La patente che non volevo vincere (e le tre Martina che mi hanno insegnato cosa significa perdere)

Le utime dal diario

La lella
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Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.

Ci sono vittorie che sanno di sconfitta, trionfi che lasciano in bocca il sapore amaro della vergogna, conquiste che vorresti restituire al mittente come un pacco sbagliato arrivato per errore. La mia patente è una di quelle cose, quel pezzo di plastica con la mia foto che ancora adesso, quando la tiro fuori dal portafoglio per mostrare un documento, mi fa pensare a quel 2 settembre 2006, a quella strega dell’istruttrice, a mio padre che probabilmente aveva già sistemato tutto prima ancora che io salissi in macchina per l’esame, a quella sensazione di umiliazione mista a sollievo che mi aveva fatto diventare rossa come un peperone mentre firmavo qualcosa che non sentivo mio.

Guardo indietro a quella ragazza di diciotto anni che ero, appena quattro mesi dopo il disastro con Alisa, ancora fragile, ancora in quella fase della vita in cui tutto ti sembra troppo grande, troppo complicato, troppo difficile da gestire, e ripenso a quel giorno in cui ho ottenuto la patente senza meritarla, senza averla davvero conquistata, senza poter dire “ce l’ho fatta” con quella soddisfazione piena che ti riempie il petto quando raggiungi qualcosa che hai sudato.

Ma andiamo con ordine, ricostruiamo quella giornata pezzo per pezzo, perché il modo in cui le cose sono andate dice molto su chi ero io, su chi era la mia famiglia, su quel sistema malato di apparenze e favoritismi che avrei impiegato anni a riconoscere e ancora più anni a denunciare, almeno dentro di me.

2 Settembre 2006, ore 20:45

Ho la patente. Questa frase dovrebbe farmi felice, dovrebbe essere l’inizio di una celebrazione, dovrebbe accompagnarsi a sorrisi, abbracci, magari una cena fuori per festeggiare. Ma non sono soddisfatta. E già in queste quattro parole c’è tutto il problema, tutto il marcio che si nascondeva sotto quella conquista fasulla.

Durante l’esame ero molto tesa. Molto è un eufemismo, ero terrorizzata, paralizzata dall’ansia, con le mani che sudavano sul volante e il cuore che batteva così forte che pensavo si sentisse anche fuori dalla macchina. Ho guidato molto piano, troppo piano, quel tipo di lentezza esasperante che fa incazzare tutti quelli che stanno dietro, che fa suonare i clacson, che tradisce immediatamente la tua insicurezza. E non andavo mai a una velocità uniforme, continuavo ad accelerare e frenare, ad accelerare e frenare, come se il mio piede non riuscisse a trovare una via di mezzo, come se il concetto stesso di “costanza” mi fosse estraneo.

Lo stress non mi ha aiutata per niente. Ovvio che non mi ha aiutata, come poteva aiutarmi quando ero già partita con l’idea di fallire, con la certezza che avrei fatto tutto sbagliato, con quella vocina nella testa che continuava a ripetermi “non ce la farai, non ce la farai, non ce la farai” come un mantra autodistruttivo.

E poi c’era lei. Quella strega dell’istruttrice. La chiamo strega adesso, la chiamavo strega allora, probabilmente era una persona normalissima che faceva il suo lavoro ma che ai miei occhi di diciottenne ansiosa appariva come una creatura malevola il cui unico scopo esistenziale era rendermi la vita impossibile. Non faceva altro che criticarmi. Ogni singola mossa, ogni singola decisione, ogni singola svolta veniva accompagnata da un commento negativo, da un’osservazione acida, da quel tono di disapprovazione che ti fa sentire inadeguata, stupida, incapace.

Più veloce.” “Attenta.” “Questa svolta è stata pessima.” “Stai andando troppo piano.” “Guarda gli specchietti.” “Cambio marcia.”

Una litania ininterrotta di critiche che mi entravano nelle orecchie e mi paralizzavano ancora di più, che mi facevano dimenticare tutto quello che avevo imparato nelle lezioni di guida, che trasformavano il mio cervello in una massa informe incapace di coordinare mani, piedi, occhi, pensieri.

Alla fine dell’esame mi ha chiesto di parcheggiare. Mi ricordo ancora quella sensazione di sollievo misto a terrore quando ho spento il motore, quel pensiero “finalmente è finita” accompagnato immediatamente da “e adesso viene la parte peggiore“. Perché dopo la guida venivano le domande, quella parte teorica dove l’istruttrice ti guarda negli occhi e ti chiede cose che dovresti sapere ma che improvvisamente ti sembrano incomprensibili, oscure, impossibili da ricordare.

Con quale marcia si lascia la macchina?

Questa me la ricordo perfettamente, perché era una di quelle domande basilari, una di quelle cose che ti ripetono mille volte durante le lezioni, eppure in quel momento, con lei che mi fissava aspettando la risposta, mi sembrava di non sapere più niente, di aver dimenticato tutto, di essere completamente vuota.

Prima,” ho risposto, la voce che mi tremava leggermente.

E come si spegne il motore?

Un’altra domanda stupida, banale, elementare, eppure io lì seduta sentivo il sudore colarmi lungo la schiena, sentivo le mani che tremavano, sentivo quella sensazione di inadeguatezza che mi pervadeva ogni volta che qualcuno mi metteva sotto pressione.

Le ho risposto tutto quello che l’istruttore mi aveva insegnato. Tutto. Ogni singola cosa, ogni singolo passaggio, ogni singola procedura che avevo memorizzato durante le lezioni. Ma non le andava bene. Niente le andava bene. Continuava a scuotere la testa, a fare quella faccia, a guardare i suoi appunti con aria critica, come se ogni mia risposta fosse sbagliata anche quando era palesemente corretta.

Volevo spaccarle la faccia. Questa frase nel diario mi fa ancora sorridere, perché c’è dentro tutta la mia rabbia impotente di diciottenne, tutta la mia frustrazione di fronte a un’ingiustizia percepita, tutto il mio desiderio di reagire violentemente a una situazione che mi stava sfuggendo di mano. Ovviamente non l’ho fatto, ovviamente sono rimasta lì seduta buona e zitta mentre lei continuava a criticarmi, ma nella mia testa le ho spaccare la faccia almeno dieci volte.

E poi è arrivato il verdetto. Quello definitivo, quello che avrebbe dovuto chiudere la questione, quello che invece ha aperto una serie di eventi assurdi che ancora adesso, quasi vent’anni dopo, mi fanno sentire un misto inestricabile di rabbia e vergogna.

Non posso darti la patente.”

Cinque parole. Cinque parole che mi hanno colpita come un pugno nello stomaco, che mi hanno tolto il fiato, che mi hanno confermato quello che già sapevo, che avevo fallito, che non ero stata abbastanza brava, che avrei dovuto riprovare.

Delusione al mille per cento. E rabbia. E umiliazione. E allo stesso tempo, nascosto sotto tutti questi sentimenti negativi, un pizzico di sollievo perché almeno adesso era finita, almeno adesso potevo scendere da quella macchina, almeno adesso potevo smettere di fingere di essere capace quando chiaramente non lo ero.

Sono uscita dall’auto. Ho aspettato la mia carta d’identità. Ero già proiettata verso il dopo, verso il momento in cui avrei dovuto dire ai miei genitori che avevo fallito, verso la vergogna di dover ripetere l’esame, verso tutto quello che comportava essere bocciata.

E poi, per qualche motivo che all’epoca non riuscivo a spiegarmi ma che adesso capisco perfettamente, l’istruttrice ci ha ripensato.

È tornata indietro. Mi ha guardato. E con un’espressione che mescolava disapprovazione e rassegnazione, come se stesse facendo qualcosa contro la sua volontà, mi ha consegnato la patente.

Secondo me c’è stato lo zampino di mamma o papà. Questa frase, scritta con quella lucidità disarmante tipica di chi sa benissimo come funzionano le cose nella propria famiglia anche se preferirebbe non saperlo, racchiude tutta la verità di quella situazione. Avevo già vinto prima dell’esame. La partita era truccata, il risultato era scontato, il mio nome era già scritto su quella patente prima ancora che io salissi in macchina.

Mio padre. Sempre lui, sempre a controllare tutto, sempre a sistemare le situazioni scomode, sempre a garantire che la sua famiglia apparisse perfetta agli occhi del mondo. Perché una figlia bocciata all’esame di guida sarebbe stata un’imperfezione, una crepa nella facciata di perfezione che lui passava la vita a costruire e mantenere, un’ammissione pubblica che qualcosa nella nostra famiglia non funzionava come doveva.

E allora aveva sistemato. Aveva fatto quello che faceva sempre, aveva tirato fuori i suoi contatti, le sue conoscenze, quella rete di favori e contro-favori che lubrificava ogni suo movimento nel mondo, e aveva garantito che sua figlia ottenesse quella patente indipendentemente da come guidava, indipendentemente da quanto era ansiosa, indipendentemente dal fatto che quella strega dell’istruttrice avesse ragione quando diceva che non ero pronta.

Eravamo una famiglia disfunzionale che recitava la parte della famiglia perfetta. Questo è quello che ho capito anni dopo, quello che allora intuivo vagamente ma che non avevo ancora le parole per nominare. Mio padre che controllava tutto, mia madre che assecondava, io e mio fratello che credevamo nel copione finché non diventava impossibile continuare a crederci.

Perfetti agli occhi di tutti. Mai un problema, mai uno scandalo, mai una debolezza pubblica. E se qualcosa minacciava questa perfezione, veniva sistemato, nascosto, aggiustato prima che qualcuno potesse notare.

La patente era una di quelle cose. Una figlia bocciata sarebbe stata imbarazzante, avrebbe dato da parlare, avrebbe fatto domandare alla gente “ma come, non è riuscita a prendere la patente?“, e questo non era accettabile. Quindi era stata sistemata. Indipendentemente da cosa volevo io, indipendentemente da come mi faceva sentire, indipendentemente dal fatto che forse, forse, avrei preferito fallire onestamente piuttosto che vincere in quel modo.

Non ci capivo più niente. Questa frase descrive perfettamente lo stato in cui mi trovavo mentre firmavo quella patente, mentre scrivevo il mio nome su quel documento che sapevo non aver meritato. Rabbia, delusione, ira, e un pizzico di sollievo si agitavano dentro di me contemporaneamente, creando un cocktail emotivo così confuso che non riuscivo nemmeno a dare un nome a quello che provavo.

Rabbia perché mi avevano tolto la possibilità di riprovarci davvero, di imparare dai miei errori, di tornare preparata e conquistare quella patente con le mie forze. Delusione perché non ero stata abbastanza brava, perché avevo guidato male, perché l’istruttrice aveva ragione quando diceva che non ero pronta. Ira verso mio padre che aveva sistemato tutto senza chiedermi se era quello che volevo, verso mia madre che probabilmente sapeva e non aveva detto niente, verso quel sistema marcio che rendeva possibile comprare qualsiasi cosa compresa una patente di guida.

E quel pizzico di sollievo, nascosto sotto tutto il resto, piccolo e vergognoso ma innegabile: almeno non avrei dovuto ripetere l’esame, almeno non avrei dovuto affrontare di nuovo quell’ansia, almeno la questione era chiusa.

Non riuscivo neanche a percepire le mie mie. Le mie mani, quelle stesse mani che poco prima tenevano il volante con troppa forza, adesso mi sembravano estranee, come se appartenessero a qualcun altro, come se fossero disconnesse dal resto del mio corpo. Era quella sensazione di derealizzazione che ti prende quando succede qualcosa di così assurdo che il tuo cervello fatica a processarlo, quando la realtà diventa grottesca al punto da sembrare irreale.

Allora, come in un incubo, ho firmato la mia patente. Come in un incubo, perfetta definizione, perché era esattamente così, quella qualità onirica degli incubi dove le cose succedono e tu le vivi ma sembra tutto ovattato, distante, come se stessi guardando qualcun altro recitare la tua parte mentre tu osservi da fuori.

Quando sono uscita ero diventata tutta rossa. Rossa di vergogna, rossa di rabbia, rossa di quella sensazione di essere stata scoperta anche se tecnicamente non avevo fatto niente di sbagliato io, era stato fatto per me, a me, senza il mio consenso ma anche senza la mia opposizione perché in fondo, diciamocelo, una parte di me era sollevata di non dover rifare quell’esame.

Mamma è arrivata. Sapeva della mia prima bocciatura fasulla, sapeva che l’istruttrice mi aveva detto di no, probabilmente sapeva anche che poi era stato sistemato, sapeva tutto o quasi tutto di quella farsa grottesca che era appena andata in scena.

Sono scoppiata a piangere dalla tensione. Tutto quello che avevo tenuto dentro durante l’esame, durante le domande, durante quella surreale scena della patente consegnata dopo essere stata negata, è esploso in un pianto incontrollabile. Le ho mostrato la patente, quel pezzo di plastica che doveva rappresentare un traguardo e che invece era la prova tangibile della mia inadeguatezza e del marcio che permeava la mia famiglia.

Quel mix di sensazioni si era impossessato di me completamente. Rabbia, delusione, sollievo, ira, tutto mescolato insieme in un groviglio emotivo impossibile da districare. Ma ora, mentre piangevo davanti a mia madre che mi guardava con quella faccia che non sapevo decifrare, un’altra emozione iniziava ad emergere, più subdola, più dolorosa, più difficile da accettare: l’umiliazione.

L’umiliazione di sapere che non ce l’avevo fatta da sola. L’umiliazione di essere stata salvata da mio padre che aveva chiamato chi doveva chiamare, che aveva sistemato quello che doveva sistemare, che aveva garantito che sua figlia ottenesse quella patente indipendentemente dal fatto che la meritasse o meno. L’umiliazione di essere trattata come una bambina incapace che ha bisogno che papà risolva i suoi problemi invece di affrontarli da sola.

Non sono affatto contenta di aver ottenuto così la patente. Per me non ha nessun valore. Questa frase finale, scritta con quella determinazione rabbiosa tipica di chi vuole mettere le cose in chiaro almeno con se stessa, racchiude tutta la mia frustrazione di quel momento. Quella patente non valeva niente, era carta straccia, era la prova di un fallimento mascherato da successo, era tutto quello che non volevo essere.

E nel diario, accanto a queste parole, c’era una nota che probabilmente aveva aggiunto qualche giorno o settimana dopo: “Vedrai fra qualche mese…” Come se già sapesse che quella rabbia si sarebbe attenuata, che avrei finito per usare quella patente, che alla fine avrei accettato quel compromesso come ne avevo accettati tanti altri nella mia vita.

E aveva ragione. Dopo qualche mese ho iniziato a guidare, ho usato quella patente fasulla per andare dove dovevo andare, e lentamente, molto lentamente, ho imparato davvero a guidare, ho acquisito quella sicurezza che non avevo durante l’esame, ho trasformato quel pezzo di plastica ottenuto in modo disonesto in qualcosa di legittimo attraverso la pratica, l’esperienza, il tempo.

Ma quella sensazione iniziale, quella vergogna, quella rabbia, quella consapevolezza di non averla meritata, quelle sono rimaste. Ancora adesso, quando tiro fuori la patente, penso a quel giorno, penso a mio padre che sistemava tutto, penso a quella famiglia “perfetta” che era tutto tranne che perfetta.

Ma quel giorno, quel 2 settembre 2006, c’era un altro problema che mi tormentava, un’altra fonte di ansia che si aggiungeva al caos emotivo della patente fasulla: Martina non risponde ai miei messaggi.

Martina. Uno dei nomi più comuni del mondo, uno di quei nomi che inevitabilmente finiscono per essere condivisi da più persone nella tua vita, creando confusione, sovrapposizioni, la necessità di specificare “quale Martina?” ogni volta che la nomini.

Ormai è passato un giorno intero. E per una diciottenne abituata a messaggiare continuamente, un giorno intero di silenzio è un’eternità, è un vuoto assordante, è un segnale che qualcosa non va.

Di solito mi risponde subito. Questa era la regola, il pattern consolidato della nostra amicizia: io le scrivevo, lei rispondeva, sempre, velocemente, senza farmi aspettare. E improvvisamente, senza preavviso, questo pattern si era rotto.

Probabilmente è offesa perché ieri non sono voluta uscire. Ma ero troppo tesa, avevo bisogno di isolarmi. Il giorno prima dell’esame di guida ero un fascio di nervi, l’idea di dover socializzare, di dover fingere che andasse tutto bene, di dover essere presente e attenta mentre la mia testa era completamente assorbita dall’ansia per l’esame, era insostenibile.

Le ho scritto un messaggio spiegandole che non me la sentivo. Un messaggio onesto, diretto, dove le dicevo che avevo bisogno di stare da sola, che non era niente di personale, che semplicemente non riuscivo a gestire altre persone in quel momento.

Ma niente. Nessuna risposta. Silenzio assoluto. E quel silenzio mi faceva più male della patente fasulla, più male dell’umiliazione dell’esame, perché era il silenzio di un’amica che improvvisamente ti toglie la sua presenza, che ti punisce per aver detto no, che non capisce o non vuole capire che a volte hai bisogno di spazio.

Non so che fare. Questa ammissione di impotenza, questa confessione di non avere le risorse emotive per gestire anche questo problema oltre a tutti gli altri, dice molto su quanto fossi sopraffatta in quel momento.

Oggi non mi sento una perdente. Questa frase finale, quasi grottesca nella sua disperata ricerca di positività dopo una giornata oggettivamente disastrosa, mi fa tenerezza. Come se dicendolo potessi renderlo vero, come se affermare “non mi sento una perdente” potesse cancellare il fatto che avevo appena ottenuto una patente comprata, che un’amica mi stava ignorando, che tutto nella mia vita sembrava storto, compromesso, sbagliato.

Rileggo questo diario adesso, quasi vent’anni dopo, e mi chiedo chi fosse questa Martina. Perché nella mia vita ci sono state tre Martina, tre persone diverse che hanno occupato spazi diversi, che hanno significato cose diverse, che hanno lasciato tracce diverse.

C’è stata Martina l’amica d’infanzia, quella bionda che conoscevo da sempre, quella che probabilmente avrebbe risposto ai miei messaggi perché ci conoscevamo troppo bene per offenderci per sciocchezze del genere. Ma sapevo che non era lei, quella Martina era troppo sicura, troppo stabile nella nostra amicizia per sparire così.

Poi c’era l’altra Martina, quella delle medie, la vicina di casa, l’amica di Giulia con cui passavo pomeriggi interi a parlare di manga, di cartoni animati, di tutte quelle passioni che all’epoca mi sembravano così importanti, così definitive, così essenziali per la mia identità. La Martina con cui condividevo gusti, interessi, quella complicità tipica dell’adolescenza quando pensi di aver trovato un’anima gemella.

E poi avevo fatto coming out. E lei aveva smesso di parlarmi.

Così, da un giorno all’altro, senza spiegazioni, senza confronti, senza quella onestà che mi sarebbe servita per capire. Semplicemente era sparita, aveva iniziato a evitarmi, a non rispondere ai messaggi, a fare finta che non esistessi quando ci incrociavamo per caso.

Questa Martina mi aveva insegnato una lezione brutale: che le amicizie possono finire per la cosa che sei, che non tutti sono pronti ad accettarti quando smetti di nasconderti, che a volte le persone che pensavi ti conoscessero davvero in realtà amavano una versione di te che non esisteva più.

A questo punto immagino che la Martina del diario, quella che non rispondeva, quella che era offesa perché non ero voluta uscire, fosse lei. La Martina delle medie, quella che già aveva dimostrato di saper sparire, di saper tagliare, di saper usare il silenzio come arma.

E poi, molto dopo, sarebbe arrivata la terza Martina. Quella che nel blog chiamo Morgana, quella mora, quella che sarebbe diventata la mia ex numero due, quella che avrebbe lasciato un segno diverso, più profondo, più complicato. Ma a settembre 2006 Morgana era ancora là fuori da qualche parte, viveva la sua vita senza sapere che un giorno le nostre strade si sarebbero incrociate, che sarebbe diventata parte della mia storia, che avrei scelto di chiamarla con un nome diverso per distinguerla dalle altre due, per darle un’identità separata che riflettesse quanto era stata diversa dalle altre.

Guardo indietro a quel 2 settembre 2006 e vedo una ragazza di diciotto anni che stava imparando lezioni durissime su come funziona il mondo, su come funzionano le famiglie, su come funzionano le amicizie. Stava imparando che a volte vinci senza meritarlo e questo ti fa sentire peggio che perdere. Stava imparando che i genitori possono amarti e allo stesso tempo soffocarti con le loro manipolazioni travestite da aiuto. Stava imparando che le persone spariscono, che le amicizie finiscono, che il silenzio può ferire più di qualsiasi parola.

Quella patente è ancora nel mio portafoglio. L’ho rinnovata quando è scaduta, l’ho usata per anni, ho guidato migliaia di chilometri con quel pezzo di plastica che all’inizio non volevo. E adesso, quando qualcuno mi chiede “hai la patente?“, rispondo “” senza aggiungere altro, senza spiegare, senza raccontare.

Perché tanto l’avrei ottenuta, la patente. Prima o poi, con o senza l’intervento di mio padre, con o senza quella farsa grottesca dell’istruttrice che cambia idea. Avrei imparato a guidare, avrei superato l’esame, magari al secondo tentativo, magari al terzo, ma ce l’avrei fatta.

Il problema non era la patente. Il problema era tutto il resto: la famiglia disfunzionale che recitava la perfezione, il padre controllore che sistemava tutto, l’umiliazione di essere salvata quando volevi farcela da sola, le amiche che sparivano, il coming out che cambiava tutto, quella sensazione costante di non essere mai abbastanza brava, mai abbastanza forte, mai abbastanza capace di gestire la tua vita senza che qualcuno intervenisse a sistemarla per te.

E le tre Martina, ognuna con il suo ruolo, ognuna con la sua lezione, ognuna con il suo modo di insegnarmi che le persone entrano nella tua vita, ci restano per un po’, e poi se ne vanno. Tranne Morgana, che sarebbe arrivata dopo, dopo il liceo, dopo quelle altre due, con il suo carico di complicazioni e dolori che all’epoca non potevo nemmeno immaginare.

Ma quella è un’altra storia. Quella del 2 settembre 2006 era la storia di una patente fasulla, di un’amica che non rispondeva, di una ragazza che piangeva davanti a sua madre dicendo “per me non ha nessun valore” mentre già sapeva, nel profondo, che avrebbe finito per accettarlo lo stesso.

Perché alla fine accettiamo sempre. Accettiamo le vittorie fasulle, accettiamo i favoritismi, accettiamo le manipolazioni familiari, accettiamo che le amiche spariscano, accettiamo che il mondo sia storto e marcio e ingiusto. Ci diciamo che non ci va bene, che non ci piace, che vorremmo fosse diverso.

E poi continuiamo a guidare con quella patente che non volevamo vincere.

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