Il cielo si era spaccato sopra il paese poco dopo le tre, quando ancora pensavo che la pioggia avrebbe aspettato la sera, e invece il primo tuono è arrivato come una porta sbattuta da qualcuno che non aveva pazienza, secco, senza preavviso, e poi giù acqua a piombo sulle tegole, sulle persiane mezze aperte, sulla stradina di pietra dietro casa che in tre minuti si è messa a luccicare come un piccolo torrente. Stavo in cucina, le mani ancora sporche di farina di grano saraceno e di un cucchiaio di gomma di guar che mi era caduto sul piano, perché avevo deciso di provare a fare il pane senza glutine in casa, di nuovo, con la solita testardaggine di chi non si rassegna ai pani gommosi del supermercato e si convince ogni volta che questa è la volta buona. Avevo già modellato la pagnotta, infilata nello stampo, coperta con un panno, e l’avevo messa nel forno a lievitare con la luce accesa, perché era una giornata grigia, l’umidità alta, e l’impasto sembrava non avere voglia di muoversi.
Il forno alle tre e venti l’ho acceso a 220, con la pagnotta dentro che aveva fatto quello che doveva fare, una specie di gibbosità modesta sopra lo stampo, niente di spettacolare, e poi mi sono allontanata per chiudere la finestra del bagno perché la pioggia stava entrando obliqua a bagnare il tappetino. Quando sono tornata in cucina, è suonato il telefono.
Sul display c’era scritto Cri, e per un attimo l’ho guardato senza decidere se rispondere, perché Cristiano alle tre e mezzo di un lunedì pomeriggio chiama solo se ha qualcosa da raccontare oppure se ha bisogno di non stare zitto, mai per due chiacchiere brevi. Ho risposto.
«Allì, dimmi che non stai dormendo» ha detto, la voce un po’ impastata, di chi viene dalla strada.
«Stavo facendo il pane.»
«Senza glutine?»
«Eh, senza glutine.»
«Allora ho fatto bene a chiamare. Ti distraggo prima che ti venga male.»
«Cri, non rompere. Magari oggi viene su.»
«Magari oggi piove anche a Roma» ha detto, e ha riso piano, di un riso piccolo, di quelli che gli vengono quando vuole farti capire che va tutto bene senza doverlo dire. «Tu lo sai che mi piacciono i pretesti, no? Volevo dirti che la mia analista parte per due settimane. Va a un convegno in Olanda. Mi ha lasciato un foglio con i numeri delle colleghe in caso di emergenza.»
«Beh, allora andrà tutto liscio.»
«Sì oh, lo so.»
«Cri, scusa, ti devo lasciare un secondo, sento odore di bruciato.» Non era ancora bruciato. Il mio naso, lo dico io, fa il suo dovere e mi avverte prima del fumo, mi avverte sempre quando qualcosa nel forno sta prendendo una piega che non aveva pattuito con me. Ho aperto lo sportello, e dentro la pagnotta stava lì, brunita ai bordi, leggermente più scura del dovuto su un lato — quello vicino alla resistenza, naturalmente, perché il forno francese che ci hanno lasciato i precedenti inquilini ha questa simpatica abitudine di scaldare più da un lato — e ho tirato fuori lo stampo con i guanti, e il pane sembrava avercela fatta, una buccia che si sentiva croccante anche al tatto, una crepa sul dorso che era una promessa.
L’ho appoggiato sulla griglia sopra il tavolo e ho ripreso il telefono. «Scusa Cri, ci sono, il pane si è salvato.»
«Vedi che ti porto fortuna? Telefono e si salva il pane.»
«Sì oh, magari la prossima volta chiama prima.»
Fuori la pioggia continuava, con un ritmo più basso, ormai era diventata pioggia onesta di maggio, di quelle che lavano i tetti e i sentieri e poi smettono prima del tramonto. Katy era andata in paese poco prima di pranzo, doveva passare dal banco dei formaggi della signora Brigitte e poi dalla cartoleria, e adesso doveva essere finita sotto il temporale a qualche portone, con le buste, le scarpe sbagliate e un certo tono nella testa che le veniva quando le si interrompevano i programmi. La conoscevo bene, quel tono, perché lei tornava a casa e cominciava a parlare ancora prima di togliersi la giacca, raccontando per filo e per segno chi le aveva consigliato di ripararsi e in quale androne, e la cosa più bella era che dopo dieci minuti era passato tutto, perché Katy ha il dono di mollare le cose se le racconta a voce alta, glielo invidio.
«Cri, ce l’hai un consiglio per quando il forno scalda da un lato solo?»
«Maddai. E che ne so io di forni. Il mio in cucina non lo uso da mesi.»
«Ti pareva.»
«Però una volta mia nonna girava il tegame a metà cottura. Faceva un giro di novanta gradi e via.»
«Tua nonna era una donna saggia.»
«Mia nonna era una donna stanca, è diverso.»
Abbiamo riso. Lui ha continuato a parlare un poco, mi ha raccontato che a Roma c’era afa pesante, che doveva andare a prendere un libro al Banco Vecchio, una vecchia edizione di Dostoevskij che gli aveva detto un amico, e io l’ho ascoltato, ho guardato la pagnotta che mandava un filo di vapore, ho pensato che la cosa più bella di una telefonata di Cristiano è che ti chiama per niente e ti lascia tutta una serie di pretesti per pensare ad altro, a Roma, ai libri, alla nonna che gira i tegami, e nel frattempo il pane si fa, la pioggia si dirada, Katy sta per arrivare, e tu hai la sensazione di non essere stata sola un solo minuto.
Quando ha chiuso, il silenzio in cucina è tornato a essere quello dei lunedì pomeriggio di paese, attutito, con il ticchettio della pioggia che si era ridotto a uno sgocciolio dalla grondaia e qualche corvo che chiamava da lontano. Mi sono seduta sulla sedia di legno con lo schienale storto, davanti al pane, con la testa appoggiata alle mani, e ho guardato la pagnotta come si guarda una persona che ti ha dato meno fatica del previsto. Ho pensato che fra qualche minuto avrei tagliato la prima fetta, ancora calda, l’avrei mangiata con un velo di burro salato della latteria di sopra, e che mi sarebbe piaciuta anche se la mollica fosse rimasta un poco compatta, perché un pane fatto in casa quando piove fuori vale comunque la pena, e perché vivere qui, in questa cucina con la finestra che dà sul sentiero, era una di quelle scelte di cui ogni tanto ti viene da ringraziare te stessa, sottovoce, senza retorica.
Poi ho sentito la chiave nella serratura, Katy che entrava parlando già, la giacca bagnata che lasciava una traccia sul pavimento, il sacchetto della spesa che faceva un rumore liquido perché qualcosa dentro si era rovesciato. «Allì, mi è esploso lo yogurt, e non ridere.»
«Non rido.»
«Mi sa che ridi.»
«Ti pareva, oh.»
Ha posato tutto sul tavolo, ha visto il pane sulla griglia, si è zittita un secondo, ha alzato un sopracciglio come fa lei quando vuole sembrare severa e invece è solo contenta, e poi: «Mi hai fatto il pane.»
«Non l’ho fatto per te, l’ho fatto perché mi andava.»
«Sì, va be’.»
«Va be’ un corno.»
Le ho passato il coltello, lei ha tagliato due fette, una a testa, e per qualche minuto siamo state in piedi vicino al tavolo a mangiare il pane caldo con il burro e a guardare fuori, dove ormai era rimasta una pioggerellina sottile che batteva sulle foglie dei due platani giovani della piazza, in fondo alla discesa.
«Aòh, oggi è proprio una bella giornata» ho detto, e Katy mi ha guardata fissa per un istante, asciugandosi i capelli con il palmo, ha ingoiato un boccone, e ha annuito.
«Sì, oggi è una bella giornata.»