Maggio è stato uno di quei mesi che ti lasciano addosso la sensazione di aver corso una maratona senza esserti mai iscritta. Relazioni sociali forzate, quelle in cui sorridi e annuisci e dentro pensi “ma quando finisce questa cosa?“, ponti che si accavallano e ti fanno perdere la cognizione del tempo, cavalli da gestire, sport da fare, progetti da portare avanti, e quella sensazione costante di essere sempre in ritardo su qualcosa, sempre a rincorrere qualcosa, sempre con la lista delle cose da fare che cresce invece di diminuire.
E finalmente, pausa. O almeno quella che dovrebbe essere una pausa, perché in realtà mi ritrovo qui, letteralmente, con una caviglia in meno. Nel senso che la caviglia c’è, tecnicamente, ma ha deciso di smettere di funzionare come dovrebbe, e ora devo andare a vedere il medico per capire cosa diavolo sta succedendo.
La verità è che mi sono trascinata una vecchia slogatura da più di un anno. Una di quelle cose che ti fai e pensi “vabbè, passa“, e invece non passa, si cronicizza, diventa parte di te, e tu continui a camminare, a fare judo, a correre dietro ai cavalli, a salire e scendere sentieri, ignorando quel fastidio che ogni tanto si fa sentire, quel gonfiore che ogni tanto compare, quel dolore che ogni tanto ti ricorda che no, non è passato, che stai solo fingendo che sia passato.
E ora ne pago le conseguenze. Perché il corpo, a un certo punto, presenta il conto. E il conto, in questo caso, è una caviglia che dice basta, che si rifiuta di collaborare, che mi costringe a fermarmi quando fermarmi è l’ultima cosa che vorrei fare.
«Devi rallentare» mi ha detto Katy stamattina, con quel tono di chi lo ripete da mesi e sa già che non verrà ascoltata.
«Lo so.»
«Lo sai, dici sempre così, e poi continui.»
«Stavolta è diverso, non riesco proprio a camminare.»
«Eh, appunto. Dovevi arrivarci a non riuscire a camminare per fermarti?»
Non ho risposto, perché aveva ragione, e quando Katy ha ragione è meglio stare zitti e annuire, perché altrimenti parte il monologo su come io non mi ascolti mai, su come io vada sempre oltre i miei limiti, su come io sia la persona più testarda che abbia mai conosciuto, e francamente non avevo la forza di affrontare quel monologo, non stamattina, non con la caviglia che batteva e la testa che già pensava a tutte le cose che avrei dovuto fare e che ora non potevo fare.
La fattoria che resta una fantasia
La cosa assurda è che in mezzo a tutto questo casino fisico, in mezzo a questa pausa forzata che non volevo e che non so gestire, mi è venuta la voglia di cambiare. Di comprare una fattoria, di mollare tutto, di dire ciao tanti saluti a tutti e ritirarmi in un posto dove l’unica cosa di cui devo preoccuparmi sono gli animali e la terra e il silenzio. Una di quelle fantasie che ti vengono quando sei stanca, quando il corpo ti dice basta, quando guardi la tua vita e pensi “ma io cosa sto facendo?“.
Forse è ancora la crisi dei quasi quarant’anni. Anche se ne ho trentotto e quindi tecnicamente mancherebbero due anni alla cifra tonda, ma il cervello evidentemente ha deciso di anticipare i tempi, e ogni tanto mi piazza davanti queste visioni di vite alternative, di scelte radicali, di fughe verso qualcosa di più semplice, di più lento, di più mio.
Una fattoria. Io. Che fino a qualche anno fa avevo paura dei cavalli e ora ne ho due e mezzo — il mezzo è Lucifero, lo Shetland, che conta come mezzo cavallo per dimensioni ma come tre cavalli per carattere. Io che li passeggio come fossero cani, perché non so fare altro, perché non ho mai fatto un corso di equitazione in vita mia, perché ho imparato tutto sul campo, a tentoni, sbagliando e correggendo e sbagliando ancora.
«Dovresti fare un corso» mi dice sempre il maniscalco quando viene a fare i pareggi. «Non puoi andare avanti così, con due cavalli grossi e nessuna formazione.»
«Lo so.»
«Lo sai, ma non lo fai.»
«È che non ho tempo.»
«Tempo? E quello che passi a passeggiare i cavalli come fossero cani non è tempo?»
E anche lui ha ragione, come Katy, come tutti quelli che mi dicono cose ovvie che io mi rifiuto di ascoltare. Dovrei fare un corso, dovrei imparare a cavalcare, dovrei smetterla di improvvisare e iniziare a fare le cose per bene. E forse questa pausa forzata, questa caviglia che non funziona, è il momento giusto per iniziare. Per rallentare il judo, per iniziare il rinforzo muscolare, per prendermi cura di questo corpo che ho ignorato troppo a lungo, per imparare finalmente a stare sui cavalli invece che accanto a loro.
Dovrò rallentare. Davvero.
Quindi dovrò rallentare. Rallentare il judo, che mi mancherà come mi manca sempre quando devo saltare gli allenamenti, perché il judo è una delle poche cose che mi tiene sana di mente, che mi permette di scaricare la tensione, che mi fa sentire forte anche quando tutto il resto mi fa sentire fragile. Iniziare il rinforzo muscolare, che odio, che trovo noioso, che faccio sempre con la sensazione di star perdendo tempo, ma che a quanto pare è necessario se voglio che questa caviglia torni a funzionare.
E il lavoro? Il lavoro è un capitolo a parte, un capitolo che meriterebbe un articolo tutto suo, ma che riassumo qui perché fa parte di questo mese, di questa stanchezza, di questa sensazione di girare a vuoto senza mai arrivare da nessuna parte.
Tante cose. Ma nessuna finita.
Sono mesi che lavoro su una piattaforma audio, mesi che testo e correggo e testo e correggo, mesi che mi sembra di essere quasi arrivata e poi scopro un altro bug, un altro problema, un’altra cosa da sistemare. È un progetto che mi sta portando via le notti, che mi sta consumando la pazienza, che ogni tanto mi fa venire voglia di mollare tutto e tornare a fare cose più semplici, cose che si finiscono, cose che hanno un inizio e una fine invece di questo eterno work in progress che non vede mai la luce.
Poi c’è il webmastering infinito, quei siti che gestisco e che richiedono sempre attenzione, sempre aggiornamenti, sempre interventi, come bambini capricciosi che non ti lasciano mai in pace. I libri che dovrei finire e che restano lì, a metà, ad aspettare che io trovi il tempo e la concentrazione per riprenderli in mano. Le revisioni che si accumulano, i progetti che si sovrappongono, le deadline che si avvicinano mentre io sono qui, con una caviglia fuori uso e la sensazione di essere completamente stravolta.
«Sei stravolta» mi ha detto Cristiano al telefono ieri sera.
«Grazie per l’osservazione, Cri, non me n’ero accorta.»
«No, dico, sei proprio stravolta. Ti sento dalla voce.»
«È stata una settimana pesante.»
«È stato un mese pesante. E quello prima pure. E quello prima ancora.»
«Sì, ok, è stato un anno pesante, contento?»
«No, per niente. Dovresti fermarti.»
«Mi sono fermata, ho la caviglia rotta.»
«Non rotta, slogata.»
«È uguale.»
«No, non è uguale, ma lasciamo stare. Dico che dovresti fermarti davvero, non perché il corpo ti obbliga, ma perché decidi tu di farlo.»
E anche Cristiano ha ragione, come tutti, come sempre. Dovrei fermarmi davvero. Dovrei smettere di correre. Dovrei accettare che non posso fare tutto, che non posso finire tutto, che a volte le cose restano a metà e bisogna accettarlo, che a volte la vita è meccanica e noiosa e fatta di giorni che si assomigliano tutti, e che va bene anche questo, che non deve essere sempre tutto eccitante e produttivo e pieno di risultati.
Ma io non sono brava a fermarmi. Non sono brava ad accettare i limiti. Non sono brava a dire “ok, per oggi basta“. Sono brava a ignorare i segnali, a spingermi oltre, a fare finta che vada tutto bene anche quando non va bene per niente. E il risultato è questo: una caviglia che non funziona, una mente stravolta, una lista infinita di cose non finite, e la voglia assurda di comprare una fattoria e sparire.
Questo è quanto. Niente di particolare, né in positivo né in negativo. La vita che va avanti, meccanica, ripetitiva, fatta di piccoli problemi che si accumulano e di piccole pause che non bastano mai. Una caviglia da curare, un lavoro da finire, dei cavalli da imparare a cavalcare, una crisi dei quarant’anni da attraversare con la solita autoironia che non basta a nascondere la stanchezza.