Il giorno e la notte (ovvero: come sopravvivere al primo rifiuto quando hai diciotto anni e non sai ancora un cazzo di niente)

Le utime dal diario

La lella
La lellahttps://www.diariodiunalella.it
Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.

Ci sono giorni che ti restano addosso per anni, giorni che rileggi nei vecchi diari e pensi “Cristo santo, ma davvero ero così drammatica?“, eppure poi ti ricordi che sì, eri esattamente così drammatica, perché avevi diciotto anni e il primo amore ti aveva appena rifiutata, e quando hai diciotto anni un rifiuto non è semplicemente qualcuno che ti dice no, è la fine del mondo, è la conferma che non vali niente, è la prova tangibile che morirai sola circondata da gatti (anche se all’epoca probabilmente non avevi ancora sviluppato questa particolare fantasia distopica).

Guardo indietro a quel 2 maggio 2006 e mi viene da ridere, ma di quel riso amaro che ti fa capire quanto eri giovane, quanto eri stupidamente convinta che quello fosse il dolore più grande che avresti mai provato, quanto non sapevi ancora che la vita ti avrebbe riservato rifiuti ben più sofisticati e devastanti di quello lì, rifiuti che non ti avrebbero lasciata come un vegetale per qualche ora ma ti avrebbero tolto il fiato per mesi, anni, forse per sempre in certi angoli nascosti dell’anima che preferisci non esplorare troppo quando sei da sola la sera tardi.

Ma torniamo a quel giorno, a quella ragazza che ero io e che facevo fatica a riconoscere quando rileggo questi frammenti di diario scritti con quella grafia nervosa che avevo a diciotto anni, quella grafia che tradiva ogni singola emozione, ogni singolo crollo, ogni singolo tentativo di sembrare più forte di quello che ero.

2 Maggio 2006

Stamattina sono rimasta come un vegetale per ore, dalle sei del mattino fino all’ultima ora di scuola, e quando scrivo “vegetale” intendo proprio quella condizione in cui il tuo corpo è tecnicamente presente ma la tua testa è altrove, anzi non è proprio da nessuna parte, galleggia in una specie di limbo dove i suoni arrivano ovattati, dove le parole degli insegnanti sono solo rumore di fondo, dove la campanella suona e tu ti alzi automaticamente perché le tue gambe ricordano cosa devono fare anche quando il tuo cervello ha smesso di collaborare.

Le mie compagne di classe mi hanno aiutata. Priscilla, Valeria, Aura, Ramona, Ambra. Sono rimaste sempre al mio fianco, e quando scrivo “sempre” intendo letteralmente ogni singolo momento di quella giornata interminabile, quel tipo di presenza costante che solo le amiche di liceo sanno darti perché hanno tutto il tempo del mondo e perché a quell’età le tragedie sentimentali delle amiche sono più importanti di qualsiasi lezione di matematica o latino, sono priorità assolute, sono emergenze che richiedono interventi immediati e sostegno continuo.

Però c’è una differenza importante da fare, una distinzione che all’epoca mi sembrava fondamentale e che probabilmente lo era davvero: solo Priscilla, Valeria e Aura sapevano veramente cosa fosse accaduto. Le altre erano lì, certo, erano presenti, mi tenevano compagnia, mi facevano sentire meno sola, ma non sapevano. Non sapevano di Alisa, non sapevano del rifiuto, non sapevano che il giorno prima avevo finalmente trovato il coraggio di dirle quello che provavo e lei mi aveva guardata con quegli occhi che non dimenticherò mai, quegli occhi che dicevano “mi dispiace ma no, mi dispiace ma tu non sei quella giusta, mi dispiace ma io sono fatta diversamente e tu lo sai, lo sapevi già, te lo avevo fatto capire in mille modi ma tu hai voluto provarci lo stesso e ora eccoci qua, entrambe a disagio, entrambe a cercare di capire come si fa a tornare normali dopo una cosa del genere“.

Alisa. Il suo nome ancora adesso mi fa un effetto strano, anche dopo quasi vent’anni, anche dopo tutto quello che è successo dopo, anche dopo aver capito che quello che provavo per lei era sì amore ma di quel tipo di amore immaturo e ossessivo che hai quando non sai ancora distinguere l’attrazione dall’innamoramento vero, quando confondi il desiderio di essere amata con l’amore stesso, quando pensi che se lei ti volesse improvvisamente tutto nella tua vita avrebbe senso.

Finalmente mi ha rifiutata come avevo previsto. Questa frase che avevo scritto nel diario mi fa sorridere amaramente perché c’è tutta la mia contraddizione adolescenziale racchiusa in quelle poche parole: da una parte l’avevo previsto, sapevo che sarebbe andata così, sapevo che lei non provava quello che provavo io, eppure dall’altra parte avevo sperato, Cristo se avevo sperato, avevo costruito nella mia testa mille scenari diversi in cui lei mi diceva di sì, in cui mi abbracciava, in cui tutto diventava improvvisamente perfetto e semplice e bellissimo.

Ma non è andata così. Ovviamente non è andata così. E lei adesso continua a tormentarmi, dice che vuole aiutarmi, insiste nel fare battute, in continuazione, quelle battute che lei pensa siano un modo per alleggerire la tensione, per far finta che niente sia cambiato, per tornare a quella normalità che comunque non esiste più perché io le ho detto ti amo e lei mi ha detto no e dopo una cosa del genere la normalità è solo un’illusione, è un teatro che reciti per fare finta che vada tutto bene quando in realtà dentro di te è tutto crollato.

Non mi interessa la sua pietà. Questa è una delle frasi più dure che avevo scritto, e rileggerla adesso mi fa capire quanto fossi arrabbiata, quanto quella gentilezza di Alisa, quella sua voglia di rimanere amiche, di continuare a parlarmi, di aiutarmi a superare il rifiuto, mi sembrasse insopportabile. Perché a diciotto anni non vuoi la pietà di chi ti ha rifiutata, vuoi che sparisca, vuoi che ti lasci in pace, vuoi soffrire da sola senza avere davanti agli occhi il costante ricordo di quello che non puoi avere.

E poi c’era quella consapevolezza amara, quella certezza che lei fosse inconsapevole del dolore che mi stava provocando, che quelle battute non fossero cattiveria ma goffaggine, tentativo maldestro di gestire una situazione che non sapeva gestire. Perché anche lei era giovane, anche lei non sapeva come si fa quando qualcuna ti dichiara il suo amore e tu non ricambi, anche lei probabilmente si sentiva in colpa e cercava di sistemare le cose nel modo sbagliato, nel modo che la faceva sentire meno responsabile del mio dolore.

Non so cosa farci. Voglio solo dimenticare. E qui c’è tutta la mia rassegnazione, tutto il mio desiderio di cancellare, di resettare, di tornare a prima quando Alisa era semplicemente Alisa e io non avevo ancora rovinato tutto dichiarandomi, quando potevo ancora illudermi che forse un giorno lei si sarebbe accorta di me, che forse un giorno sarebbe cambiato qualcosa.

Il giorno e la notte
Il giorno e la notte

L’unica cosa positiva in questa situazione è che il cibo sta diventando indifferente. Dieta! Scrivo questa frase e scoppio a ridere, perché c’è un cinismo così perfetto in quel punto esclamativo, in quella capacità di trovare il lato positivo anche nella sofferenza più grande, di pensare “ok sto morendo dentro ma almeno magari dimagrisco“, di trasformare il dolore in strategia dimagrante come se fosse questa la consolazione che cercavo.

E invece no, ovviamente no, non cercavo quella consolazione, cercavo altro, cercavo di dare un senso a quello che stava succedendo, cercavo di convincermi che prima o poi sarebbe passato, che il tempo guarisce tutto, che un giorno avrei riso di questo momento pensando “guarda quanto ero stupida“, senza sapere che in realtà quel giorno sarebbe arrivato davvero ma il ricordo avrebbe continuato a farmi male in un modo diverso, più sottile, più insidioso.

Come sempre, la musica mi ha salvata. Questa è una costante della mia vita, non solo di quel giorno ma di tutta la mia esistenza: quando tutto crollava, quando il mondo mi sembrava insopportabile, quando non sapevo come fare a continuare, c’era sempre la musica, quel rifugio sicuro dove le parole degli altri dicevano quello che io non riuscivo a dire, dove le melodie esprimevano quello che io non riuscivo a esprimere.

Ho cantato, avevo scritto. Ore di canto, probabilmente, ore in cui la mia voce diceva cose che la mia bocca non avrebbe mai potuto dire in una conversazione normale, ore in cui potevo finalmente lasciarmi andare senza vergognarmi, senza dovermi controllare, senza dover fare finta che andasse tutto bene.

Poi c’era stata la lezione di pianoforte. Ricordo ancora quella sensazione di sedermi davanti al pianoforte e sentire che le mie dita sapevano esattamente cosa fare, che la musica che usciva da quelle note era più vera di qualsiasi parola avrei potuto pronunciare, che lì, in quel momento, davanti a quei tasti bianchi e neri, potevo essere me stessa senza filtri, senza maschere, senza la necessità di sembrare più forte di quello che ero.

E dopo il pianoforte c’era stato il solfeggio. Solfeggio, Cristo santo, quella cosa noiosa e tecnica che normalmente detestavo, quella sequenza infinita di note da leggere e ripetere, quella meccanicità che però quel giorno mi aveva paradossalmente calmata, mi aveva dato qualcosa di concreto su cui concentrarmi, qualcosa che richiedeva attenzione e precisione e che quindi non lasciava spazio ai pensieri su Alisa, sul rifiuto, sul dolore.

Ma la cosa più assurda, quella che ancora adesso mi fa sorridere quando ci ripenso, è che quel giorno ho persino giocato a pallavolo con le mie amiche. Io. Pallavolo. Due cose che normalmente non stavano insieme, due cose che erano agli antipodi del mio universo personale, perché io odiavo la pallavolo, odiavo gli sport di squadra in generale, odiavo quella dinamica competitiva che mi faceva sentire sempre inadeguata, sempre l’ultima scelta, sempre quella che sbagliava il servizio o non riusciva a schiacciare.

Eppure quel giorno l’ho fatto. Forse perché le mie amiche avevano insistito, forse perché volevo disperatamente pensare ad altro, forse perché in fondo una parte di me aveva capito che restare ferma a rimuginare avrebbe peggiorato tutto, che muovermi, sudare, concentrarmi su qualcosa di fisico avrebbe aiutato il mio corpo a scaricare tutta quella tensione che altrimenti mi avrebbe fatto esplodere.

Forse è davvero una nuova vita, avevo scritto alla fine di quella giornata, perché non ho mai provato così tante emozioni in un solo giorno. E questa frase mi commuove ancora adesso, perché c’è dentro tutta la mia ingenuità, tutta la mia capacità di trasformare il dolore in qualcosa di più grande, di trovare un significato anche nelle cose più brutte, di convincermi che se stavo soffrendo così tanto voleva dire che stavo vivendo davvero, che stavo sentendo davvero, che non ero una di quelle persone anestetizzate che attraversano la vita senza mai provare niente di intenso.

Ma come canta Battisti, io non dormo e penso a te. Quella notte non avevo dormito, ovviamente non avevo dormito, come avrei potuto dormire con la testa piena di lei, con il corpo che vibrava ancora per tutto quello che era successo, con gli occhi che si chiudevano per poi riaprirsi immediatamente perché appena li chiudevo vedevo il suo viso, sentivo le sue parole, rivivevo quel momento in cui mi aveva detto no.

Battisti era sempre stato il mio rifugio, le sue canzoni dicevano cose che io avrei voluto saper dire, descrivevano sentimenti che io provavo ma non riuscivo a nominare, e quella frase specifica, “io non dormo e penso a te“, era diventata il mantra di quella notte insonne, la colonna sonora della mia sofferenza, la prova che almeno qualcun altro nel mondo aveva provato quello che stavo provando io.

Eppure siamo incompatibili: il giorno e la notte, la gazzella e la tigre. Questa metafora mi fa sorridere adesso, perché c’è dentro tutta la mia drammaticità adolescenziale, tutta la mia tendenza a vedere le relazioni come scontri tra essenze opposte, come impossibilità cosmiche piuttosto che semplici incompatibilità caratteriali. Il giorno e la notte. La gazzella e la tigre. Come se fossimo personaggi di un romanzo gotico invece che due ragazze di diciotto anni che semplicemente non andavano bene insieme.

Ma forse era proprio così, forse aveva senso vederla in quel modo, perché quando hai diciotto anni tutto è amplificato, tutto è assoluto, tutto è o bianco o nero, tutto è o amore eterno o tragedia insuperabile, e l’idea che potesse esistere una via di mezzo, che potesse esserci semplicemente “non è il momento giusto” o “non siamo fatte per stare insieme” era troppo banale, troppo semplice, troppo poco romantica per la mia anima che voleva soffrire in grande, che voleva trasformare quel rifiuto in epica.

Insomma, non è una delle mie scelte migliori. E qui c’è tutta la mia autoironia, tutta la mia capacità di ridere di me stessa anche mentre stavo soffrendo, di riconoscere che forse innamorarmi di Alisa non era stata la mossa più intelligente della mia vita, che forse avrei potuto risparmiarmi tutto quel dolore se avessi ascoltato quella vocina dentro di me che già sapeva come sarebbe andata a finire.

Non importa, il mio dolore lo soffocherò con la musica. Questa frase è perfetta nella sua drammaticità, perfetta nel suo tentativo di trasformare la sofferenza in qualcosa di nobile, di artistico, di produttivo. Come se il dolore potesse essere soffocato, come se la musica fosse una coperta abbastanza grande da coprire tutto quello che faceva male, come se cantare e suonare potesse cancellare il fatto che Alisa non mi voleva.

L’amore verrà in secondo piano. Bugia. Bugia colossale, bugia che mi raccontavo per convincermi che avrei potuto andare avanti, che avrei potuto mettere da parte i sentimenti e concentrarmi su altro, sulla musica, sullo studio, sulle amiche, su qualsiasi cosa che non fosse lei. Ma l’amore non viene mai in secondo piano quando hai diciotto anni e sei innamorata per la prima volta, l’amore è sempre lì, sempre in primo piano, sempre ingombrante, sempre presente anche quando cerchi disperatamente di ignorarlo.

Sinceramente non sono capace di gestire questa relazione. E qui finalmente un momento di lucidità, un’ammissione onesta che forse non ero pronta, forse non sapevo ancora come si fa ad amare qualcuno senza soffocarla con le aspettative, senza pretendere che ricambiasse, senza trasformare il mio bisogno di essere amata nel suo dovere di amarmi.

Mia madre sospetta che abbia un ragazzo o… una ragazza. Questa frase mi fa venire i brividi ancora adesso, perché c’è dentro tutta la complessità del mio rapporto con mia madre, tutta la paura di essere scoperta, tutta la certezza che lei sapeva, che aveva sempre saputo, che aveva capito da tempo che cosa fossi io anche se io non l’avevo ancora detto esplicitamente.

Sì, perché sa di lei, ha capito che è quel genere di donna che ama le donne. Mia madre aveva visto Alisa, l’aveva incontrata, aveva probabilmente notato il modo in cui la guardavo, il modo in cui parlavo di lei, il modo in cui il mio viso cambiava quando pronunciavo il suo nome. E aveva capito. Aveva capito che Alisa era diversa, che non era come le altre mie amiche, che c’era qualcosa di più, qualcosa che io cercavo disperatamente di nascondere ma che traspariva comunque da ogni mio gesto, da ogni mia parola.

Ma probabilmente sapeva anche che cosa fossi io perché me l’ha chiesto più volte. Questa è la parte che ancora adesso mi fa male, perché vorrei che fosse stata diversa, vorrei che mia madre mi avesse chiesto con curiosità genuina, con apertura, con desiderio di capire. Invece era un chiedere carico di giudizio, carico di speranza che io dicessi no, che io la rassicurassi dicendole che era solo una fase, che ero normale, che non avrebbe dovuto preoccuparsi.

E io non gliel’avevo mai detto. Avevo evitato, cambiato discorso, fatto finta di non capire, perché sapevo che dirlo esplicitamente avrebbe cambiato tutto, avrebbe reso reale qualcosa che finché restava sottinteso poteva ancora essere negato, poteva ancora essere interpretato in altri modi, poteva ancora essere ignorato.

Mia madre non voleva che uscissi con donne. Questo era chiaro, questo era il messaggio implicito di tutte quelle domande apparentemente innocenti, di tutti quei silenzi pesanti quando parlavo di Alisa, di tutti quei tentativi di farmi conoscere ragazzi, di spingermi verso una normalità che lei desiderava per me ma che io non desideravo per me stessa.

E così avevo iniziato a nascondere. Non solo quel giorno, non solo dopo il rifiuto di Alisa, ma per anni, per tantissimi anni, avrei nascosto quella parte di me, avrei costruito una vita parallela dove potevo essere me stessa ma solo quando mia madre non guardava, solo quando non c’era il rischio che lei scoprisse, che lei giudicasse, che lei soffrisse per la figlia che non era quella che aveva sperato.

Non voglio più vederla. Ne soffrirei troppo. Questa frase finale del diario è devastante nella sua semplicità, nella sua ammissione di debolezza, di incapacità di gestire la situazione. Non volevo più vedere Alisa perché ogni volta che la vedevo mi ricordava quello che non potevo avere, mi faceva tornare in mente quel rifiuto, mi costringeva a fingere che andasse tutto bene quando in realtà dentro di me era tutto rotto.

Ne soffrirei troppo. Come se il dolore che già provavo non fosse abbastanza, come se vedere Alisa potesse aggiungere altro dolore a quello già insopportabile che mi portavo dentro.

Guardo indietro a quella ragazza di diciotto anni che ero, a quel 2 maggio 2006 che mi sembrava la fine del mondo, e provo una tenerezza immensa per lei, per la sua ingenuità, per la sua drammaticità, per la sua convinzione che quel dolore sarebbe durato per sempre. Vorrei poterle dire che no, non durerà per sempre, che un giorno incontrerà altre persone, che amerà di nuovo, che soffrirà di nuovo ma in modi diversi, che imparerà a gestire i rifiuti con più dignità e meno teatro.

Vorrei dirle che Alisa diventerà un ricordo dolceamaro, uno di quei primi amori che ti porti dietro per sempre ma che col tempo si trasforma in qualcosa di diverso, in una lezione appresa, in una storia che racconti sorridendo invece che piangendo. Vorrei dirle che la musica non continuerà a salvarla, ma che quella scelta di soffocare il dolore cantando e suonando era in realtà la scelta giusta in quel momento, quella che l’avrebbe accompagnata per tutta la vita.

Vorrei dirle che sua madre un giorno avrebbe potuto capire, o forse no, forse non mai del tutto, ma che lei imparerà a vivere lo stesso, a essere se stessa lo stesso, a non aver più bisogno dell’approvazione materna per sentirsi legittimata a esistere, ad amare, a essere felice.

Ma soprattutto vorrei dirle che quel giorno, quella giornata terribile passata come un vegetale a scuola, quella notte insonne pensando ad Alisa, quella sensazione di incompatibilità cosmica, quella certezza di morire di dolore, erano tutti segnali che stava vivendo davvero, che stava sentendo davvero, che non aveva paura di buttarsi anche sapendo che probabilmente sarebbe andata male.

Perché alla fine è questo che conta: non quante volte ti innamori e ti ricambiano, ma quante volte ti innamori e ci provi lo stesso, anche sapendo che forse andrà male, anche sapendo che probabilmente soffrirai, anche sapendo che il giorno dopo potresti ritrovarti a scuola come un vegetale circondata da amiche che cercano di tenerti insieme mentre tu cadi a pezzi.

Il giorno e la notte. La gazzella e la tigre. Incompatibili, certo. Ma quella ragazza di diciotto anni aveva avuto il coraggio di provarci lo stesso. E questo, guardando indietro dopo quasi vent’anni, mi sembra l’unica cosa che conta davvero.

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