Non so cosa tu voglia da me (ovvero: come scrivere email disperatamente lucide alle due del mattino)

Le utime dal diario

La lella
La lellahttps://www.diariodiunalella.it
Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.

2007 circa, ore 2:20 (riletto nel 2021, riscritto nel 2026)

Non so cosa tu voglia da me. Questa frase, questa domanda sospesa tra accusa e supplica, era ciò che mi chiedevo ogni volta che incontravo Morgana, ma anche ciò che le scrivevo in momenti bui, in quelle notti insonni quando la frustrazione diventava insopportabile e l’unico modo per sfogarla era mettere nero su bianco tutto quello che non riuscivo a dirle in faccia, tutto quello che si accumulava dentro di me ogni volta che lei spariva, riappariva, diceva cose importanti e poi faceva l’esatto contrario, mi faceva credere che ci fosse qualcosa tra noi e poi svaniva come un fantasma lasciandomi lì a interrogarmi su cosa diavolo stesse succedendo.

Morgana. Nel blog la chiamo così, anche se il suo vero nome è Martina, la terza Martina della mia vita, quella mora, quella che sarebbe diventata la mia ex numero due, quella che in quel periodo, probabilmente nel 2007, forse all’inizio del 2008, stava facendo quello che avrebbe continuato a fare per tutto il tempo della nostra relazione: sparire e riapparire, dare segnali contrastanti, dire una cosa e farne un’altra, tenermi in questo limbo emotivo dove non sapevo mai dove stavo, cosa eravamo, cosa voleva da me.

E quella notte, alle due e venti del mattino, dopo una serata che definivo “movimentata” senza specificare cosa fosse successo, ho deciso che ne avevo abbastanza, che dovevo chiarire, che dovevo sapere, che non potevo più continuare a vivere in questa incertezza. E così ho fatto quello che si fa quando hai vent’anni e sei disperatamente lucida a quell’ora impossibile della notte: ho scritto un’email. Un’email lunga, dettagliata, piena di tutto quello che pensavo, piena di accuse mascherate da domande, piena di quella vulnerabilità che di giorno riuscivo a nascondere ma che di notte, quando le difese crollavano, emergeva con violenza.

Allora, avevo iniziato con quella parola che voleva sembrare casual ma tradiva nervosismo, dato che ho tanto da scrivere ed un messaggio non basta ti mando un’email. Questa premessa, questa giustificazione per scegliere l’email invece del messaggio, dice tutto sulla mia necessità di spazio, di poter articolare pensieri complessi, di non essere limitata dai caratteri di un SMS, di poter dire tutto quello che dovevo dire senza interruzioni, senza la possibilità che lei rispondesse a metà e deviasse la conversazione.

Io sinceramente non so cosa tu voglia da me. E qui torna la frase chiave, quella che avevo trasformato quasi in mantra, quella domanda che mi ossessionava, che tornava ogni volta che cercavo di capire quella relazione, se si poteva chiamare relazione, quella cosa indefinita che avevamo. Comunque sia sabato mi era parso di sentire parole abbastanza importanti.

Sabato. Qualche giorno prima. Evidentemente era successo qualcosa sabato, Morgana aveva detto qualcosa di importante, qualcosa che mi aveva fatto sperare, che mi aveva fatto credere che finalmente le cose si stessero chiarendo, che finalmente lei stesse ammettendo quello che provava, che finalmente potevamo smettere di girare intorno alle cose e chiamarle col loro nome.

E invece no. Invece dopo quelle parole importanti di sabato, evidentemente Morgana era sparita di nuovo, aveva fatto di nuovo quella cosa che faceva sempre, quel suo modo di aprirsi per un momento e poi richiudersi immediatamente, di darti abbastanza per tenerti agganciata ma mai abbastanza per farti sentire sicura, per farti capire dove stavi andando.

Non sono un giocattolo, o la prima lella da provare. Questa frase, questa accusa diretta, mostra tutta la mia rabbia, tutto il mio sospetto che forse Morgana mi stesse usando, che forse io fossi semplicemente un esperimento, la sua prima esperienza con una donna, qualcosa da provare senza impegnarsi davvero, qualcosa di cui liberarsi quando diventava scomodo o complicato. Prima lella da provare, espressione che usavo con amara ironia, quella consapevolezza di essere forse solo una fase, un momento di curiosità, qualcosa che lei avrebbe poi archiviato come “quella volta che ho provato con una donna” senza che significasse davvero qualcosa per lei.

Sono stanca di tutti questi tira e molla, sono stanca di queste relazioni che durano poco, sono stanca di molte cose. Tre frasi che iniziano tutte con “sono stanca“, anafora involontaria che tradiva quanto fossi realmente esausta, quanto questo pattern si fosse ripetuto troppe volte, quanto avessi bisogno che qualcosa, qualsiasi cosa, fosse finalmente stabile, chiara, definita invece di questo continuo oscillare tra vicinanza e distanza, tra intimità e freddezza, tra “ci siamo” e “non ci siamo“.

E quella generalizzazione finale, “sono stanca di molte cose“, allargava il discorso oltre Morgana, includeva tutta la mia vita in quel momento, tutte le situazioni che mi stavano drenando energia, tutto quello che sentivo di dover gestire senza mai avere abbastanza supporto, abbastanza chiarezza, abbastanza certezze.

Ho ripensato a ciò che hai detto sabato. Torno ancora su quel sabato, su quelle parole importanti, perché evidentemente quello era il nodo, quello era il momento che aveva scatenato tutto, quello era il prima e dopo di questa email notturna. Cioè, se io avessi dei problemi, stai pur certa che la prima persona alla quale li avrei riferiti sarebbe stata la persona che mi piace.

Questa frase cerca di spiegare, di controbattere a qualcosa che Morgana deve aver detto sabato, qualche scusa che aveva usato, qualche giustificazione del tipo “ho dei problemi, per questo non ti cerco, per questo sparisco“. E io, con quella logica ferrea che usavo quando scrivevo email notturne, stavo dicendo “no guarda, questa scusa non regge, perché se davvero ti piacessi, se davvero ci fosse qualcosa, tu mi cercheresti proprio perché hai problemi, mi useresti come sostegno, come confidente, come quella persona a cui rivolgerti quando le cose vanno male“.

La maggior parte delle persone fa così, si sta sempre alla ricerca del partner, in un modo o nell’altro, tempo o non tempo, ci si riesce fidati. E qui l’argomentazione continuava, costruendo il caso contro le scuse di Morgana, dicendo “tutti trovano tempo per le persone a cui tengono, tutti riescono a mandare un messaggio, a fare una chiamata, a far sapere che ci sono anche quando sono occupati, quindi se tu non lo fai è perché non vuoi farlo, perché non ti importa abbastanza“.

E poi arriva la frase che mi fa ancora ridere e rabbrividire contemporaneamente, quella che nel 2021 ha fatto commentare a me stessa “ahah ma dove vaiiiiii, mamma mia che sborona“: Non è per cattiveria, ma ho tantissime ragazze che mi vengono appresso ed ahimè per ora sono fissata con te.

Sborona. Parola perfetta, romanesca, che descrive esattamente quello che stavo facendo in quella frase: darmi arie, vantarmi, cercare di sembrare più richiesta e desiderabile di quello che probabilmente ero, tentando di ribaltare il potere della relazione, di dire “guarda che non sei l’unica opzione, guarda che potrei avere altre, guarda che sei tu che stai perdendo qualcosa di prezioso continuando a sparire“.

Era patetico? Probabilmente sì. Era disperato? Assolutamente. Era autentico? In parte, forse avevo davvero qualche ragazza interessata, forse stavo leggermente esagerando la situazione, forse stava inventando del tutto per sembrare meno vulnerabile di quello che ero. Ma il punto era che sentivo il bisogno di dirlo, di far credere a Morgana che stava rischiando di perdermi, che se continuava a comportarsi così avrei trovato qualcun’altra che mi trattava meglio.

Ahimè per ora sono fissata con te. E qui crollava tutto quel castello di sicurezza che avevo cercato di costruire nella frase precedente, perché ammettevo che sì, avevo altre opzioni, ma non mi interessavano, perché ero fissata con lei, con Morgana, con quella persona che mi faceva impazzire, che mi frustrava, che mi faceva scrivere email alle due del mattino.

Dico ahimè perché inizio a capire che persona sei, sei il tipo di persona che sparisce. E questa è la frase più dura, quella che finalmente nominava il problema, che lo metteva nero su bianco, che diceva “tu sparisci, questo è quello che fai, questo è il tuo pattern, e io l’ho capito, l’ho riconosciuto, so che tipo di persona sei“.

Sparisce. Un verbo netto, definitivo, che descrive con precisione quello che Morgana faceva: svanire senza preavviso, interrompere ogni comunicazione, rendersi irreperibile, lasciarmi lì ad aspettare, a chiedermi se avessi sbagliato qualcosa, a interrogarmi su cosa fosse successo. Poi, giorni o settimane dopo, riappariva come se niente fosse, come se tutto fosse normale, come se io non avessi passato quel tempo a farmi domande. È lo stesso meccanismo che ho messo in scena con Marina in Tornano tutte, tranne quella giusta. Il libro che ho scritto.

Un rapporto fra due donne è più complicato, ok, te lo concedo. Questa concessione, questo riconoscimento che sì, era vero, le relazioni lesbiche in quel periodo, in Italia, nel 2007, erano oggettivamente più complicate delle relazioni etero, era generosa da parte mia, era un tentativo di darle il beneficio del dubbio, di dire “capisco che hai paura, capisco che è difficile, capisco che non è facile accettare di essere attratta da una donna“.

Ma deve essere un sentimento reciproco. E qui arrivava il “ma“, il limite di quella concessione, il punto oltre il quale la comprensione finiva e iniziava la richiesta legittima: se è complicato, ok, ma almeno dev’essere reciproco, almeno devi provare quello che provo io, almeno deve valere la pena tutta questa difficoltà.

Cioè, per ora sto cercando di conoscere un fantasma. E questa è l’immagine perfetta, quella che racchiude tutto il problema in tre parole: un fantasma. Morgana era un fantasma, presente e assente contemporaneamente, visibile solo a tratti, impossibile da afferrare, da definire, da tenere. Cercavo di conoscere qualcuno che si rifiutava di essere conosciuta, che si nascondeva, che spariva proprio quando iniziavo a avvicinarmi troppo, che mi lasciava con solo frammenti di chi era invece di darmi l’intera persona.

Vabbè sono anche le 2h20 di notte ed io già a quest’ora non ci capisco niente, soprattutto dopo una serata movimentata come questa. E qui finalmente il riconoscimento del contesto, l’ammissione che forse non ero nella condizione migliore per scrivere email così importanti, che forse avrei dovuto aspettare il mattino, dormirci sopra, rileggere con mente lucida. Ma ovviamente non l’avrei fatto, ovviamente dovevo scrivere proprio in quel momento, perché era allora che il dolore era insopportabile, era allora che le parole venivano fuori senza filtri, era allora che potevo essere davvero onesta invece di proteggermi dietro barriere di orgoglio e autocontrollo.

Vorrei solo sapere che cosa tu vuoi da me, fammi questo piacere. E qui tornavo alla domanda fondamentale, quella del titolo, quella che ossessionava tutta l’email, quella che continuava a ripetere in variazioni diverse: cosa vuoi da me? Dimmi cosa vuoi, chiariscimi dove stiamo andando, fammi capire se c’è un futuro o se sto solo perdendo tempo, se devo continuare a sperare o se devo lasciar perdere e andare avanti.

Almeno potrò sparire con lo spirito tranquillo. Questa frase, questa minaccia velata di andarsene, di sparire io a mia volta, era insieme una richiesta di aiuto e un ultimatum: dimmi qualcosa, qualsiasi cosa, anche se è “non mi interessi”, almeno saprò, almeno potrò andarmene invece di restare qui ad aspettare, a sperare, a torturarmi.

Probabilmente starai sotto esami, non lo so. E qui, dopo tutta quella fermezza, dopo tutta quella chiarezza nel dire cosa non andava, tornavo a scusarla, a trovare giustificazioni per il suo comportamento, a darle una via d’uscita, a dire “forse hai una buona ragione, forse sono io che sto esagerando, forse dovrei essere più paziente“.

Ogni volta cerco di scusarti, ma inizia a pesarmi. E questa frase finale, prima dei saluti, racchiudeva tutto il problema: era un pattern, io che scusavo, io che giustificavo, io che trovavo motivi per cui lei si comportava così, ma il peso di questo continuo giustificare stava diventando insostenibile, stava iniziando a schiacciarmi, a togliermi energia, a farmi sentire stupida per continuare ad accettare un comportamento che in fondo sapevo essere inaccettabile.

Buona notte. Due parole secche, formali, che chiudevano quell’email senza dolcezza, senza baci virtuali, senza emoticon, perché dovevo mantenere almeno un briciolo di dignità, dovevo far sembrare che potessi anche farne a meno, che non fossi così disperata come invece ero.

Guardando indietro da qui, dal 2026, quasi vent’anni dopo quella email notturna, riconosco così chiaramente tutti i segnali che allora non volevo vedere. Morgana era esattamente il tipo di persona che dicevo fosse: quella che sparisce, quella che dà segnali contrastanti, quella che ti tiene agganciata senza mai impegnarsi davvero, quella che usa la complicazione legittima delle relazioni lesbiche come scusa per non affrontare i propri problemi di intimità e impegno.

E io? Io ero quella che scriveva email alle due del mattino cercando di sembrare forte mentre era evidente che stavo crollando, quella che si vantava di avere “tantissime ragazze” interessate mentre era fissata con l’unica persona che non la voleva davvero, quella che continuava a scusare comportamenti inaccettabili mentre diceva esplicitamente che le pesavano.

Era patetico? Un po’ sì. Era autentico? Assolutamente. Era necessario? Probabilmente no, probabilmente avrei dovuto semplicemente lasciar perdere molto prima, avrei dovuto riconoscere che qualcuno che sparisce così regolarmente non è qualcuno che merita il mio tempo, la mia energia, le mie email notturne cariche di vulnerabilità mascherata da fermezza.

Ma quando hai vent’anni e sei attratta da qualcuno, quando pensi di aver finalmente trovato qualcosa dopo la delusione con Alisa, quando vuoi disperatamente che funzioni perché hai bisogno di dimostrare a te stessa che puoi avere una relazione vera con una donna, allora scrivi email alle due del mattino chiedendo “cosa vuoi da me?” sperando che la risposta sia “te, voglio te, voglio stare con te, voglio che questo funzioni“.

Ma la risposta di Morgana è stata evasiva, ha detto qualcosa senza dire niente, ha giustificato il suo comportamento senza cambiarlo. Mi ha tenuta lì appesa un po’ di più prima di sparire di nuovo.

Perché i fantasmi fanno così. Appaiono giusto abbastanza per farti credere che siano reali, che ci sia sostanza, che ci sia futuro, e poi svaniscono di nuovo lasciandoti a dubitare di quello che hai visto, di quello che hai sentito, di quello che pensavi ci fosse tra voi.

E io, da parte mia, ho continuato a cercare di conoscere quel fantasma, ho continuato a scusare, a giustificare, a aspettare, fino a quando non ce l’ho più fatta, fino a quando anche io sono sparita, anche se probabilmente ci è voluto molto più tempo di quanto avrebbe dovuto, molto più dolore di quanto fosse necessario.

Ma questa email, questa testimonianza di frustrazione notturna, resta importante perché mostra che almeno a un certo punto, anche se per poco, anche se solo alle due del mattino dopo una serata movimentata, ho avuto la lucidità di dire “questo non va bene, questo mi pesa, ho bisogno di chiarezza, ho bisogno di sapere cosa vuoi da me“.

Anche se poi, probabilmente, il giorno dopo ho continuato a scusarla.

Anche se poi ho continuato a restare.

Anche se poi sono diventata io il fantasma di me stessa, quella persona che aspetta qualcuno che non arriva mai davvero.

Ma hey, almeno ho scritto un’email notturna memorabile.

Anche se quella cosa delle “tantissime ragazze” resta imbarazzante.

Sborona, davvero.

Ma almeno ero una sborona lucidamente disperata.

E forse, alla fine, è tutto quello che si può essere a vent’anni quando scrivi a un fantasma alle due e venti del mattino chiedendogli cosa vuole da te.

Anche se già sai la risposta.

Anche se continui a sperare di sbagliarti.

Anche se sai che non ti sbagli.

Buona notte, Morgana.

Fantasma dei miei vent’anni.

Spero tu abbia finito quegli esami.

Qualunque esami fossero.

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