Penso che in questi giorni stia vivendo i momenti più felici di sempre, e la cosa ridicola è che riguardano un cavallo, un animale di cui fino a qualche anno fa avevo una paura fottuta, quei bestioni enormi che ti guardano con quegli occhi liquidi e intelligenti e tu non sai mai cosa stanno pensando, se ti vogliono bene o se stanno calcolando il momento giusto per schiacciarti un piede con settecento chili di peso distribuiti su uno zoccolo grande quanto un piatto da portata.
Il cavallo in questione si chiama Argos. Ed è mio. A rate, certo, perché non è che i cavalli li regalino e non è che io abbia un conto in banca da ereditiera, ma è mio, con tanto di documenti e microchip e quella sensazione strana di possedere un essere vivente che pesa dieci volte me e che potrebbe decidere in qualsiasi momento di mandarmi a quel paese con una testata.
Come ci sono arrivata? Follia pura. Crisi dei quasi quarant’anni, anche se ne ho trentotto e quindi tecnicamente mancherebbero ancora due anni alla cifra tonda, ma il cervello evidentemente ha deciso di anticipare i tempi. Chiamatela come volete: momento di debolezza, colpo di testa, decisione avventata presa durante una di quelle sere in cui guardi il soffitto e pensi “e se facessi quella cosa completamente folle che non avrei mai pensato di fare?”. Ecco, io l’ho fatta.
La cosa ancora più assurda è che se qualcuno mi avesse detto, diciamo a novembre scorso, che nel giro di sette mesi mi sarei comprata un cavallo, gli avrei riso in faccia. A novembre dicevo a Katy, con quella sicurezza granitica di chi è convinto di conoscersi: “Ti occupi tu dei tuoi cavalli, io non voglio saperne nulla.” I tuoi cavalli, notare bene. Tuoi. Io ero quella che li guardava da lontano, che dava una carota ogni tanto, che si occupava delle passeggiate ma mantenendo sempre quella distanza emotiva di sicurezza, quella che ti permette di non affezionarti troppo, di non soffrire troppo, di non ritrovarti un giorno a firmare un contratto di acquisto a rate per un animale che mangia più di te e che ha bisogno di cure che costano quanto un affitto.
E invece eccomi qui.
Argos è uno strano miscuglio genetico, una di quelle combinazioni che sulla carta non dovrebbero funzionare ma che nella realtà producono qualcosa di magnifico. Sua madre era una Frisona, quei cavalli olandesi neri e maestosi con i crini lunghi che sembrano usciti da un quadro rinascimentale. Suo padre era un Arabo, elegante e nervoso e probabilmente convinto di essere il centro dell’universo come tutti gli Arabi che si rispettino. Il risultato è un cavallo bianco e nero con prevalenza scura, che ha preso soprattutto dal lato Frisone, per fortuna, perché gli Arabi sono bellissimi ma hanno quel carattere un po’ troppo vivace per i miei gusti, quel modo di reagire a tutto come se il mondo fosse costantemente sul punto di finire.
Se un giorno mi avessero chiesto di descrivere il cavallo dei miei sogni, ammesso che avessi mai pensato di volerne uno, cosa che fino a poco tempo fa era impensabile dato il terrore che mi facevano, avrei descritto esattamente lui. Sempre e comunque lui. Quella combinazione di potenza e dolcezza, quella massa scura che si muove con una grazia che non ti aspetti da un animale di quelle dimensioni, quegli occhi che ti cercano quando entri nel campo.
Oggi è il quinto giorno che sta a casa, nel campo dietro casa nostra, quello piccolo dove posso vederlo dalla finestra della cucina mentre bevo il caffè la mattina. E mi sono già abituata a questa cosa, a guardare fuori e vederlo lì, a uscire e sentirlo nitrire quando mi riconosce, a passare ore a spazzolarlo senza che nessuna delle due parti si annoi. Ha iniziato a cercarmi per le coccole, ad appoggiarmi la testa sulla spalla con quel peso che potrebbe essere fastidioso ma che invece è solo rassicurante, a seguirmi con lo sguardo quando mi allontano. Insomma, è un amore. Uno di quegli amori che non ti aspetti, che arrivano quando meno te li aspetti, che ti cambiano le giornate senza che tu te ne renda conto.
Il problema è che venerdì lo porteremo nell’altro campo, quello dove vivono già Thésée e Lucifero, e quasi mi si spezza il cuore a pensarci. Thésée è il nostro Comtois di un anno e due mesi, quella montagna di muscoli e pelo che mi ha insegnato più cose sulla vita di quanto avrei mai immaginato, quello che l’anno scorso ci ha fatto passare notti insonni con quel problema di salute che sembrava non finire mai. Lucifero è lo Shetland, il piccolo despota del gruppo che oggi compie cinque anni e che durante il pareggio di stamattina si è comportato come un perfetto gentiluomo, fermo, tranquillo, a dimostrare che sotto quella criniera da troll si nasconde un cavallo educatissimo quando vuole.
La paura che ho, quella che mi tiene sveglia la notte e che probabilmente è irrazionale ma che non riesco a scacciare, è di perdere questa relazione che ho costruito con Argos in questi cinque giorni. Perché so cosa è successo con Thésée quando lo abbiamo spostato nell’altro campo insieme a un altro cavallo e un asino.
È cambiato. Il mio puledro dolce e sensibile, quello che mi cercava sempre, quello che si appoggiava a me come se fossi l’unica cosa stabile nel suo mondo, è diventato un altro animale. Meno affettuoso, più nervoso, con quel modo di dire “lasciami in pace” che ti fa male anche se sai che è normale, che è parte della crescita, che probabilmente sta solo attraversando la sua versione equina dell’adolescenza. Morde, tira, faccio fatica a tenerlo durante le passeggiate. E mi manca, il mio Thésée di prima. Quello che però ogni tanto ricompare, in momenti inaspettati.
Come oggi, per esempio, durante il suo primo pareggio. Il pareggio degli zoccoli, per chi non lo sapesse, è quella cosa che bisogna fare periodicamente per mantenere gli zoccoli in salute, una specie di pedicure equina che richiede che il cavallo stia fermo su tre zampe mentre qualcuno gli lavora la quarta. Non è facile per nessun cavallo, figuriamoci per un puledro di un anno che lo fa per la prima volta e che abbiamo iniziato a educare a questa cosa solo due settimane fa.
È stata un’esperienza faticosa, non lo nego. Settecento chili che non riescono a tenersi in equilibrio su tre zampe e che si appoggiano a te con tutto il peso, settecento chili sulla spalla mentre cerchi di non cedere e di mantenere la calma perché se ti agiti lui si agita e diventa tutto più complicato. Ma in mezzo a quella fatica, in mezzo a quel caos di zoccoli e pelo e sudore, Thésée cercava il nostro contatto. Ci guardava con quegli occhi da cucciolo, allungava il muso per toccarci, come a dire “so che è difficile ma ci siete voi e va bene così”. E in quei momenti ho rivisto il mio puledro, quello che pensavo di aver perso, quello che forse sta solo crescendo nel modo in cui crescono tutti, con strappi e cambiamenti e fasi che sembrano eterne ma che poi passano.
Ho anche il sospetto che stia facendo i denti, il che spiegherebbe parecchie cose. Ma il sospetto non basta a cancellare la preoccupazione.
E quindi eccomi qui, divisa tra la felicità assoluta di questi giorni con Argos e il terrore che tutto cambi quando lo sposteremo, quando inizierà a vivere con gli altri, quando le dinamiche del branco prenderanno il sopravvento su quella relazione esclusiva che abbiamo costruito. Probabilmente sto esagerando, probabilmente sono tutte seghe mentali di una che tende a pensare troppo, probabilmente andrà tutto bene e io mi ritroverò a ridere di questa ansia fra qualche mese.
Ma intanto l’ansia c’è. E non se ne va.
Quello che so per certo è che la mia vita è cambiata radicalmente in sette mesi. Da “non voglio saperne nulla dei cavalli” a proprietaria di un Frisone-Arabo comprato a rate. Da quella che guardava da lontano a quella che passa ore nel campo a parlare con un animale che probabilmente non capisce una parola di quello che dico ma che sembra ascoltare lo stesso. Da quella che aveva paura a quella che si addormenta pensando a quando potremo partire tutti insieme, io e i tre cavalli, verso la Camargue, a galoppo sulla spiaggia con il vento nei capelli e quella sensazione di libertà che ho visto solo nei film ma che adesso sembra possibile, reale, a portata di mano.
O di zoccolo.
Vedremo come andrà venerdì. Vedremo se Argos cambierà come è cambiato Thésée. Vedremo se questa storia d’amore appena iniziata sopravviverà alla convivenza.
Per adesso mi godo questi ultimi giorni di esclusiva. Questi momenti in cui esco di casa e lui mi viene incontro, in cui gli parlo e lui inclina la testa come se stesse davvero ascoltando, in cui mi appoggia il muso sulla spalla e il mondo, per qualche istante, sembra un posto più semplice.
Un posto dove una che aveva paura dei cavalli può comprarsene uno a rate.
E non pentirsi neanche un po’.