gestire due situazioni emotive complesse contemporaneamente solo perché avevo diciotto anni e mi sentivo invincibile, resta un esempio perfetto di quanto fossi confusa, di quanto avessi bisogno di validazione, di quanto cercassi disperatamente qualcuno che mi dicesse che andava bene essere quella che ero.
Francesca probabilmente ha sofferto, perché io non ero emotivamente disponibile, perché continuavo a pensare ad Alisa, perché la usavo come distrazione invece di vederla per quello che era. E questo è stato un errore vero, un errore che ha fatto male a qualcuno oltre a me, un errore che mi dispiace ancora adesso.
Ma Alisa? Quel bacio rubato con l’ultimatum ridicolo del “o leggo i tuoi messaggi o ti bacio“? Quello non so se definirlo errore. Era goffo, era disperato, era probabilmente inappropriato, ma era anche autentico, era un momento di coraggio in mezzo a tanta paura, era il tentativo di prendere quello che volevo invece di aspettare passivamente che mi venisse dato.
E forse è questo il senso di quegli anni, di quegli errori, di quelle serate al Coming Out e di quei weekend complicati: imparare a prendersi quello che si vuole, imparare a sbagliare e rialzarsi, imparare che la vita non è mai semplice come vorresti che fosse, che le emozioni non si organizzano ordinatamente, che puoi provare cose contraddittorie per persone diverse nello stesso momento e questo non ti rende cattiva, ti rende semplicemente umana.
La vera me e i miei segreti, avevo scritto, come se ci fosse un’essenza nascosta da proteggere. Ma forse la vera me era esattamente quello che si vedeva in quei giorni: confusa, coraggiosa, egoista, generosa, disperata, speranzosa, tutto insieme, tutto in una volta, senza coerenza, senza un piano, semplicemente vivendo e cercando di capire come si fa.
E il pub Coming Out, con il suo nome esplicito e la sua promessa implicita di essere uno spazio sicuro, resta il simbolo perfetto di quel periodo: un luogo dove potevi finalmente uscire, dichiarare, esistere, anche se solo per una sera, anche se fuori da quelle mura dovevi ancora nasconderti, fingere, proteggere il vero te e i tuoi segreti.
Quegli errori, quelle serate, quei baci rubati e quelle notti condivise con la persona sbagliata, tutto questo continua a risplendere nella memoria. E forse non è strano, forse è semplicemente come funziona: i momenti più complicati, più dolorosi, più confusi sono spesso quelli che restano più impressi, quelli che ti formano, quelli che diventano parte della tua storia anche se preferiresti dimenticarli.
E il tempo, quel bastardo imparziale, trasforma tutto: l’umiliazione diventa aneddoto, il dolore diventa nostalgia, gli errori diventano lezioni, e quella ragazza di diciotto anni che pensava di custodire gelosamente il vero sé diventa invece una donna di quasi quarant’anni che lo racconta su un blog, condividendo quei segreti che pensava sarebbero rimasti segreti per sempre.
Forse questo è il vero coming out: non quello che fai in un pub a Roma, ma quello che fai con te stessa, quando guardi indietro e dici “sì, quella ero io, con tutti i miei errori, con tutta la mia confusione, con tutta la mia disperata ricerca di senso e di amore, e va bene così“.
Va bene così. Anche gli errori, anche le scelte sbagliate, anche le notti passate con la persona sbagliata mentre pensavi a quella giusta.
Tutto risplende nella memoria, tutto sfida il tempo, tutto ci fa sorridere ancora quando lo ricordiamo.
Anche se, diciamocelo, quel “o leggo i tuoi messaggi o ti bacio” resta una delle frasi più imbarazzanti che abbia mai pronunciato.
Ma hey, funzionò. E a volte questo è tutto quello che conta.