Secondo voi “Lella” è una parola più brutta di “Lesbica”?
Ai miei tempi, quando vivevo ancora a Roma, la parola “Lella” si utilizzava frequentemente.
Ricordo che alcune conoscenze dicevano che Lella era una parola usata dalle ragazze che ancora non si erano accettate completamente. Io storsi il naso, perché in realtà non ci avevo proprio pensato al suo utilizzo. Lesbica cosciente dall’età di 10 anni (anche se a rifletterci, lo sono sempre stata), non ho mai avuto problemi nell’accettare me stessa in quanto tale.
Piuttosto non mi piace come suona la parola “Lesbica”. Sarà che viene spesso accostata ad aggettivi poco carini e che viene letta più nei titoli porno che nel vissuto comune.
In un certo senso ho sempre preferito il termine gay. Si, gliel’ho sempre invidiato un po’.
Lella non è lesbica. O forse sì.
E’ anche vero che noi lesbiche un termine dispregiativo non ce lo abbiamo.
Non abbiamo un equivalente di “frocio”..o “finocchio”, che suonano malissimo anche solo a scriverle.
“Lesbica” suona male da sola, eppure non ci sarebbe nulla di male.
Insomma al di la’ di questa disgressione sul suono cacofonico di una parola rispetto ad un’altra mi chiedevo:
A voi piace la parola Lella? E la parola Lesbica?
Da dove deriva la parola “Lella”?
Non sono riuscita a trovare molte informazioni a riguardo.
L’unica papabile ( ma alla fine, chi sono io per dirlo? ) è questa, trovata su http://les.women.it:
LELLA – usato dalla fine degli anni ’90 in particolare tra le iscritte alla mailing-list LLI per le quali anche LILLINA
Su cui ho trovato alcuni termini dispregiativi che non credevo esistessero (né mai ho udito in vita mia).
Usare “Lella” significa davvero non accettarsi?
Secondo me no, ma credo che ci sia comunque un retaggio del contesto culturale in cui siamo a contatto tutti i giorni. Molti miei amici etero ad esempio hanno remore a definirmi lesbica, perché hanno paura di offendermi. Molto spesso mi ritrovo a tranquillizzarli che Lesbica è l’equivalente femminile di Gay e che non c’è nessun problema nell’utilizzare questa parola.
Questa cosa la dice lunga su quanto sia considerata una brutta parola dai più. E non credo che c’entri molto l’accettazione.
Cosa significa ‘lella’ oggi
Il significato di lella non è scritto su una lapide, né lo trovi definito nella Treccani con accento accademico. È una parola viva, che si muove tra le conversazioni, i gruppi WhatsApp, i post ironici e qualche coming out sussurrato. In molte città italiane — e in particolare in alcune zone del Sud e del Centro — “lella” viene usato come sinonimo informale di “lesbica”, ma la cosa non è così semplice.
Dire lella non è come dire lesbica in piccolo, o in modo più tenero. È una parola che, negli anni, ha assunto significati che cambiano a seconda di chi la dice e in che contesto. C’è chi la usa con autoironia, per alleggerire le etichette. Chi invece la trova limitante o troppo stereotipata. E poi ci sono quelle che dicono “sono una lella” ridendo, ma con la consapevolezza che dietro quella risata c’è tutto un pezzo di identità conquistata a fatica.
Nel linguaggio queer italiano, lella è entrata in circolazione da tempo, ma resta un termine che non tutti adottano con la stessa naturalezza. C’è un fondo regionale, sociale, generazionale. In certi ambienti è quasi un’abbreviazione affettuosa tra simili; in altri ha ancora un’eco vagamente offensiva, come se stesse lì a disegnare un certo tipo di lesbica — magari più maschiaccio, magari fuori dagli schemi — escludendone altre.
Oggi, comunque, sempre più persone stanno recuperando lella come parola propria. Non più diminutivo, ma definizione elastica e resistente. Un modo per dire “sì, sono lesbica, ma lo dico a modo mio”. Oppure anche solo per riderci su, che non è poco.
Una parola con più di un significato
Se chiedi a dieci persone cosa significa “lella”, probabilmente ti risponderanno in dieci modi diversi. Alcune ti diranno semplicemente: “una lesbica”. Altre inizieranno a farti il gesto con la mano, quello con l’indice e il medio che si incontrano tipo forbice. Altre ancora sospireranno: “dipende”. E non stanno sbagliando. Insomma, è una di quelle parole che hanno iniziato la loro vita come etichetta mezza in codice, tra slang e presa in giro, e poi si sono moltiplicate, come fanno le cose che entrano davvero nel linguaggio.
In certi contesti lella è una parola d’affetto, quasi un nomignolo interno alla comunità. In altri è stata usata con intenzione caricaturale, per indicare una lesbica con atteggiamenti “troppo” visibili — qualunque cosa voglia dire. E poi c’è anche chi la usa per definirsi, ma solo tra amiche, in uno spazio dove la parola non rischia di essere fraintesa o usata come macchietta.
Insomma: il significato di “lella” non è fisso, e forse è proprio questo che la rende interessante. Perché una parola può contenere contraddizioni e sfumature, e continuare a valere. A patto che sia chi la usa a scegliere il tono, e non chi l’ascolta a deciderne il peso.
L’uso nel linguaggio comune e queer
Nel parlare quotidiano, lella esce spesso dalle bocche con una certa complicità. Non è una parola da TG, non è ancora su un dizionario serio (o forse sì, e ci è entrata di straforo), ma è lì, tra le caption su Instagram, nei podcast indipendenti, nei vocali lunghi cinque minuti in cui una dice all’altra: “Vabbè, ma quella è proprio una lella e ancora non lo sa”.
Nel linguaggio queer, però, la parola assume una funzione più precisa: quella di definire un’identità, sì, ma anche uno sguardo sul mondo. A volte viene usata per smarcarsi da una narrazione più istituzionale della lesbicità, per prendersi il diritto di essere incasinate, ambigue, non sempre militanti ma comunque presenti. Altre volte è uno scudo ironico, un modo per alleggerire le tensioni del coming out, per dirsi lesbiche senza passare per il vocabolario dell’attivismo.
C’è anche un uso generazionale: alcune ragazze più giovani la adottano come termine fluido, mentre altre, magari più grandi, la evitano per rispetto del proprio percorso o perché le sembra troppo legata a stereotipi. Ma questo succede con tante parole. Lella, in fondo, è una parola che esiste solo finché si usa. E se oggi è tornata in circolo, con tutte le sue contraddizioni, è perché risponde a un bisogno di esprimersi in modo riconoscibile, ma non rigido.
Perché mi è venuto in mente tutto questo?
Perchè ho letto un articolo su LezPop, in cui si parlava proprio di questo e tra i commenti ho letto di ragazze che non sopportavano la parola Lesbica. Mi ha stupito molto la reazione.
Tu cosa ne pensi?
Bellissimo sito!
P.S.: Sono finita qua cercando il significato/etimologia della parola « lella ». Qualcuno saprebbe darmi l’origine scientifica del termine? :p
Grazie mille, bellissimo blog ?
L’unica volta che ho sentito la parola “lella” è stata quando un gruppo di ragazze stavano parlando e invece che dire “lesbica” dicevano “lella”: probabilmente è anche una parola usata come copertura per le ragazze che non non hanno ancora fatto un coming out a tutti! 😀
Ho visto Strappare lungo i bordi di Zerocalcare su Netflix dove nell’ultimo episodio Zero usa proprio il termine lella per indicare la sua amica Sara ed eccomi qua.
Sono qui per sapere se è offensivo dire Lella
Ciao Sara, no, non lo è!
Assolutamente lesbica. Per me Lella resta il diminuitivo di Gabriella. A livello internazionale la parola gay include la parola lesbica. Lesbica. Dignitosamente.
Il disprezzo e l’offesa può essere messo anche sulla parola Lella. Quindi tanto vale chiamarsi lesbiche e pronunciarlo con aserenità.
Sono un uomo etero, trovo lella (che è un ingentilimento di lesbica tramite il raddoppiamento della liquda “l” che richiama il lallallero) un modo gentile per chiedere o parlare del gusti sessuali di una donna. Approcciare le persone è sempre difficile, ma certo che con tutta la dolcezza delle quale Saffo era capace nel parlare d’amore è sorprendente che lesbica (dall’isola di Lesbo, dove viveva einsegnava in un Tiaso- scuola femminile) abbia un suono così rude, dev’essere la “c” dura. Anni fa ho conosciuto una lella, una ragazza che era più un maschio mancato e stava con una ragazza bella come il sole e molto femminile, la quale a un certo punto l’ha mollata per un ragazzo. Ho raccolto il suo sfogo, una sera, in una birreria che non esiste più, era una persona che soffiriva per amore, non una lella, non una lesbica, l’ho lasciata parlare, le ho fatto qualche domanda per aiutarla a sfogarsi (ricordi liceali di maieutica socratica), senza giudicarla perchè il suo dolore era simile a quello che era stato mio, e il dolore non varia. Alla fine mi ha detto “Grazie e vaffanculo” “Perchè?” perchè tu sei un maschio e se stai con una bella figa come la mia ex a te fanno i complimenti o ti invidiano, me mi odiano e basta” “Non tutti, dài, io non ti odio” “Vaffanculo uguale” ed è scomparsa nella notte. Poi, da dopo la legge sulle unioni civili, le vie si sono riempite di coppie omosessuali maschili, ma meno di coppie omosessuali femminili, chissà se dipende dal fatto che siamo in Italia o dal fatto biologico che le donne si compiono con le gravidanze e gli uomini restano incompiuti con una tradizione in incompiutezza alla spalle e le donne restano con un senso di colpa non culturale, ma biologico.