Italia trentaseiesima nella Rainbow Map e Schlein annuncia la legge sui matrimoni egualitari

Le utime dal diario

La lella
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Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.

Apro il giornale stamattina con la lentezza di chi sa che la notizia arriverà solo a tappe, mentre Katy versa il caffè e ride di un meme che le è arrivato sul telefono, e io scorro l’home page dell’Ansa cercando un titolo che valga davvero la pena di sottolineare con la matita rossa che tengo sempre vicino al portatile, finché ci inciampo: Schlein, una legge su matrimoni egualitari e per i figli di coppie omogenitoriali. Lo leggo due volte. Lo leggo tre volte. Lo leggo una quarta volta, e dico:

«Aòh, Katy, ce risiamo.»

Lei alza un sopracciglio, gira il cucchiaino nel caffè con quella precisione un po’ monastica che ha imparato non so quando.

«Risiamo a che?»

«Risiamo all’annuncio. Schlein dice che presenterà una legge per matrimoni egualitari e per riconoscere i figli delle coppie omogenitoriali. Lo dichiara oggi, 15 maggio 2026, e domani parla al convegno “Verso il 17 maggio”.»

Katy ascolta, beve un sorso, poi posa la tazza con quella delicatezza di ebanista che mi fa sempre pensare a chi ha studiato musica da piccolo. Mi dice soltanto: «Va bene. E adesso?» — perché sa che il “e adesso” lo dobbiamo dire entrambe, ogni volta, a ogni annuncio politico che riguarda le nostre vite. È una domanda controfattuale che gira a vuoto da dieci anni, da quando passò la legge Cirinnà sulle unioni civili, e che continua a girare a vuoto anche stamattina, mentre nel frattempo la Rainbow Map 2026 di ILGA-Europe ci dice che siamo trentaseiesimi in Europa, con un punteggio del ventiquattro per cento, sotto perfino la media UE che si aggira oltre il cinquantadue per cento.

«Trentaseiesima», dico ad alta voce, e Katy mi guarda con quegli occhi che fanno sempre la posa interrogativa, quelli che usa quando vuole farmi spiegare un dato senza chiedermelo direttamente.

«Tra i quaranta paesi monitorati dall’organizzazione europea ILGA», continuo, «siamo al trentaseiesimo posto. Sotto di noi soltanto Ungheria, Polonia, Bulgaria e Romania. Per dirla con la rivista L’Espresso, l’Italia ha perso più di sedici punti negli ultimi dieci anni. Mentre la Spagna ha scalato la classifica e si è messa in testa con l’ottantanove per cento, scalzando Malta che ci stava da un decennio.»

Lei prende il pane senza glutine dal piano della cucina, lo affetta con la pazienza di chi sta tagliando una pagina di Talmud, e mi dice: «Si vede che a qualcuno gli piace stare in fondo alla classifica.»

Mi scappa una risata: a volte non c’è altro da fare. Mi scappa una risata e penso a Cristiano che ieri sera mi ha telefonato da Roma per dirmi che lui sui dieci anni di unioni civili ci sta lavorando da settimane, perché Il Post ha pubblicato un lungo pezzo sul decennio di legge Cirinnà che lui ha trovato fatto bene. Più di ventimila coppie unite civilmente in dieci anni, dato Ansa. Uno squarcio alla bigotteria, ha titolato qualcuno. Uno squarcio che però resta squarcio, e di tessuto nuovo per ora ne abbiamo cucito poco.

Cristiano al telefono, sere fa, mi ha detto: «Alli’, se quella legge sulle unioni civili non fosse passata nel 2016, ora staremmo a discutere ancora se chiamare matrimonio quello che chiamiamo matrimonio, capisci?»

«Capisco», gli ho risposto. «E però rimane il fatto che mia mamma in periferia di Roma può ancora dire alla vicina che “Allison ha una coinquilina”, senza che nessuno la corregga.»

Lui ha riso, di quella risata romana che gli viene quando la rabbia gli si trasforma in commedia, e ha detto soltanto: «Mannaggia a noi.»

Stamattina riprendo da lì. Dalla Rainbow Map, dall’annuncio di Schlein, dalla legge Cirinnà che compie dieci anni e dal silenzio sulla legge contro l’omolesbobitransfobia, dalla proposta di legge a prima firma Zan e seconda firma Schlein per il matrimonio egualitario, le adozioni per single e coppie omosessuali, la procreazione medicalmente assistita.

Katy mi mette davanti il caffè e mi chiede: «Ci credi davvero che questa volta vada in porto?»

Le dico la verità.

«Non lo so. Ci credo a tratti, alla maniera di chi crede a un’agnizione di teatro: sai che sta per arrivare, l’autore te l’ha preparata da tre atti, e fino all’ultimo ti chiedi se il personaggio avrà il coraggio di dire la parola giusta.»

Lei mi guarda con quella spigolosità affettuosa che ha quando vuole farmi un piccolo richiamo all’ordine.

«Allison, in dieci anni hai detto questa frase quattro volte. Cambia teatro.»

Le rido in faccia, di nuovo, e penso che ha ragione, mannaggia a lei e mannaggia a me.

Il punto vero, che leggo tra le righe dei pezzi di stamattina, è che la Rainbow Map misura una cosa precisa: un osservatorio europeo come ILGA-Europe registra la distanza fra ciò che un paese promette e ciò che un paese garantisce. E noi promettiamo da dieci anni una cosa che si chiama unione civile e che, dieci anni dopo, appare alle stesse persone che la firmarono come un compromesso al ribasso. Le associazioni LGBTQIA+ lo hanno scritto chiaro al Campo Largo, in vista del convegno di Roma, ricordando che il “patto di fiducia” del 2016 si misurerà sull’agire concreto e che le dichiarazioni a fine convegno non basteranno. Domani il convegno c’è, e Schlein ci sarà.

Argos, fuori, batte un po’ lo zoccolo, e lo sento attraverso la porta della cucina, perché è il suo modo di chiedermi attenzione quando vuole rientrare al riparo. Esco un attimo, lo accarezzo sul muso lungo, gli dico in francese: «Tout va bien, mon grand, je reviens». E penso che gli annunci politici hanno questa cosa in comune con i cavalli: vanno valutati per come reggono la fatica nei mesi seguenti, e una mattina di comunicato stampa basta poco a misurarli.

Torno dentro. Katy ha aperto un libro sul divano, Le città invisibili di Italo Calvino, che ha riletto già due volte questo inverno e ancora la fa sorridere, e mi chiede sopra l’orlo della copertina: «Lo scrivi un pezzo su questa cosa, vero?»

«Lo scrivo», le rispondo. «Lo scrivo, perché la Rainbow Map fa il giro dei social per tre giorni e poi sparisce, e gli annunci di legge fanno il giro dei telegiornali per dodici ore e poi pure quelli spariscono. Se lo scrivi, magari qualcuno se lo rilegge tra sei mesi e si ricorda che il 15 maggio 2026 una segretaria di partito ha annunciato una legge, e che a quella legge ci voleva un Parlamento intero per farsela approvare.»

Lei chiude il libro, lo posa sul cuscino, e mi dice soltanto: «Va bene, lella. Scrivilo.»

E così scrivo. Scrivo che il 15 maggio del 2026 mi sono svegliata in Francia, sui crinali sopra Grenoble, e ho letto un’agenzia di stampa italiana che annunciava una nuova proposta di legge sui matrimoni egualitari, mentre la Rainbow Map dell’ILGA mi diceva che il paese in cui sono nata è scivolato al trentaseiesimo posto su quaranta, e che nello stesso paese, dieci anni fa, era passata una legge sulle unioni civili che, qualunque sia il giudizio politico, aveva permesso a più di ventimila coppie di firmare un documento davanti a un sindaco, e a centinaia di figli di crescere con una qualche forma di riconoscimento giuridico, pur sempre parziale, pur sempre asintotico al diritto vero, pur sempre incompiuto.

Allison, dal piccolo paese sulle Alpi, alle dieci e un quarto del mattino, con il caffè in mano e la luce del mattino che entra di taglio dalla finestra.

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