Bene, eccomi ancora qui, a raccontarvi come sono sopravvissuta a un’altra settimana di quelle che ti lasciano addosso più domande che risposte. E non parlo di quelle settimane che ti fanno tirare un sospiro di sollievo il venerdì sera con il pensiero che almeno c’hai il weekend, perché la verità è che fra qualche giorno non avrò nemmeno il lusso di dire “la settimana è finita”. Mercoledì, infatti, entro in ospedale per la mia quarta operazione e credetemi, non sono affatto pronta. Ma poi, ditemi, chi lo sarebbe davvero?
Questa volta si tratta delle tonsille, che già dette così suonano come una roba da bambini, e invece per me hanno sempre avuto un peso particolare, visto che la gola è stata da sempre il mio strumento principale. Prima col canto, poi col doppiaggio, ora con le formazioni e le registrazioni: è come se ogni parola passasse attraverso un filtro che non funziona più bene e che va sostituito. Non è che ci siano molte opzioni: febbri continue, mal di gola che non passano, difficoltà a mangiare perché quelle tonsille sono diventate grosse come noci. Ci rido sopra, ma non c’è molto da ridere.
Per fortuna Katy ha preso dieci giorni di permesso per starmi accanto, che già il pensiero mi alleggerisce un po’. Perché a quanto pare il settimo e l’ottavo giorno post-operatori sono i più rischiosi, e c’è da stare all’erta per le possibili emorragie. L’angoscia è lì che ti aspetta, pronta a saltarti addosso appena smetti di distrarti. Ma vabbè, è andata così, e non mi resta che prepararmi.
Sul fronte amicale, invece, vi dico che finalmente respiro. Ho conosciuto una coppia molto simpatica, e sì, ovviamente lella, manco a dirlo, con cui ci siamo trovate subito bene. Persone mature, sensibili, con cui parlare non è fatica ma piacere. Una delle due ha un’APC come me, che per chi non lo sapesse vuol dire Alto Potenziale Cognitivo. Non è un’etichetta buttata lì a caso, è il modo per dire che hai un cervello che va a una velocità tutta sua, collega le informazioni in un modo che agli altri spesso sembra strano, o addirittura esagerato.
Il bello di incontrare qualcuno così è che non ti devi spiegare ogni due secondi, non ti senti strana se noti dettagli che gli altri ignorano, non hai quella sensazione di essere sempre fuori posto. Ero convinta che fosse impossibile trovare una persona che mi capisse al volo, e invece eccola lì, che in pochi minuti è riuscita a farmi sentire “a casa”. Una sensazione meravigliosa, credetemi.
Ora, chi come me ci convive sa cosa significa avere un cervello che non si ferma mai: ansia, pensieri a raffica, progetti che si moltiplicano senza mai arrivare alla fine, la fatica di integrarsi in gruppi che sembrano parlare una lingua diversa, la sensibilità che ti fa ferire anche quando non vorresti. Ma quando incontri qualcuno che ti capisce, tutto questo pesa meno, diventa più gestibile. E allora sì, per la prima volta da tempo ho la sensazione che magari qualche legame vero si possa ancora costruire.
Poi ci sono i momenti che non ti fanno respirare, quelli che ti riportano indietro a ricordi che preferiresti lasciare chiusi in un cassetto. Mia zia è tornata in ospedale dopo la rimozione dei seni. Ha avuto un edema e l’hanno dovuta rioperare. Rivivere tutto questo dopo mia madre, dopo quel calvario che ancora oggi mi porto addosso, è stato devastante. Ogni volta che sento la parola “cancro” ho come un tremito dentro, una ferita che non si chiude. E stavolta non riesco a fingere indifferenza, non riesco a farmi forza. È troppo. Punto.
E proprio in questi giorni, come se il destino avesse voluto farmi fare un viaggio dentro me stessa, ho ripreso in mano il progetto “diario”. Mi ero fermata a 300 pagine, ma ce ne sono ancora tante da trascrivere. Oggi, per caso, ho ritrovato persino il manifesto del Diario di una lella. Non so se ridere o piangere. Una volta davanti a quelle righe, sono crollata.
Era l’11 ottobre 2013. Scrivevo di addii, di partenze, di una vita da ricostruire pezzo per pezzo. Ricordavo l’Italia lasciata alle spalle, i capelli persi, la rabbia, il dolore, e quella sensazione di dover ripartire da zero in Francia, senza soldi, senza orgoglio, ma con una nuova forza, forse con una nuova pelle. Scrivevo che dopo vent’anni non avevo più paura di dire che ero lesbica, che dopo quattordici non mi faceva più tremare il cuore dire che mia madre era morta, che dopo un anno riuscivo a non sentire il peso della separazione da Cassandra. Scrivevo che anche mio padre, in un certo senso, per me era morto, perché assente da troppo tempo.
Rileggere quelle pagine è stato come aprire una porta e trovarmi davanti una me che avevo quasi dimenticato: fragile, distrutta, ma pronta a ricominciare. Eppure, in quella fragilità c’era anche una forza che non pensavo di avere. Lavoravo, mi sentivo “nuova”, e scrivevo che sognavo ancora una famiglia, qualcuno da amare. Quell’eco mi è rimasto dentro per tutto il giorno.
Intanto il blog va avanti. Gli episodi di Appunti di Sara Gualtieri e del Quasi diario di Giulia sono pronti, programmati e a breve arriveranno anche su Spotify. Mi sto organizzando, vedrò in base alle statistiche cosa mantenere e cosa, eventualmente, lasciare andare. Scrivere è una passione, ma vorrei che diventasse più di un hobby. Non dico un lavoro sicuro, ma almeno un percorso.
In più, ho messo online il nuovo video su Honey Don’t. Montarlo mi è piaciuto, e ancora una volta ho avuto la conferma che il lavoro con i video mi appassiona tanto quanto quello con la scrittura. Certo, fare video “veri” e non solo generati con l’IA richiederebbe persone, soggetti, amici pronti a farsi riprendere. Io non ne ho tanti, ma quelli che ci sono, per fortuna, valgono.
Chiudo qui, per oggi. Domani sarà un altro giorno, con i suoi impegni, i suoi problemi e magari anche qualche gioia inaspettata. Intanto mi preparo all’operazione, cercando di non pensarci troppo, e tengo stretto quello che di buono è arrivato in questa settimana. Nonostante tutto.