Quando il tuo cuore fa tu-tu e realizzi di essere esattamente quello che non volevi essere

Le utime dal diario

La lella
La lellahttps://www.diariodiunalella.it
Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.

1° Ottobre 2006, ore 11:48 (riletto nel 2019, riscritto nel 2026)

Il mio diario del 2006 è una soap opera. Questa è la prima cosa che ho pensato quando l’ho riletto nell’aprile del 2019, equipaggiata di caffè e un cioccolatino, uno solo perché sennò ingrasso, come se un singolo cioccolatino potesse fare la differenza dopo anni di alimentazione sregolata e ansie varie. Ma questo è un altro discorso, torniamo al diario, a quella soap opera adolescenziale che fa ridere e piangere contemporaneamente, che ti fa pensare “Cristo santo, ero davvero così drammatica?” sapendo benissimo che sì, eri esattamente così drammatica, perché avevi diciotto anni e stavi scoprendo qualcosa di te stessa che avevi passato una vita intera a negare, a nascondere, a sperare che fosse solo una fase, un’illusione, un errore del tuo stupido cervello.

Quel periodo rappresentava il mio coming out, anche se all’epoca non lo chiamavo così, non avevo ancora le parole per nominare quello che stava succedendo, avevo solo la consapevolezza terrificante che qualcosa dentro di me si era rotto, o forse si era finalmente aggiustato, dipende da che punto di vista guardi la questione. L’accettazione di me stessa, scrivevo nel 2019, in piena crisi adolescenziale, nel diario originario cercavo di differenziare il bene dal male, cominciando un percorso difficile ma necessario.

Difficile è un eufemismo. Guardando indietro da qui, dal 2026, con vent’anni di distanza da quella ragazza che ero, con tutta la consapevolezza accumulata, con tutte le relazioni vissute e finite, con tutte le volte che ho dovuto fare coming out con persone nuove, con tutta la fatica di costruirmi un’identità in un mondo che avrebbe preferito fossi diversa, posso dire che difficile è la parola più inadeguata per descrivere quel periodo.

Ma leggiamo il mese di ottobre, mi ero detta nel 2019. Leggiamo questa tragedia greca adolescenziale e cerchiamo di capire chi era quella ragazza, cosa stava provando, perché si odiava così tanto.

Non ho scritto da un sacco di tempo. Così iniziava la mia confessione, con quella frase tipica di chi usa il diario a intermittenza, solo quando le cose diventano insostenibili, solo quando non riesce più a tenere tutto dentro. Oggi può essere il momento giusto: mi devo sfogare e capire cosa sono veramente.

Ah, forse Alisa? mi ero chiesta nel 2019, con quell’ironia distaccata di chi già conosce la risposta ma finge di non saperla per rendere la narrazione più interessante.

E sì, ovviamente era Alisa. Chi sennò? Chi altro avrebbe potuto scatenare quel terremoto emotivo, quella consapevolezza devastante, quella certezza improvvisa di essere qualcosa che avevo passato diciott’anni a evitare di essere?

Non sono mai riuscita ad amare qualcuno. Mentre le mie compagne di classe correvano dietro ai ragazzi, io non ci riuscivo. Nel senso che non mi hanno mai attirata fisicamente.

Questa è la parte che mi fa sorridere amaramente, perché c’è dentro tutta la mia confusione, tutto il mio tentativo di normalizzare qualcosa che sentivo non fosse normale, di trovare spiegazioni razionali per quello che provavo o meglio per quello che non provavo. Le mie compagne correvano dietro ai ragazzi e io le guardavo pensando “ma che cazzo gli trovate?“, pensando che forse ero solo più matura, più concentrata sullo studio, più seria, più qualsiasi cosa tranne lesbica.

Come amici li adoro. Questa precisazione mi commuove, perché c’è dentro tutta la mia ansia di non sembrare strana, di giustificare la mia mancanza di interesse sessuale verso i ragazzi con un interesse affettivo amplificato, come se amare i ragazzi come amici potesse compensare il fatto che non mi eccitavano minimamente, che non mi facevano battere il cuore, che guardare i loro corpi nudi nei film non mi faceva niente mentre guardare le donne mi creava sensazioni che preferivo non analizzare troppo.

Spesso però mi sono accorta di guardare molto il mio stesso sesso, e quindi ho pensato che fosse un modo per prendere come modello ciò che vorrei essere.

Ecco, questa è geniale nella sua ingenuità. Guardavo le donne, le guardavo tantissimo, le studiavo, mi perdevo nei dettagli dei loro corpi, delle loro curve, del modo in cui si muovevano, e mi dicevo che era ammirazione, che volevo essere come loro, che stavo semplicemente cercando modelli femminili a cui ispirarmi. Come se questo potesse spiegare perché passavo più tempo a guardare le ragazze in palestra che a fare effettivamente esercizio, come se questo potesse giustificare quei sogni strani che facevo e che preferivo dimenticare appena sveglia.

Invece mi sbagliavo.

Due parole. Due parole che racchiudono il crollo di diciotto anni di autoillusione.

Purtroppo sono diventata ciò che temevo di essere già da tempo, con estrema certezza.

Purtroppo. Quella parola mi spezza ancora il cuore, perché dice tutto sul dolore di quella scoperta, sull’orrore che provavo verso me stessa, sulla tragedia che rappresentava per la ragazza che ero scoprire di essere esattamente quello che la società, la famiglia, la chiesa, tutti mi avevano insegnato a considerare sbagliato, malato, peccaminoso.

Ora mi considero un essere schifoso, non dovrei neanche fare parte di questo mondo.

Essere schifoso. Questa è la frase più dura, quella che anche adesso, vent’anni dopo, mi fa venire le lacrime agli occhi. Non “una persona gay“, non “una lesbica“, non nemmeno “diversa“. Un essere schifoso. Come se la mia esistenza stessa fosse un errore, un’aberrazione, qualcosa da cancellare.

Ah sì, avevo commentato nel 2019. Ho indovinato. È il momento fatidico. In piena crisi adolescenziale, ollé! Con quel tono ironico e leggermente cinico che usavo per difendermi dal dolore di quella ragazza che ero stata, per creare distanza tra la me del 2019 e la me del 2006, come se tredici anni fossero abbastanza per cancellare quella sofferenza.

Tutto è iniziato ieri. Questa frase mi fa ancora rabbrividire, perché so esattamente cosa succede dopo, so che sta per raccontare il momento esatto in cui la sua vita è cambiata, in cui tutto quello che aveva costruito è crollato, in cui ha dovuto guardare in faccia la verità.

Vedevamo un film con Martina, Valentina e… lei (non mi sento ancora di dire il nome, sennò mi sento male).

Non riusciva nemmeno a scrivere il suo nome. Alisa era diventata “lei“, come se nominarla potesse rendere tutto più reale, più concreto, più impossibile da negare. E quella parentesi, “non mi sento ancora di dire il nome, sennò mi sento male“, racconta meglio di qualsiasi altra cosa quanto fosse devastata, quanto si sentisse vulnerabile, quanto avesse paura.

Ciò che stavamo vedendo mi ha spaventata tanto ed allora mi sono stretta a lei.

Un film spaventoso. Una scusa perfetta per cercare contatto fisico, per toccarla, per starle vicina senza dover ammettere perché volessi farlo. Quante volte nella vita usiamo scuse esterne per giustificare quello che vogliamo davvero fare? Quante volte ci nascondiamo dietro pretesti razionali per seguire impulsi che ci terrorizzano?

In quel preciso momento ho iniziato a sentire qualche strana sensazione: tutto il mio corpo ha iniziato a comportarsi in modo strano e a vibrare. Più che a vibrare direi a battere no-stop. Tu tu, tu tu, tu tu.

Questo “tu tu, tu tu, tu tu” è perfetto nella sua onomatopea ridicola, in quella descrizione così fisica e diretta di quello che succede quando tocchi per la prima volta qualcuno che desideri davvero, quando il tuo corpo reagisce in modi che non riesci a controllare, quando il battito del cuore diventa così forte da sembrare l’unico suono che esiste al mondo.

Inizialmente ho iniziato a staccarmi da lei per paura di ciò che stessi provando.

Il primo istinto: fuga. Allontanarsi, mettere distanza, negare quello che stava succedendo. Ma è già troppo tardi, il corpo ha già parlato, la verità è già emersa.

Il magnetismo contorceva i miei muscoli bloccandomi ogni tipo di movimento. Ero terrorizzata.

Magnetismo. Bella parola, poetica, quasi scientifica, come se dare un nome più elegante a quello che provavo potesse renderlo meno spaventoso. Ma il terrore traspariva comunque, quel terrore paralizzante di scoprire qualcosa di te stessa che non puoi più ignorare.

Com’è possibile diventare ciò che non si vuole e ciò che si teme di essere?

Questa domanda racchiude tutto il dramma: come puoi diventare qualcosa che hai passato una vita intera a rifiutare? Come puoi essere qualcosa che consideri sbagliato, malato, schifoso? Come puoi ritrovarti dall’altra parte della normalità senza averlo scelto, senza averlo voluto, senza nemmeno capire come ci sei arrivata?

Perché questo magnetismo improvviso (lo sapevo, ma non volevo ammetterlo), perché le ho permesso di pervadere la mia anima e il mio corpo?

Quella parentesi è fondamentale: lo sapevo, ma non volevo ammetterlo. Sapeva da sempre, probabilmente da anni, forse da quando aveva iniziato a fissare la prof di matematica, quella bionda sexy con l’Harley Davidson che le faceva battere il cuore molto più di qualsiasi teorema o equazione. Quella prof che anni dopo avrebbe trovato una replica quasi perfetta in Inès, la mia ex con cui sarei stata otto anni, anche lei bionda, anche lei con la moto, come se avessi passato la vita a cercare quella prima donna che mi aveva fatto capire cosa voleva dire desiderare qualcuno.

Ma nel 2006 non potevo ancora ammettere che la prof di matematica non era solo “bella oggettivamente“, che quegli sguardi non erano solo “ammirazione estetica“, che quei pensieri non erano normali per una studentessa che guarda la sua insegnante. Lo sapevo, ma non volevo ammetterlo.

Sarà uno scherzo della natura? Sarà un momento passeggero?

La speranza disperata che fosse temporaneo, che passasse, che potessi tornare normale come prima, come se prima fossi stata normale invece che semplicemente in negazione.

Insomma perché non riesco ad evitare questa situazione, perché questa persona mi è sempre piaciuta così tanto?

Sempre. Non era un colpo di fulmine improvviso, era qualcosa che covava da tempo, che aveva ignorato, che aveva sepolto sotto strati di negazione, e che ora esplodeva con una violenza che non riusciva a gestire.

Questo è l’inizio della mia fine, della mia rovina.

Purtroppo è vero, avevo commentato nel 2019. Concordo. Con un’emoji che rideva e piangeva contemporaneamente, con quel misto di autoironia e tristezza autentica che usavo quando parlavo di quel periodo.

E in effetti aveva ragione, quella ragazza del 2006. Era davvero l’inizio della sua rovina, almeno della rovina della persona che pensava di essere, della vita che pensava di dover vivere, della normalità a cui aspirava. Ma era anche l’inizio di qualcosa di nuovo, di più vero, di più autentico, anche se ci sarebbero voluti anni per capirlo.

È un amore folle che si è risvegliato come un leone selvaggio. E questo leone vuole mangiare… mangiare…

Questa metafora del leone è così drammatica, così eccessiva, così perfettamente adolescenziale che mi fa sorridere ogni volta. Un leone selvaggio. Perché accontentarsi di un semplice “mi piace” quando puoi evocare felini predatori che divorano la tua anima?

Devo riuscire a dimagrire. Non potrò mai piacerle così. Mi devo controllare.

E qui arriva il dolore vero, quello che si nascondeva sotto tutta quella drammaticità, sotto tutte quelle metafore leonine: il peso. All’epoca pesavo trenta o quaranta chili in più, avevo scritto nel 2019, con quella onestà brutale che usavo quando parlavo del mio corpo. Facevo sport sì, ma ero nei pesi massimi quando facevo le competizioni di judo.

Pesi massimi. Due parole che racchiudevano anni di complessi, di sguardi, di commenti, di quella sensazione costante di occupare troppo spazio, di essere troppo grande, troppo ingombrante, troppo visibile. E ora, oltre a essere gay, ero anche grassa. Come se non bastasse già essere un “essere schifoso“, dovevo anche essere un essere schifoso sovrappeso che nessuna ragazza avrebbe mai voluto.

La logica era perfetta nella sua crudeltà: se riesco a dimagrire, forse lei mi noterà, forse avrò una possibilità, forse potrò trasformare questo orrore in qualcosa di bello. Come se il problema fosse il peso e non il fatto che Alisa era etero, che non ricambiava, che mi vedeva come un’amica e niente di più.

Ma che cosa sarò agli occhi degli altri? Una schifosa…

Di nuovo quella parola, schifosa, che torna come un mantra ossessivo.

Oddio non riesco a pronunciare quella parola… È troppo, il mio cuore non sa reggerlo.

Quale parola? Lesbica? Gay? Frocetta? Quale di tutte le parole che la società aveva trasformato in insulti, in armi, in modi per distruggere chi osava essere diverso?

Mi è crollato il mondo addosso. Speravo che il mio primo amore fosse un momento di pura estasi… Ora invece mi manca… sto male, e sto ancora peggio pensando a ciò che sono. Un rifiuto della società. Un’esule, una ribelle, un’emarginata. Io amo.

Un’esule, una ribelle, un’emarginata. Sempre con la drammaticità al massimo, sempre con quella tendenza a vedere tutto in termini epici, tragici, definitivi. Ma aveva ragione, in fondo. Era davvero un’esule dalla normalità, una ribelle involontaria contro le regole sociali, un’emarginata da quel mondo perfetto che sua madre e suo padre avevano costruito per lei.

In realtà è solo un risveglio ormonale. Non è amore. Eheh.

Questo commento del 2019 mi fa ancora ridere, perché c’è dentro tutta la mia tendenza a sdrammatizzare, a ridurre tutto a chimica, a negare la profondità di quello che avevo provato. Certo, era risveglio ormonale, certo era attrazione fisica amplificata dall’adolescenza e dalla novità, ma era anche vero, era anche autentico, era anche la prima volta che il mio corpo mi diceva la verità invece di continuare a mentire.

Ma non come vorrei. Oh la vita è così crudele… sto cambiando totalmente. Diciotto anni sprecati.

Diciotto anni sprecati perché aveva scoperto di essere gay. Come se tutti quegli anni passati a essere “normale” fossero stati inutili, falsi, una recita che ora doveva ammettere di aver interpretato male.

Tutto questo studio… Non so quanto potrò sopravvivere a queste sensazioni. Non lo so.

Questa frase mi strazia ancora, perché c’è dentro una sofferenza reale, un dolore autentico che va oltre la drammaticità adolescenziale. Non sapeva se sarebbe sopravvissuta, letteralmente, non sapeva se sarebbe riuscita a vivere con questa consapevolezza, se sarebbe riuscita a costruirsi una vita con questa identità che odiava così tanto.

Mia madre chiede continuamente di lei. Sospetta.

Eccolo qui, il vero terrore. Mia madre sospetta. Non la società astratta, non gli altri generici, ma mia madre, quella persona specifica da cui dipendeva ancora completamente, quella figura che doveva approvare ogni sua scelta, quella donna che voleva per sua figlia una vita normale, perfetta, borghese, eterosessuale.

Ho paura, che cosa dirà la mia famiglia? No, non sopporterei la vergogna. Devo celare il mio segreto.

Celare il mio segreto. Come in un romanzo gotico, come se fosse un delitto da nascondere, una malattia contagiosa, un’onta da proteggere a tutti i costi. E in effetti, in quella famiglia “borghese” come l’avevo definita nel 2019, con quel padre che doveva controllare tutto, con quella madre che sospettava ma preferiva non sapere, era esattamente così: un segreto da celare, una vergogna da nascondere, una crepa nella facciata di perfezione che andava coperta immediatamente.

Ma questa persona che cosa prova per me? Corrisponde o mi rifiuta? Questo cambierà il resto della mia vita.

Della tua vita no, ma della mia sì! avevo scherzato nel 2019. No dai scherzo, drammi adolescenziali in corso! Sto morendo dal ridere.

E in effetti c’era da ridere, guardando indietro, vedendo quella ragazza così convinta che tutto dipendesse da Alisa, che se lei l’avesse ricambiata la sua vita sarebbe stata perfetta e se l’avesse rifiutata sarebbe finita lì. Spoiler: l’avrebbe rifiutata, e la vita sarebbe continuata lo stesso, con altri amori, altri rifiuti, altre scoperte.

Come faccio, come faccio? Oh, se piangere servisse a qualcosa… Morire sì, dare fino a tutto sarebbe la soluzione migliore, non ce la faccio.

Morire. La soluzione definitiva, quella che sembra l’unica via d’uscita quando hai diciotto anni e tutto sembra insopportabile, quando non riesci a immaginare un futuro in cui questa sofferenza finisce, in cui questa identità diventa accettabile, in cui essere gay è semplicemente quello che sei e basta.

Il suo volto non smette di apparirmi in testa. I suoi occhi neri… mi osservano, sto impazzendo, aiuto!

Mi ricorda un po’ il film L’Altra metà dell’amore, avevo scritto nel 2019. Insomma, il primo amore. Come gestire un incendio? Come calmare le proprie emozioni se nemmeno si sa gestirle?

Lelle - The Last of Us - Lesbian

E questa era la domanda giusta, quella vera: come si gestisce un incendio emotivo quando hai diciotto anni e nessuno ti ha mai insegnato, quando la tua famiglia preferisce negare invece di parlare, quando la società ti dice che quello che provi è sbagliato ma il tuo corpo continua a provarlo comunque?

È per questo che esiste una differenza enorme fra adolescente e adulto. Per quanto esistano adulti stupidi, almeno la maggior parte sa relativizzare.

Relativizzare. Bella parola, comoda parola, che significa riuscire a vedere le cose da prospettive diverse, a capire che quello che oggi sembra la fine del mondo domani sarà solo un ricordo, a distinguere tra emergenze reali ed emotive. Ma quando hai diciotto anni non sai relativizzare, tutto è assoluto, definitivo, eterno.

Ho l’impressione che la vecchia me stesse dirottando ma proprio alla grande! Ehhh, l’adolescenza.

Dirottare è perfetto, perché era esattamente così, come un aereo in caduta libera, come un treno che esce dai binari, come qualsiasi metafora tu voglia usare per descrivere la perdita totale di controllo.

Forse tutto questo è immaginario, forse è un’illusione del mio stupido cervello. Dovrei andare da uno psicologo o farmi curare.

Farmi curare. Come se essere gay fosse una malattia, una deviazione, qualcosa che si può sistemare con la terapia giusta. Questa era l’idea che aveva in testa, quella che la società le aveva messo in testa, quella che avrebbe impiegato anni a smontare.

Ma sento questa fitta nel mio cuore che mi divora tutto il corpo… è amore? Pazzia?

Pazzia sì, confermo, avevo scritto nel 2019 con un’emoticon che rideva. E in parte aveva ragione, c’era della pazzia in quella sofferenza autoinflitta, in quel rifiuto di sé stessa, in quella incapacità di accettare qualcosa che era semplicemente parte di chi era.

Lo sapevo di essere diversa, ma non capivo. Tutta quest’estate non facevo altro che essere gelosa. Non capivo. Pensavo che fosse l’amore verso una sorella o un’amica, mi sbagliavo. Oh maledetta gelosia! Vorrei strapparmi il cuore con queste stesse mani. Vorrei sparire per sempre.

Ehhh non ho capito il rapporto ma vabbè continuiamo, avevo commentato nel 2019, confusa dalle dinamiche che la me del 2006 dava per scontate.

L’infinito. Il mio gesto rimarrebbe immortale.

Ah, ok. Andiamo sul drammatico! Sicuramente stavo studiando Leopardi ahah.

E sì, probabilmente era così, probabilmente stavamo leggendo L’infinito a scuola e quella poesia mi aveva dato le parole per esprimere il mio desiderio di sparire, di dissolvermi, di diventare niente pur di non dover affrontare quello che ero.

No, devo sopravvivere, mi devo isolare. Perché le ho svelato questo segreto? Temo che già lo sapesse.

Gliel’aveva detto. In qualche modo, in qualche momento che il diario non registra, aveva trovato il coraggio di confessarsi, di dire a Alisa quello che provava, e Alisa lo sapeva già, forse lo sospettava, forse era ovvio a tutti tranne che a lei stessa.

Dice che vuole starmi vicina. Io non voglio vederla, perché scoppierei, essendo lei la causa del mio malore.

La causa del mio malore. Come se Alisa fosse una malattia, un’infezione, qualcosa di esterno che l’aveva contagiata invece di riconoscere che Alisa era semplicemente la persona che aveva fatto emergere qualcosa che era sempre stato lì.

Oh essere umano, folle essere umano! No, devo lottare con me stessa. Perché venerdì ho acconsentito di vederla? Sono passate solo poche ore ma il mio cuore sta scoppiando, non ce la fa più. Dico di non volerla vedere, invece la desidero con tutta me stessa. Oh Diamine!

Oh Diamine è meraviglioso nella sua innocenza, nel suo rifiuto di usare parolacce vere, nel suo tentativo di mantenere una qualche forma di decoro anche mentre descrive il suo cuore che scoppia.

Qui arrivano due parole incomprensibili e illeggibili, avevo scritto nel 2019, cercherò di restare fedele alla frase.

Sono bloccata, torturata, senza più vita. Che cos’è? Cosa devo fare? Non so proprio come risolvere questo problema.

Uff, che pesantezza! avevo commentato nel 2019. Ma dai, ci sta tutta.

E sì, ci stava tutta quella pesantezza, con una famiglia borghese, con il fatto che prima l’essere gay non era una moda e che non fosse qualcosa che si vedeva spesso.

Prima l’essere gay non era una moda. Questa frase del 2019 mi fa sorridere amaramente, perché riflette quanto sia cambiato il mondo in tredici anni, quanto essere LGBT sia diventato più visibile, più accettato, più “normale” rispetto a quel 2006 in cui sentivo di essere l’unica persona al mondo con quel problema.

Oggi posso capire queste parole, avevo scritto. E oggi, nel 2026, le capisco ancora meglio, con vent’anni di distanza, con tutta l’esperienza accumulata, con la consapevolezza di quanto fosse dura per quella ragazza affrontare tutto questo da sola.

Stesso giorno, ore 15:16. Quattro ore dopo aver scritto quello sfogo, era già lì a scriverne un altro, perché quattro ore senza esternare la propria angoscia erano troppe per una diciottenne in piena crisi esistenziale.

Ho mal di pancia… Che dolore. Eppure il ciclo è quasi finito…

Il corpo che si ribella, che somatizza, che trasforma l’angoscia emotiva in dolore fisico.

Sarei dovuta nascere uomo. Non assomiglio per niente ad una donna.

Ecco, questa frase merita una riflessione. Non era disforia di genere, almeno non credo, era piuttosto il desiderio di essere accettata, l’idea che forse se fossi stata uomo tutto sarebbe stato più semplice, che la mia attrazione per le donne sarebbe stata normale, che non avrei dovuto odiare me stessa.

Gery Halliwell

Ora inizio a capire il perché di tutti quei miei strani sogni…

Immagino che parlassi di Gery Halliwell e della prof di matematica, avevo commentato nel 2019. Mamma mia quant’era bella quella prof!! Bionda, sexy e con un Harley Davidson. Ok basta fantasticare!! In ogni caso era veramente una hot woman.

E qui bisogna soffermarsi un momento, perché questa prof di matematica merita un capitolo a parte. Bionda, sexy, Harley Davidson. Il trifecta perfetto per fare innamorare una adolescente confusa che ancora non aveva ammesso a se stessa di essere gay. Quella prof era stata probabilmente il mio primo vero crush, quello che avevo negato, seppellito, trasformato in “ammirazione per una donna strong e indipendente” invece di riconoscere che mi eccitava, che la guardavo troppo, che i suoi jeans attillati e il suono della sua moto mi facevano sentire cose che preferivo non analizzare.

E il bello, il divertente, il quasi grottesco di tutta questa storia è che anni dopo avrei trovato Inès. Otto anni insieme, la relazione più lunga della mia vita, e indovinate un po’? Bionda. Con la moto. Come se avessi passato la vita a cercare una replica di quella prof, come se il mio tipo fosse stato stampato a fuoco nella mia psiche da quella prima donna che mi aveva fatto capire cosa volesse dire desiderare.

Pattern di comportamento, avrebbero detto gli psicologi. Io lo chiamo più semplicemente “avere un tipo ben preciso e perseguirlo con determinazione quasi ossessiva“.

Ma torniamo al diario, alla me del 2006 che ancora non sapeva che un giorno avrebbe trovato la sua prof di matematica personale e ci sarebbe stata insieme otto anni prima che tutto crollasse.

L’ho appena sentita. Vado a studiare da lei alle 17. C’è anche Martina e una loro amica. Non ne ho il coraggio. Sono felice ma ho paura.

Felice ma ho paura. Quattro parole che racchiudono perfettamente quello stato emotivo contraddittorio dove vuoi e non vuoi, dove desideri e fuggi, dove la speranza si mescola al terrore.

Mi dice che mi aiuterà a passare questo momento ma io non voglio… Il mio unico desiderio è quello di sparire. Ma non ne sono capace. Sono una codarda e pian piano questo amore mi sta soffocando.

Una codarda. Si accusava di codardia perché non riusciva a cancellarsi, a sparire, a smettere di esistere. Come se il coraggio consistesse nel morire invece che nel vivere con quella consapevolezza scomoda, dolorosa, vergognosa.

Perché ho fatto finta per tutti questi anni? Volevo essere una ragazza perfetta agli occhi dei miei genitori. Ma ormai sarà impossibile.

Ecco la vera tragedia: aveva passato diciotto anni a costruire un personaggio, a recitare la parte della figlia perfetta, della ragazza normale, della persona che i suoi genitori volevano che fosse, e ora tutto questo era crollato. Non poteva più fingere, non poteva più recitare, la maschera si era rotta e sotto c’era qualcosa che sapeva avrebbe deluso profondamente le persone che amava.

Bisogna anche dire che lei non mi vorrà mai. È appena uscita da una brutta storia per cercare di uscire con dei ragazzi. Le impedirei di essere felice. Quindi è inutile sperare.

Almeno in questo aveva ragione. Alisa era bisessuale, all’epoca, stava cercando di voltare pagina dopo una storia finita male, voleva un ragazzo, una vita normale, cose che io non avrei mai potuto darle. Ma quando hai diciotto anni e sei innamorata, la logica non conta, la realtà non conta, conta solo quello che provi e la speranza assurda che magari, forse, chissà.

Non conosco la parola “essere amata”. Nessuno ha mai realmente pensato a me, ma in realtà non mi è mai importato tanto fino ad oggi.

Questa frase mi devasta ancora adesso, perché c’è dentro una sofferenza più profonda del semplice innamoramento non ricambiato, c’è quella sensazione di non essere mai stata vista, mai stata scelta, mai stata abbastanza per nessuno. E forse aveva ragione, forse nessuno aveva mai davvero pensato a lei in quel modo, o forse lei non aveva mai permesso a nessuno di vederla davvero perché era troppo occupata a nascondere chi era.

Vorrei che il tempo si fosse fermato ieri. Un momento pieno di carezze e di coccole…

Questo momento, questo abbraccio durante il film, era diventato il suo paradiso perduto, quel momento perfetto che vorrebbe congelare per sempre perché dopo c’è solo il dolore della consapevolezza, la certezza del rifiuto, la fine di ogni illusione.

Probabilmente le nostre amiche, Valentina e Martina, se ne sono accorte, non sono stupide. Lei mi vedrà solo come una povera sfigata?

La paura del giudizio, della pietà, di essere vista come patetica, come quella che si è innamorata dell’amica etero e ora deve affrontare l’umiliazione di essere rifiutata davanti a tutti.

Sto vivendo una situazione troppo difficile da sormontare. Chissà se domani mi sveglierò e mi accorgerò che in realtà era solo un sogno… Andrò a scuola, poi a pianoforte e sarò felice per la giornata trascorsa. Purtroppo no, questa è la realtà.

Questa è la realtà. Quattro parole definitive, quattro parole che chiudono ogni porta di fuga, che cancellano ogni speranza che fosse tutto un errore, un incubo da cui svegliarsi. Questa è la realtà, e bisogna viverla, affrontarla, sopravviverle.

Bene, uff. Che dire? mi ero chiesta nel 2019. La prima cotta! Gay o non gay, o è un dramma o pura gioia, per ogni adolescente.

E aveva ragione, quella me del 2019, aveva ragione a ridimensionare, a normalizzare, a ricordare che il primo amore è sempre un terremoto, indipendentemente da chi ami. Ma aveva anche torto, perché essere gay aggiunge uno strato di complessità, di dolore, di vergogna che chi vive amori etero non può capire fino in fondo.

Alcuni di noi hanno invece il ricordo di una delusione tanto bruciante da averli fatti cambiare; sono così tante le persone che, riferendosi al dolore provato per la perdita del loro primo amore, ripetono frasi come “Prima ero così, dopo sono cambiato e ho capito che…“.

Prima ero così, dopo sono cambiata. E io cosa ero prima? Ero quella ragazza che faceva finta, che negava, che si convinceva che guardare le donne fosse normale, che sognare la prof di matematica fosse solo ammirazione estetica, che il suo disinteresse per i ragazzi fosse maturità invece che omosessualità. E dopo? Dopo ero quella che sapeva, che non poteva più fingere, che doveva vivere con questa consapevolezza che odiava ma che era innegabilmente vera.

Quelle relazioni sono state uno dei perni sui quali la nostra storia ha cambiato direzione, ha cambiato consapevolezza.

Un perno. Bella metafora, precisa, meccanica, che descrive quel momento esatto in cui tutto gira, in cui la direzione cambia, in cui la vita prende un’altra strada.

La fine del primo amore è difficile da affrontare perché essendo proprio il primo rapporto d’amore ha assunto contorni quasi fantastici, dove le forti emozioni e la passione ci hanno portato “in paradiso“.

Ma il mio primo amore non è mai iniziato, quindi come poteva finire? Alisa mi ha rifiutata prima ancora che ci fosse qualcosa da rifiutare, mi ha detto no quando io le avevo detto sì, e questo forse era ancora peggio di una fine, perché una fine implica che c’è stato un inizio, che è successo qualcosa, che hai avuto almeno per un momento quello che desideravi.

Io ho avuto solo quell’abbraccio durante il film, quei pochi secondi di contatto fisico che avevano fatto esplodere tutto, quell’attimo di paradiso prima della caduta nell’inferno della consapevolezza.

La magia del primo amore è difficile da dimenticare e tanto più forte è stato il sentimento d’amore, tanto più difficile è stato separarsene.

Separarsene implica possesso, implica che hai avuto qualcosa da cui separarti. Io mi sono dovuta separare da un’illusione, da una possibilità, da un sogno che non si è mai realizzato.

La vita cambia e il modo di approcciarsi alle relazioni cambia insieme a essa: il sentimento che ricordiamo è qualcosa che un tempo ci è appartenuto, una parte della nostra memoria, di ciò che un tempo siamo stati.

Un tempo ero quella ragazza che si odiava per essere gay, che si considerava un essere schifoso, che voleva sparire pur di non dover affrontare la verità. E ora? Ora sono quella che scrive queste parole, che riesce a guardare indietro con tenerezza e ironia, che ha imparato ad accettarsi, che ha trovato Inès con la sua moto e i suoi capelli biondi e ci ha passato otto anni prima di capire che forse cercare repliche della prof di matematica non era la strategia più sana.

Sono ricordi che si preservano anche dal logorio del tempo, come se fossero stati fissati su una tela da una vernice protettiva, che li protegge e che ne tiene vivi i colori.

E sì, questi ricordi restano vividi, protetti, colorati. Ricordo ancora il “tu tu, tu tu” del mio cuore, ricordo ancora la sensazione di odiare me stessa, ricordo ancora la certezza di essere un essere schifoso che non avrebbe dovuto far parte di questo mondo.

Ma ricordo anche che sono sopravvissuta. Che quella ragazza che voleva sparire per sempre ha trovato il modo di continuare a esistere, di costruirsi una vita, di amare e essere amata, di accettarsi nonostante tutto quello che le avevano insegnato a pensare di sé stessa.

E forse questo, alla fine, è l’unica cosa che conta: non quanto è stato difficile quel primo amore, non quanto ho sofferto per quel rifiuto, non quanto mi sono odiata per essere ciò che ero, ma il fatto che sono ancora qui, vent’anni dopo, a raccontarlo.

Con ironia, con distacco, con quella lucidità che viene solo dal tempo e dalla distanza. Ma anche con tenerezza per quella ragazza che ero, per il suo dolore autentico, per la sua paura reale, per il suo coraggio involontario di continuare a vivere anche quando avrebbe voluto sparire.

Perché alla fine, sopravvivere è il coraggio più grande, anche quando non ti sembra tale, anche quando pensi di essere una codarda, anche quando il tuo unico desiderio è che tutto finisca.

E io sono sopravvissuta.

E ho anche trovato la mia versione personale della prof di matematica, anche se poi è finita male, ma questa è un’altra storia, che racconterò un’altra volta.

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