Quando il 22 maggio 2025 la Corte Costituzionale ha depositato la sentenza n. 68, in molte case di amiche, di cugine, di ex-colleghe c’è stato lo stesso silenzio teso di chi aspetta il risultato di una visita medica importante, e nelle cucine e nelle chat WhatsApp si è cominciato a girare lo stesso messaggio: «leggi, leggi, è arrivata, ce l’abbiamo fatta». La Corte aveva detto in fondo una cosa semplice, che a molte di noi sembrava banale da quando esistono i bambini delle nostre amiche, ma che giuridicamente in Italia era stata negata: la madre intenzionale, quella che ha pensato il figlio, lo ha cresciuto, lo ha accompagnato a scuola, gli ha asciugato il naso, esiste anche per la legge, e il suo nome non si cancella più dall’atto di nascita.
La pronuncia ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 8 della legge 40 del 2004 nella parte in cui non consentiva al figlio nato in Italia da procreazione medicalmente assistita praticata da una coppia di donne all’estero di acquisire lo status di figlio anche della donna che, insieme alla madre biologica, aveva prestato consenso alla pratica, e ha vietato che quel riconoscimento, una volta fatto, potesse essere rimosso. Per le famiglie arcobaleno italiane, dopo anni di trincea giudiziaria, ricorsi della Procura, circolari, sindaci che resistevano e sindaci che chinavano la testa, era una boccata di ossigeno con tanto di timbro della Consulta. Ne avevo scritto a caldo l’anno scorso, in questo articolo sul riconoscimento alla nascita dei figli di due madri, e mi sembra il momento di tornarci sopra, perché un anno dopo la partita non è affatto chiusa.
Di quel timbro della Consulta il governo Meloni sembra non voler prendere atto fino in fondo. La macchina ostile alle famiglie arcobaleno si era messa in moto nel gennaio 2023 con la circolare numero 3 del Ministero dell’Interno, firmata dall’allora ministro Matteo Piantedosi, che aveva chiesto ai sindaci di smettere di trascrivere i certificati di nascita stranieri dei bambini di due madri e di due padri e, soprattutto, di non riconoscere all’anagrafe la madre intenzionale per i nati in Italia.
Quella circolare ha innescato una catena di conseguenze pesantissime: a Padova la Procura ha contestato decine di atti di nascita firmati dal sindaco Sergio Giordani a partire dal 2017, arrivando a chiedere la rettifica di trentasette certificati e la cancellazione del nome della madre non biologica. Le associazioni come Famiglie Arcobaleno hanno raccontato di donne convocate, di bambini di sei, sette anni a cui all’improvviso una mamma rischiava di sparire dai documenti, di ricorsi notificati a casa come fossero multe.
Quando, mesi dopo, il Tribunale di Padova ha respinto il ricorso della Procura, e quando poi la Corte Costituzionale con la 68/2025 ha disinnescato l’argomento alla radice, dichiarando illegittima proprio la pretesa di cancellare la madre intenzionale, sembrava che il cerchio si stesse chiudendo. La presidente di Famiglie Arcobaleno, Alessia Crocini, in quei giorni aveva detto a Leggo di non essere certa, a cinquantun anni, di vedere una vittoria simile, e nei mesi successivi ha portato la stessa voce al XXV Congresso di Magistratura democratica, a Roma dal 13 al 15 marzo 2026, dove ha ricordato che la società italiana è cambiata mentre la politica fa finta di non vedere.
Il governo, però, non si è arreso. La ministra per la Famiglia, Eugenia Roccella, ha tenuto in più occasioni la stessa linea: stop alle trascrizioni, gestazione per altri come reato universale, e per i bambini già nati una vaga ipotesi di «sanatoria», parola che le associazioni hanno preso come uno schiaffo. Crocini ha replicato che le famiglie arcobaleno non sono villette abusive da regolarizzare con un condono. Roccella nel frattempo ha continuato a indicare nell’adozione in casi particolari, la cosiddetta stepchild adoption, l’unica via per le coppie dello stesso sesso, ignorando che la Corte aveva già esplicitamente detto che quella via, lunga e accidentata, non basta a garantire i diritti dei figli minori, e che il riconoscimento all’anagrafe è altra cosa rispetto a un’adozione successiva.
A marzo 2026 si è pronunciata anche la Cassazione, con la sentenza 7919 del 31 marzo, che riguarda però un caso diverso e particolare: un padre vedovo che aveva chiesto la trascrizione di un atto di nascita estero di un figlio nato da gestazione per altri, con la moglie deceduta indicata come madre. La Suprema Corte ha confermato il diniego di trascrizione perché, ha scritto, nel caso specifico mancava un progetto genitoriale perfezionato tra il richiedente e la coniuge deceduta, e perché la GPA resta, nel nostro ordinamento, vietata. È un punto importante da tenere fermo, anche per non confondere il discorso pubblico: la 68/2025 si occupa di PMA femminile, non di GPA, e su questo la Consulta è stata chiarissima.
Adesso la domanda è cosa farà il governo Meloni con i bambini già nati e con quelli che nasceranno. Le possibilità sul tavolo sono tre, in soldoni: una legge organica che riconosca le famiglie arcobaleno nella loro varietà — ipotesi che la maggioranza non vuole; il «condono» di Roccella, una sanatoria per i nati prima di una nuova legge sulla GPA — che chi vive queste famiglie respinge come umiliante; oppure il proseguimento della via giudiziaria, sentenza per sentenza, comune per comune, con le famiglie costrette a tirar fuori i soldi dell’avvocato per ottenere quello che il loro vicino di casa eterosessuale ha gratis allo sportello dell’anagrafe.
Sui giornali, in queste settimane, è tornato a girare il dibattito vecchio quanto la legge 40, e da Roma a Bruxelles si rifà la stessa scena di tre anni fa, con il Parlamento europeo che chiede a Meloni di revocare lo stop alle trascrizioni e con la presidente del Consiglio che risponde con il solito spartito della sovranità e della famiglia tradizionale. Da queste parti, nel mio paese di montagna vicino a Grenoble, le notizie italiane mi arrivano in fila, una dopo l’altra, sul cellulare al mattino mentre faccio salire il caffè, e a volte mi sembra che la cosa più scandalosa non sia la posizione del governo, posizione vecchia e prevedibile come un disco rotto, quanto il fatto che la vita di centinaia di bambini e di bambine continui a dipendere da una circolare di un ministero, da una sentenza di una Corte, da un cancelliere di buon umore.
In Francia, dove vivo da qualche anno, queste cose si sono sistemate per tempo, con leggi imperfette ma con leggi, e i bambini delle mie amiche non rischiano di vedersi cancellare un genitore dal certificato di nascita perché ha cambiato governo il vicino di Roma. Nei prossimi mesi vedremo se la sentenza 68 farà scuola davvero, se Roccella troverà il modo di smussare la linea, se le procure smetteranno di andare casa per casa. Per ora vale la pena tenere stretta una cosa: il diritto di una madre intenzionale di restare nell’atto di nascita di suo figlio non è più, dal 22 maggio 2025, una concessione che si può togliere. Lo dice la Corte Costituzionale, in italiano corrente, senza giri di parole. È sempre meno di quello che serve, ma è qualcosa.