Lunedì, neve fuori, vent’anni dopo

Le utime dal diario

La lella
La lellahttps://www.diariodiunalella.it
Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.

Oggi ho riaperto il diario. Non uno nuovo, non quello pulito che si compra con le buone intenzioni di gennaio, ma quello vero, quello che esiste già da anni e che ogni tanto si finge di aver dimenticato perché fa meno male così. Ho ripreso in mano alcuni passaggi del 2006, li ho riletti con calma, li ho riscritti, limati, sistemati quel tanto che basta per non tradirli, e mi sono accorta di una cosa che mi ha fatto sorridere più del previsto: uno di quei pezzi combacia quasi perfettamente con una scena di Tornano tutte, tranne quella giusta. Marina, le sue sparizioni, le sue mezze frasi, il modo in cui lascia sempre qualcuno in sospeso senza mai dirlo apertamente. Non l’ho fatto apposta. Non c’era un piano. È successo e basta.

Ed è lì che ti rendi conto che, volente o nolente, quello che vivi entra in quello che scrivi. Anche quando pensi di averlo superato, anche quando sei convinta di averlo archiviato, anche quando ti racconti che ormai è solo “materiale vecchio”. Evidentemente non lo è mai del tutto. Cambia forma, cambia voce, cambia contesto, ma resta. E oggi, rileggendo me stessa a vent’anni, mi sono detta: ah, ecco da dove arrivava quella scena. Non era invenzione. Era memoria rielaborata, anche se all’epoca non lo sapevo.

Questo mi ha fatto riflettere su una cosa che mi accompagna spesso ultimamente: il fatto che io aspiri sempre di più alla fiction, allo sci-fi, all’horror, a mondi che apparentemente non c’entrano nulla con la mia vita. Astronavi, stazioni isolate, corpi che cambiano, luoghi che non esistono. Eppure, anche lì, se sono onesta, so già che qualcosa di mio finirà per entrarci. Non per forza gli eventi, ma il modo di guardare, di reagire, di stare dentro le cose. Forse l’autobiografia non è tanto cosa racconti, ma da dove guardi mentre racconti altro.

Intanto, nella vita reale, quella molto meno epica e molto più concreta, oggi è lunedì, c’è la neve fuori e non ho nessuna voglia di lavorare. Proprio zero. Il problema è che lavoro lo stesso, perché sono freelance, perché ho un cliente, perché ho appena firmato per un altro anno e questa cosa, se la guardo con un minimo di lucidità, è una fortuna enorme. Posso considerarmi tranquilla, stabile, cosa che per la me del 2006 sarebbe stata quasi fantascienza. Un anno di lavoro assicurato significa poter respirare, poter continuare i progetti paralleli senza quella sensazione costante di essere sull’orlo del baratro. La scrittura, i libri, Allison Lister, tutto quello che cresce di lato mentre il resto tiene in piedi la struttura.

Con Katy le cose vanno. Non in modo perfetto, non senza attriti, non senza quei nodi che ogni tanto tornano a bussare, ma vanno. Abbiamo alti e bassi, momenti irrisolti, discussioni che restano lì a metà, però c’è una base che prima non c’era. Una continuità. Una presenza. E mi rendo conto che questa cosa, per me, è già tantissimo. Non perché sia tutto facile, ma perché non è più instabile come una volta. Dopo inizi complicati, relazioni caotiche, fughe, rincorse e fantasmi vari, oggi mi trovo ufficialmente nella fase adulta slash noiosa della vita. E, sorprendentemente, va bene così.

Fa quasi strano dirlo, ma lo accetto. Accetto che non ho più vent’anni, che non vivo più tutto come un’emergenza emotiva, che non passo da una relazione all’altra con la stessa intensità scomposta. La piccola Lella del 2006 è cambiata. Non è sparita, non è stata cancellata, ma non guida più tutto. E forse è giusto così. Tutti invecchiamo, prima o poi. Alcuni resistono di più, altri meno. Io oggi mi accorgo semplicemente di essere in un altro punto, e non sento più il bisogno di fingere che sia diverso.

Fuori continua a nevicare. Dentro ho la stessa voglia di uscire che si ha quando sai già che farà freddo, che scivolerai, che ti bagnerai le scarpe e che non ne vale la pena. Quindi resto qui. Scrivo. Rimetto insieme pezzi vecchi e nuovi. Lavoro svogliatamente. Penso che scrivere una volta a settimana, per il diario, sia più che sufficiente. Il resto verrà quando verrà. Non c’è fretta.

E forse è proprio questo il vero cambiamento.

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