Stamattina mi sono svegliata che fuori la luce sembrava già una bugia. Maggio, dicono. Eppure dietro il vetro della cucina si vedeva quel cielo grigio chiaro che da queste parti, in montagna, non si decide mai tra pioggia e schiarita. La moka era già sul fornello, abitudine ostinata da quando ho deciso che la macchinetta a capsule era un tradimento ai miei vent’anni romani.
Mi sono seduta al tavolo con un quaderno aperto. Il quaderno è un Moleskine consumato sull’angolo destro, perché lo porto sempre nella borsa di tela e ogni volta lo sbatto contro le chiavi di casa. Tre pagine al mattino, mi ero detta a gennaio. Ne avrò scritte forse trenta, in cinque mesi. Stamattina però la matita era pronta, in posizione di tiro, e io guardavo la pagina bianca con la stessa devozione con cui da piccola fissavo il libro di catechismo: prima o poi, ne sono certa, qualcosa accadrà.
In bagno scorreva l’acqua. Katy si stava svegliando piano, nel suo ritmo di sabato. Fra poco sarebbe arrivata in cucina, scalza, con i capelli ancora attaccati al cuscino, e avrebbe chiesto se la moka era della prima o della seconda passata. È un nostro piccolo rito. La prima è sua, la seconda mia. La differenza la sente solo lei, però la rispetto.
Il telefono ha vibrato. Era Alisa, da Roma.
«Aòh, sei sveglia?»
«Già sveglia. Caffè in corso.»
«Ti volevo solo dire che ho fatto i biscotti alle nocciole. Peccato che dalle tue montagne non li puoi assaggiare.»
«Vuoi dirmi che li hai bruciati.»
«Mezzi sì e mezzi no, ma sono buoni anche così. Sai com’è.»
«Beata te. Qua c’è la nebbia che ci abbraccia da stanotte.»
«Pure il quaderno t’aspetta dopo, mica scappa.»
Ho chiuso la moka, ho versato due dita di caffè in una tazzina blu — quella scheggiata, l’unica che mi piace — e ho controllato l’orario. Le otto e ventidue. In montagna di sabato, dieci minuti per arrivare al paese se prendo il sentiero che taglia il bosco, mezzora se decido di passare davanti al banco dei fiori del mercato. C’è una donna là che vende ranuncoli, e mi sembrava una buona giornata per un mazzetto.
Katy è entrata in cucina. Ha la maglia dentro al pantalone della tuta come una bambina che si è vestita da sola.
«Vai giù?»
«Vado al mercato.»
«Mi prendi il pane di segale?»
«Glielo dico al fornaio. Sai che si lamenta sempre del freddo.»
«Mannaggia, anche oggi?»
«Anche oggi.»
Ho preso le chiavi, il portafoglio, il quaderno. Giuro a me stessa che non scriverò una riga, però il Moleskine viaggia con me come un cane vecchio che mi guarda quando esco senza guinzaglio. Sulle scale ho incontrato la signora del piano di sotto, con la borsa della spesa già piena.
«Bonjour Allison, presto, eh?»
«Bonjour. Vado al mercato.»
Lei ha annuito col mento, con quella sapienza tutta da donna di montagna che decifra le tue mattine prima che tu le abbia capite. «Allora piano sul tornante, è bagnato.»
Fuori, la pioggia aveva cominciato a piovigginare. Una pioggia leggera, di quelle che lasciano solo un’ombra umida sulla spalla del cappotto, e che in montagna sembrano sempre un pretesto per non decidere fra pioggia e nebbia in caduta. Ho infilato le mani nelle tasche e ho camminato piano. La testa mi pesava ancora del sonno, e mentre scendevo il sentiero verso il paese pensavo a quanto fosse vecchia questa mia abitudine di lasciare che il sabato mattina la valle mi parli prima che io le rivolga la parola.
Mi piace il sabato di maggio. È un giorno che non sa decidere se appartenere ancora alla primavera dispettosa o concedersi all’estate. È il giorno in cui i miei vicini portano il cane lungo il torrente, le scuole sono chiuse, e qualche bambino comincia alle nove a urlare al genitore dal balcone con voce da piccola sagra di paese. Io scendo fra loro con la mia tazzina vuota già lavata e la testa che ha bisogno di un secondo caffè, perché il primo è solo una promessa.
Dal quaderno, prima di uscire, era saltato fuori un foglietto. C’era scritto, di mio pugno e con una grafia da bambina: «tre pagine di nulla, però scritte». Non ricordo quando l’ho scritto, ma ricordo perfettamente perché. Avevo letto da qualche parte — forse in un saggio sulla scrittura che mi aveva prestato una amica scrittrice — che la disciplina del nulla è la prima vera disciplina dello scrittore. Tre pagine al mattino, anche di niente: una lista della spesa, la descrizione del soffitto, le lamentele di ieri sera, tutto va bene purché vada sulla pagina.
Cammino, e mi rendo conto che il mio quaderno è una specie di cronaca degli evitamenti, fatta di pagine in cui parlo del piatto della cena, di pagine dove descrivo i bottoni del cappotto di mia madre conservato in un armadio insieme alle sue camicie da notte, e di altre dove ricopio frasi di canzoni che capisco a metà e che proprio per questo mi sembrano vere. Tre pagine di nulla, settimana dopo settimana, e poi un giorno la pagina si decide a partire e ne nasce un articolo per il blog, oppure un racconto, oppure una mail mai spedita.
Arrivo al banco dei fiori. La fioraia mi conosce abbastanza da non chiedermi se i fiori siano per qualcuno o per me.
«Trois euros, Allison.»
«Madame, dammi quelli rosa, dai.»
«Sembri umida. Le rose, c’est mieux que le gris.»
Rido. Lei mi avvolge il mazzetto in una carta velina trasparente e ci infila lo spago, lo lega con la cura con cui si lega un cane piccolo a un albero. «Et la pluie, hein? Pas sur les fleurs. Sinon elles ferment.»
Dal banco dei fiori a casa ci sono altri venti minuti, durante i quali ho il tempo di pensare che non mi piace come ho aperto stamattina la pagina del quaderno. Ho scritto solo «Sabato 2 maggio» e poi mi sono fermata, perché la data, da sola, mi è sembrata una bugia pure quella. La data dichiara che il tempo passa, e oggi non avevo voglia di ammetterlo.
Apro la porta di casa. Katy è in cucina, scalza come avevo immaginato, con la tazza di caffè già in mano e un paio di calzini infilati al volo nelle ciabatte. Sente che entro e non si volta.
«Hai trovato il pane di segale?»
«Sì. Il fornaio ha bestemmiato il freddo solo due volte oggi.»
«Allora è una giornata storica.»
Mi siedo sulla solita sedia, quella vicina alla finestra. Da qui si vede una porzione di tetto, un cipresso del giardino vicino e, in fondo, la sagoma sfumata del crinale. Le porgo il mazzetto.
«Ti ho preso anche i fiori.»
«Me li porti perché stai bene o perché stai male?»
«Sto provando a capirlo.»
Beviamo il caffè in silenzio per un minuto. Mi piace quando i silenzi con Katy non hanno bisogno di essere riempiti. Lei mi guarda, mi studia, abbassa gli occhi sulla tazzina. È una di quelle persone che hanno imparato presto che le domande migliori si fanno con i gesti.
«Allora, com’è il quaderno?»
«Tre pagine di nulla. Però scritte.»
«Mica male.»
«No, niente male.»
Fuori ricomincia a piovigginare. Resto in cucina con Katy ancora un’ora, abbastanza per parlare di niente e di tutto: di una serie nuova che non abbiamo ancora avuto il coraggio di iniziare, della libreria del paese che ha cambiato vetrina e adesso espone romanzi tradotti dall’italiano, del pane di segale che ogni volta sembra una piccola avventura. La conversazione cammina al ritmo dei sorsi, lentamente. Quando mi alzo per lavare le tazzine, il cielo è ancora più grigio di prima. Il quaderno mi pesa nella borsa appoggiata sulla sedia, e mi sembra il peso giusto.
Penso che oggi farò solo questo: camminare ancora un poco verso il bosco di larici dietro casa, leggere la vecchia tabella di legno con i nomi dei sentieri che si sbiadiscono ogni inverno, tornare. La pagina del quaderno la guarderò domani. Stasera pulirò la moka, asciugherò i ranuncoli che ho preso anche per me, leggerò qualche pagina di un libro che ho già aperto e richiuso quattro volte. Maggio è un mese onesto. Mi concede di lasciare il libro a metà, di trascurare le mail in coda, di chiudere certe pagine senza arrivare alla fine, e in cambio mi chiede solo di prestargli attenzione. Tre pagine di nulla, però scritte. E qualche passo sotto la pioggia, lento, posso considerarlo un capitolo.