Il lunedì in paese arriva sempre nello stesso modo: il furgone del fruttivendolo che parcheggia storto in piazza, le saracinesche del bar che si tirano su a strappi, un cane qualunque che si stira sul gradino del marciapiede e in quel momento si ricorda di essere nato qui, prima di tutti gli altri. Mi piace uscire presto, prima che il sole scavalchi la cresta e si appoggi sui tetti. La luce di queste ore non illumina, raspa, e ti porta via le abitudini, la pigrizia, le cose che ti sei portata dietro dal letto.
«Vai tu» borbotta Katy dal divano, la voce mezza nel cuscino. «E le mele, mi raccomando. Quelle gialle no, eh.»
«E perché no quelle gialle? Sono le mie preferite.»
«Perché no, dai. A maggio non sanno di nulla.»
«E quelle verdi sono acerbe.»
«Sì oh, lo so.»
«E allora?»
«Boh. Vedi te.»
«Beh non puoi prendere una decisione?»
«Sono le sette, Allison, non rompere.»
Esco con la borsa di tela che il vento di marzo aveva strappato sul manico e che ho rammendato l’altra settimana con uno spago marrone preso dalla cassetta degli attrezzi: una di quelle riparazioni che sembrano provvisorie e poi durano più di quelle fatte bene. La discesa dal nostro lato del paese è breve, una stradina di pietra con una curva stretta dove ogni inverno qualcuno scivola, e cento metri sotto comincia il lastricato della piazza. È un quadrato piccolo, con la fontana al centro, due platani giovani che il comune ha piantato in autunno e tre banchi al massimo: il fruttivendolo, la signora dei formaggi, una ragazza che viene su dalla valle a vendere saponi.
«Bonjour Madame Lister» mi dice il fruttivendolo senza alzare la testa dalla cassetta. «Le mele oggi sono buone, le ho prese in valle stamattina presto.»
«Le gialle no, purtroppo.»
«Eh, le gialle sono buone a settembre, signora, sono fatte così. A maggio non sanno più di niente, è normale.»
«E quelle rosse?»
«Le rosse vanno benissimo, sono dolci. A dirla tutta, a maggio non sa più di niente quasi nulla, anche le persone.»
«Eh, ha ragione. Mi dia una decina di mele rosse, allora.»
Rido fra me e me, e mi rendo conto solo dopo che ho riso a una battuta che, in italiano e a Roma, sarebbe sembrata banale fino al pianto. Qui, in questo francese asciutto che conosco da troppi anni, una frase del genere pesa diversamente: la dice un signore di campagna con la stessa serietà con cui ti direbbe il prezzo al chilo.
Le mele, di una varietà rossiccia di cui non ricordo il nome, finiscono nella borsa, e mi sposto al banco accanto. La signora dei formaggi mi dà cinque etti di tomme di un mese, due rotoli di pane senza glutine e un pezzo di formaggio fresco di capra che lei continua a non chiamare ricotta perché in effetti ricotta non è. La ragazza dei saponi mi guarda da dietro il banco con quell’aria di chi ti riconosce ma ancora non sa decidersi a salutarti per prima.
«Oggi mi prendo una saponetta alla lavanda.»
«Questa è della Drôme, l’ho fatta la settimana scorsa.»
«È profumata?»
«Eh, sì, non è male, sa.» Sorride appena, mi mette la saponetta avvolta in carta gialla sul banco e scrive qualcosa a matita su un quadernino di scuola. «Tornata a casa il fine settimana?»
«Io sto sempre a casa.»
«Ah, scusi, pensavo all’altra casa.»
«Quale altra casa?»
«Quella in Italia.»
Non rispondo. L’altra casa, anche se la parola «altra» a tre ore di macchina dal confine e altre sette fino a Roma pesa di brutto. Mentre risalgo verso la strada che porta al sentiero pubblico squilla il telefono. È Cristiano. Sento la voce dall’altra parte ancora prima di rispondere.
«Tesoro?»
«Ciao Cri.»
«Disturbo?»
«No, sto tornando dal mercato, dimmi.»
«No niente, oggi è una di quelle giornate che non va, mi sentivo di chiamarti.»
«Che succede?»
«Ho due mail aperte da stamattina e non riesco a cliccare invio, il caffè mi è andato di traverso, mi sono guardato allo specchio e ho deciso che la barba è troppo lunga, poi ci ho ripensato.»
«Eh, ti capisco, ti giuro.»
«Tu mi capisci, dici sempre così, ma poi le tue mail le mandi.»
«Le mando perché mi tocca. Stamattina al mercato ci sono andata io perché Katy non si voleva alzare.»
«Coraggiosa.»
Cammino piano, la borsa di tela che mi sbatte sulla coscia, il telefono incastrato fra orecchio e spalla. Le mele si urtano contro il pane, contro il formaggio, e ogni tanto si sente un piccolo tonfo morbido. Cristiano intanto mi racconta di una scadenza che ha rimandato per la terza volta, di un cliente che gli scrive solo di domenica, di un’idea per un progetto nuovo che ieri sera gli sembrava brillante e stamattina già non lo è più, di sua sorella che gli ha mandato un audio di tre minuti per chiedergli una cosa che si poteva risolvere con due righe scritte. Gli rispondo a piccoli versi di assenso, a una mezza risata quando se ne esce con una battuta cattiva, perché Cristiano quando chiama vuole sentirsi parlare in compagnia, e quando lo capisci hai oltrepassato i quaranta e hai smesso di prendertela.
«Senti, ma a Pasqua ci si vede?»
«Pasqua è già passata, Cri.»
«Eh, lo so, dicevo a quella prossima, l’anno che viene.»
«Boh, vediamo, dipende da Argos.»
«Argos chi è, scusa?»
«Il cavallo, Cri.»
«Il cavallo? Tesoro, voi avete un cavallo?»
«Ho scritto un post lungo due settimane fa, Cristiano.»
«Eh tesoro, quel post lì io non l’ho aperto, te lo confesso.»
«E grazie, eh.»
«No, senti, te lo dico con affetto: i post tuoi io li apro solo se sono lunghi più di mille parole. Sennò vuol dire che non ti è successo niente di drammatico e che non devo preoccuparmi.»
«Ah, e da quando vige questa regola?»
«Da sempre, tesoro mio.»
Mi metto a ridere e mi accorgo che ho già imboccato la salita, che le mele continuano a urtare contro il pane, che il sentiero asfaltato si sbriciola sul margine come la corteccia di un pino a primavera, e che davanti a me, sull’angolo del muro di pietra, un gatto del paese — uno di quelli che nessuno alleva e nessuno chiama — mi guarda con la faccia di chi ti riconosce dal passo. Saluto Cristiano, che mi richiama domani, sempre, e infilo la chiave nella serratura quando da dietro la porta sento già il rumore della macchina del caffè.
«Le hai prese le mele, allora?»
«Sì, ho preso le rosse.»
«Vediamo se sanno di qualcosa.»
«Il fruttivendolo ha detto che le mele a maggio non sanno di nulla, come le persone.»
«Bella questa, gliela dico all’analista la prossima volta.»
«Diglielo, magari ti fa il quaranta per cento di sconto.»
«Ma no, la pago già la metà di quello che chiede agli altri, lo sai.»
«Eh, infatti mi pareva.»
Si siede a tavola di fronte a me, e il rumore della moka, che stamattina avevo dimenticato di sentire, si mescola al rumore della borsa di tela che poso sul piano di legno, a uno dei nostri gatti che fa la voce piccola davanti alla porta, e a un pensiero semplice che mi attraversa: che il lunedì, in paese, è il giorno che assomiglia di più a se stesso, e che questa cosa qua, dopo tanti anni in cui mi ero pensata in transito, è una specie di lusso modesto, di quelli a cui non ti abitui mai del tutto.
«Le sbucciamo, queste mele?»
«Sbucciale tu, dai, io ho da scrivere una cosa.»
«Cosa devi scrivere?»
«Una cosa lunga.»
«Lunga quanto?»
«Più di mille parole, sennò Cristiano non la legge.»
E lei ride piano, di quel suo ridere asciutto che non mi annoia mai.
C’è qualcosa, in questi lunedì di paese, che si lascia dire male. Pace, mi viene da chiamarla, e poi mi accorgo che di pace io ne ho avuta poca anche nei posti più tranquilli; lentezza, dovrei dire, e dovrei aggiungere che noi due siamo lente per vocazione e per pigrizia, e la pigrizia, alla lunga, fa più male della vocazione. È piuttosto il peso preciso di una mattina che non chiede di diventare niente in particolare. La piazza di paese funziona così. Ti vede passare, ti riconosce a pezzi — il cognome storto del fruttivendolo, la ragazza dei saponi che ti pensa ancora «di fuori», il gatto che ti aspetta sull’angolo del muro — e ti restituisce la mattina che le hai prestato. Te la rende come l’hai data, con sopra qualche acca in più che prima non c’era e che, scendendo per cena, ti ritroverai ancora addosso a chiederti di dove arriva. Mi torna in mente, in queste ore, perché qualche anno fa avevo voluto scrivere Quel giorno al supermercato: un altro mercato, un altro pretesto, ma la stessa testa che girava.
E intanto Katy sbuccia le mele rosse senza convinzione, e una buccia mi cade vicino al piede, e io penso che fra una settimana, se piove ancora, scenderò di nuovo a comprare le mele rosse, e che chiamerà Cristiano, e che mi chiederà se a Pentecoste ci si vede, e che io gli risponderò che vediamo, dipende da Argos. In queste piccole iterazioni, in questa rotazione di banchi e telefonate, c’è la trama domestica di una vita che a guardarla da fuori sembra ancora una specie di dichiarazione, e da dentro è soltanto questa cosa qua: due donne in un paese di montagna, un cavallo da pagare a rate, una borsa di tela rammendata e un sentiero che sale.