Non sono pronta per avere una storia con una donna (e altre bugie che ci raccontiamo)

Le utime dal diario

La lella
La lellahttps://www.diariodiunalella.it
Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.

2008 (riletto anni dopo, riscritto nel 2026)

Non sono pronta per avere una storia con una donna. Questa frase, questa dichiarazione che suona come ammissione di fragilità ma che in realtà è solo un altro modo elegante per dire “non mi interessi abbastanza“, era quello che mi aspettavo di sentire da Morgana, quello che pensavo avrebbe scritto in risposta alla mia email notturna carica di frustrazione e vulnerabilità mascherata da fermezza. Ma forse non lo è mai stata, pronta intendo, forse quella frase che mi aspettavo era in realtà più vera di quello che lei avrebbe mai ammesso, più onesta di tutte le giustificazioni elaborate che invece mi ha mandato. Non si sa quanto tempo l’abbia aspettata, e ancora l’aspetti, avevo scritto anni dopo rileggendo quella corrispondenza, con quella lucidità amara che viene solo dalla distanza temporale, dalla consapevolezza che alcune persone non sono mai pronte, non saranno mai pronte, indipendentemente da quanto tempo passi, da quante scuse inventino, da quanti “ma” aggiungano alle loro dichiarazioni d’interesse.

In ogni caso questo messaggio di Morgana del 2008 mi ha fatto sorridere, anche se un po’ amaramente. Un ossimoro perfetto per descrivere quella reazione che hai quando rileggi qualcosa che ti aveva fatto soffrire e improvvisamente vedi chiaramente quanto fosse ridicolo, quanto fosse prevedibile, quanto tu stessa fossi complice di quella farsa continuando ad accettare scuse che non stavano in piedi, continuando a credere a giustificazioni sempre più elaborate, continuando ad aspettare qualcuno che chiaramente non aveva intenzione di arrivare mai davvero.

Forse hai pienamente ragione, iniziava Morgana con quella concessione parziale tipica di chi vuole sembrare ragionevole mentre sta per smentire tutto quello che ha appena concesso, ma non sul fatto che non sono pronta per avere una storia con una donna, bensì sul fatto che non riesco a far coincidere tutto.

Ecco, già qui, nelle prime righe, c’era tutto il problema condensato in una frase: ammetteva che avevo ragione, ma subito dopo specificava che no, non avevo ragione sulla cosa importante, avevo ragione solo su una cosa secondaria, una cosa che comunque non era colpa sua ma delle circostanze, del tempo, di fattori esterni che lei non poteva controllare. Non sono pronta per avere una storia con una donna era la verità che si rifiutava di ammettere, trasformandola invece in non riesco a far coincidere tutto, come se il problema fosse organizzativo invece che emotivo, come se bastasse trovare l’incastro giusto nel calendario invece di affrontare la realtà che forse, semplicemente, non era così interessata come diceva di essere.

Non so chi sia la tua amica di croce rossa, penso Martina, continuava con quella parentesi che tradiva quanto poco mi conoscesse davvero, quanto poco prestasse attenzione a quello che le raccontavo della mia vita, visto che evidentemente avevo menzionato qualcuno della Croce Rossa e lei nemmeno ricordava chi fosse, doveva fare ipotesi, pensare che fosse Martina senza esserne sicura. Ma comunque ti assicuro che è diverso rivestire il ruolo di ispettore da quello di semplice volontario, io stessa non immaginavo fosse così complicato e soprattutto mi togliesse tutto questo tempo.

E qui arriva la scusa principale, quella su cui costruiva tutta la sua difesa: la Croce Rossa, il suo ruolo di ispettore, la complicazione che non aveva previsto, il tempo che le veniva sottratto. Una scusa perfetta nella sua inattaccabilità, perché come potevo criticare qualcuno che dedicava il suo tempo al volontariato, a salvare vite, a fare del bene nel mondo? Come potevo essere così egoista da pretendere che mi desse priorità rispetto a responsabilità così importanti, così nobili, così indiscutibilmente valide?

Ma il punto, il punto che lei si rifiutava di vedere o fingeva di non vedere, era che il tempo si trova sempre per le persone che ti importano davvero, che cinque minuti per mandare un messaggio si trovano sempre, che se vuoi davvero stare con qualcuno trovi il modo di farglielo sapere anche quando sei occupata, anche quando la vita è complicata, anche quando hai responsabilità importanti. Il problema non era il tempo oggettivamente disponibile, il problema era quanto le importasse usare quel tempo per me invece che per qualsiasi altra cosa.

Comunque mi dispiace molto per sabato, non riuscivo a ricordarmi il posto e quando me ne sono resa conto era troppo tardi, e per ieri. Sabato, quello stesso sabato delle “parole importanti” che aveva detto e che mi avevano fatto sperare, quello stesso sabato che evidentemente prevedeva un appuntamento, un posto dove dovevamo vederci, un posto che lei non ricordava, che aveva dimenticato, di cui si era resa conto troppo tardi. E ieri, altro appuntamento mancato, altra volta che mi aveva lasciata lì ad aspettare, altra occasione persa di vederci, di parlare, di chiarire quello che c’era da chiarire.

Non riuscivo a ricordarmi il posto. Questa frase è quasi comica nella sua assurdità, perché come fai a dimenticare un posto dove devi incontrare qualcuno che presumibilmente ti interessa “e parecchio” come avrebbe dichiarato più avanti? Come fai a non segnartelo, a non metterlo nel telefono, a non fare in modo di ricordarlo? A meno che, ovviamente, non fosse così importante per te, a meno che fosse una delle tante cose nella tua giornata invece di essere la cosa, quella per cui ti organizzi, quella che proteggi, quella che non dimentichi.

Non hai tutti i torti nel dire che di storie deleterie ne hai avute tante e che non vuoi ritrovartici. Di nuovo quella concessione parziale, quel riconoscimento che sì, avevo ragione a essere frustrata, avevo ragione a non voler ripetere pattern distruttivi, avevo ragione a pretendere meglio. Ma una cosa è certa, e qui arriva il rovesciamento, il “ma” che nega tutto quello che ha appena concesso, come ti ho già detto interesse da parte mia ce n’è e parecchio.

Interesse ce n’è e parecchio. Questa frase merita un’analisi a parte, perché racchiude tutto il problema della comunicazione con Morgana, tutta la frustrazione di sentirsi dire “mi interessi” mentre i fatti dicono esattamente il contrario. Interesse ce n’è, proclamava, e parecchio, aggiungeva per enfasi, come se ripetere quanto fosse interessata potesse compensare il fatto che non si ricordava dove dovevamo vederci, che spariva per giorni, che non trovava cinque minuti per mandarmi un messaggio, che aveva bisogno di elaborate giustificazioni per spiegare perché non riusciva a dimostrare questo presunto interesse. È lo stesso meccanismo che ho messo in scena con Marina in Tornano tutte, tranne quella giusta. Il libro che ho scritto.

Ma per come è adesso non riesco a dimostrartelo e non ne capisco il motivo. E questa è forse la frase più frustrante di tutte, perché ammette il problema, interesse c’è ma non riesco a dimostrartelo, riconosce che c’è una disconnessione tra quello che dice di provare e quello che fa, tra le parole e le azioni, tra le dichiarazioni e la realtà. E non ne capisco il motivo, aggiunge, come se fosse un mistero inspiegabile, come se ci fosse qualche forza esterna che le impediva di fare quello che avrebbe voluto fare, invece di ammettere la verità più semplice: forse l’interesse non c’era davvero, o almeno non abbastanza, o almeno non del tipo giusto.

Non voglio farti male ma vedo che già te ne sto facendo. Questa ammissione arriva troppo tardi, dopo aver già giustificato tutto, dopo aver già spostato la responsabilità sul tempo, sulla Croce Rossa, sulle circostanze, ma almeno arriva, almeno riconosce che sì, mi stava facendo male, che le sue sparizioni, i suoi appuntamenti dimenticati, i suoi silenzi prolungati avevano un effetto su di me, non erano neutri, non erano senza conseguenze.

Comunque parlare di ciò via mail non è esattamente una buona cosa. E qui arriva il tentativo di spostare il focus, di criticare il mezzo invece del messaggio, di dire che il problema non è quello che stiamo discutendo ma come lo stiamo discutendo, come se parlare via email fosse il vero problema invece della situazione che aveva reso necessario scrivere email disperate alle due del mattino.

Dobbiamo cercare di vederci e parlare e decidere in caso se lasciarci o restare amiche. Questa proposta, questo “dobbiamo vederci“, suona ragionevole, maturo, come se stesse prendendo sul serio la situazione, come se fosse davvero intenzionata a chiarire, a decidere, a fare una scelta definitiva invece di continuare a tenermi in questo limbo. Se lasciarci o restare amiche, le due opzioni presentate come se fossero le uniche possibili, come se “lasciarci” e “restare amiche” fossero la stessa cosa quando in realtà stavano in due universi completamente diversi, perché lasciare qualcuno implica che ci sia qualcosa da lasciare, una relazione definita, un legame riconosciuto, mentre noi eravamo in quel territorio indefinito dove non eri sicura se c’era qualcosa da lasciare o se eri semplicemente pazza a pensare che ci fosse mai stato qualcosa.

Comunque la posta la sto vedendo ora, è da ieri che non me la apriva. E la chiusura finale, l’ultima scusa, quella che spiega perché ha risposto in ritardo: problemi tecnici con la posta, che non si apriva, che quindi non era colpa sua se non aveva letto prima, se non aveva risposto prima, se mi aveva lasciata lì ad aspettare dopo che le avevo mandato quell’email notturna carica di vulnerabilità e frustrazione. La posta che non si apriva, scusa perfetta perché indimostrabile, impossibile da verificare, comoda per giustificare qualsiasi ritardo senza dover ammettere che forse semplicemente non aveva controllato, o aveva controllato ma non aveva voglia di rispondere, o aveva letto ma aveva rimandato perché non sapeva cosa dire.

Ricordo che in quel periodo aspettavo sempre la sua nuova scusa, il suo “ma”. Questa frase, scritta anni dopo rileggendo quella corrispondenza, racchiude tutta la dinamica che si era instaurata: io che aspettavo, sempre, costantemente, le sue giustificazioni, le sue elaborate spiegazioni per perché non poteva, perché non riusciva, perché era complicato. Il suo “ma”, quella congiunzione avversativa che seguiva ogni dichiarazione d’interesse, ogni ammissione di responsabilità, ogni momento in cui sembrava stesse per fare un passo avanti.

Mi interessi MA sono troppo occupata con la Croce Rossa. Ti voglio vedere MA ho dimenticato il posto. Interesse c’è e parecchio MA non riesco a dimostrartelo. Non voglio farti male MA te ne sto facendo. Dobbiamo vederci MA la posta non si apriva.

Sempre un ma, sempre una giustificazione, sempre qualcosa che annullava quello che aveva appena detto, che rendeva vuote le sue parole, che mi lasciava lì a chiedermi se stavo esagerando, se ero troppo esigente, se dovevo essere più paziente, più comprensiva, più disposta ad accettare che le cose erano complicate e che non tutti potevano essere disponibili come volevo che fossero.

Ed è probabilmente anche per questo motivo che la nostra storia non è mai proseguita nonostante i vari tentativi. Questa conclusione, scritta con quella lucidità che viene solo dalla distanza temporale, riconosce finalmente che non è andata avanti non per caso, non per sfortuna, non per circostanze esterne, ma perché c’era un motivo preciso, strutturale, fondamentale: le scuse infinite, i “ma” continui, quel pattern dove ogni passo avanti era seguito da giustificazioni per perché non potevamo fare il passo successivo.

Guardando indietro da qui, dal 2026, con quasi vent’anni di distanza da quella email e dalla risposta che ne seguì, vedo con una chiarezza quasi imbarazzante ciò che allora mi rifiutavo di ammettere. Morgana non era pronta a stare con una donna. Forse, a modo suo, lo sapeva anche lei, anche se lo negava, anche se lo mascherava dietro questioni di tempo, di organizzazione, di confusione personale, trasformando un problema di identità e di paura in una serie di giustificazioni pratiche, più digeribili, meno compromettenti.

E forse non lo è mai stata, pronta. Forse non lo è nemmeno oggi, nonostante negli anni abbia riformulato se stessa più volte, arrivando a definirsi lesbica dopo essersi prima raccontata come scrittrice bisessuale in seguito alla pubblicazione di un libro. Una traiettoria che, vista da fuori, ha qualcosa di storto, se non apertamente perverso, perché sembra più un modo di riscrivere il passato che di attraversarlo davvero.

Ma alla fine, come spesso succede nella vita reale, ha vinto l’uomo. Letteralmente. Tempo dopo mi tradì con un uomo, chiudendo il cerchio in modo tanto prevedibile quanto definitivo. E lì, forse per la prima volta, non ci fu più spazio per le interpretazioni, per le analisi, per le scuse ben costruite.

Mi chiedo se oggi sia ancora così: se stia ancora elaborando motivazioni sofisticate per non impegnarsi, per non scegliere, per tenere ogni possibilità aperta senza assumersi il peso di una decisione reale. Perché alcune persone non spariscono davvero: cambiano solo linguaggio. E continuano a evitare la stessa cosa, con parole sempre nuove.

E io, da parte mia, ero complice di quella dinamica, perché continuavo ad accettare le scuse, continuavo ad aspettare la prossima giustificazione, continuavo a credere che forse questa volta sarebbe stato diverso, che forse se solo avessi aspettato abbastanza, se solo fossi stata abbastanza paziente, abbastanza comprensiva, abbastanza disponibile, finalmente lei avrebbe trovato il tempo, avrebbe ricordato il posto, avrebbe aperto la posta, avrebbe dimostrato tutto quell’interesse che diceva di avere.

Ma la verità, quella che ci ho messo anni a accettare, è che quando qualcuno vuole davvero stare con te non ha bisogno di elaborate giustificazioni per spiegare perché non può. Trova il modo, punto. Trova il tempo, ricorda il posto, apre la posta, risponde ai messaggi, ti fa sentire che sei una priorità invece di un’opzione, ti dimostra con i fatti quello che dice a parole.

E tutte quelle volte che Morgana diceva “interesse ce n’è e parecchio ma…“, quello che stava davvero dicendo era “interesse ce n’è, ma non abbastanza, ma non del tipo giusto, ma non quanto ne serve per superare la paura, per affrontare la complicazione, per scegliere te invece di tutte le scuse che mi proteggono dal dovermi davvero impegnare“.

Quella proposta di vederci e decidere, di scegliere se lasciarci o restare amiche, probabilmente non si è mai concretizzata. Probabilmente abbiamo continuato in quel limbo per settimane o mesi ancora, con altri appuntamenti dimenticati, altre scuse elaborate, altri “ma” che seguivano dichiarazioni d’interesse, fino a quando finalmente, in un modo o nell’altro, quella non-relazione è finita, si è dissolta, è sparita come Morgana era sempre sparita, senza un momento definitivo, senza una chiusura chiara, semplicemente perdendosi nel nulla.

E forse è giusto che sia finita così, perché una relazione costruita su scuse e giustificazioni non poteva che dissolversi allo stesso modo, senza sostanza, senza peso, senza quel momento di verità che richiede coraggio e onestà e la capacità di guardare in faccia quello che c’è invece di continuare a nascondersi dietro elaborate spiegazioni per quello che non c’è.

Non sono pronta per avere una storia con una donna. Forse Morgana avrebbe dovuto semplicemente dire questo invece di tutto il resto, invece di parlare della Croce Rossa e dei posti dimenticati e della posta che non si apriva. Sarebbe stato più onesto, più pulito, più gentile anche, perché almeno mi avrebbe risparmiato il tempo e l’energia spesi ad aspettare qualcuno che non sarebbe mai davvero arrivata.

Ma forse nemmeno io ero pronta a sentirlo, forse avevo bisogno di quelle scuse elaborate per continuare a sperare, per continuare a credere che c’era un futuro possibile se solo le circostanze fossero state diverse, se solo lei avesse avuto più tempo, se solo la posta si fosse aperta.

Perché accettare “non sono pronta” avrebbe significato accettare che non c’era niente da fare, nessun modo di aggiustare la situazione, nessuna quantità di pazienza o comprensione che avrebbe cambiato le cose. E a vent’anni, dopo la delusione con Alisa, dopo aver finalmente trovato qualcuna che sembrava interessata, non ero pronta ad accettarlo.

Quindi ho accettato le scuse. Ho aspettato le nuove giustificazioni. Ho creduto ai “ma”. Ho continuato a sperare che forse, questa volta, sarebbe stato diverso.

Ma non lo è mai stato.

E probabilmente non lo sarebbe mai stata. Nemmeno nel 2024, quando mi ha ricontattata e le ho fatto capire, con calma e senza drammi, che non ero più disposta a rinunciare a una relazione stabile per tornare dentro una dinamica già vista.

Perché quando qualcuno inizia ogni frase con “interesse ce n’è e parecchio ma…“, quello che conta davvero è tutto quello che viene dopo il “ma”.

E Morgana aveva sempre, sempre, un “ma”.

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