Quattro ettari di guai e la strada del ritorno

Le utime dal diario

La lella
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Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.

Come sempre, periodo intenso. Da quando i cavalli sono entrati nella mia vita, il mio universo si è letteralmente stravolto, e non nel senso poetico del termine, nel senso pratico di giornate che iniziano all’alba e finiscono con il fango sugli stivali, di veterinari chiamati a orari improbabili, di decisioni prese di corsa e spesso sbagliate, di soldi che escono dal conto come acqua da un rubinetto rotto.

Due mesi fa, quindi circa un mese prima dell’arrivo di Argos, siamo state costrette a spostare Thésée e Lucifero perché il nostro terreno aveva bisogno di riposare. L’erba non cresceva più, il suolo era diventato fango in inverno e polvere in estate, e continuare a lasciarli lì avrebbe solo peggiorato la situazione. Serviva una soluzione, e serviva in fretta.

L’abbiamo trovata, o almeno credevamo di averla trovata, in quattro ettari di terreno appartenenti a un anziano signore del paese. Quattro ettari sembravano un sogno: spazio, erba, libertà per i cavalli di muoversi senza stare uno addosso all’altro. L’anziano signore sembrava gentile, disponibile, felice di avere qualcuno che si occupasse della sua terra.

All’inizio sembrava una buona idea.

I problemi sono arrivati dopo.

Il proprietario aveva sviluppato una specie di ossessione per il controllo. Ogni volta che arrivavamo avevo la sensazione di essere osservata, quella sensazione fastidiosa di occhi puntati sulla schiena, di qualcuno che ti guarda da dietro una tenda e finge di non farlo. Lo vedevo spesso alla finestra, immobile, a scrutare cosa facevamo, come ci muovevamo, quanto tempo restavamo. E non mancavano mai le visite a sorpresa, quelle in cui spuntava dal nulla mentre stavamo lavorando e ci spiegava, con dovizia di dettagli non richiesti, quanto i suoi terreni fossero un paradiso per i cavalli, quanto fossimo fortunate ad averli trovati, quanto tutto fosse perfetto.

«Qui stanno benissimo, lo vedete anche voi» diceva, con quel sorriso che non mi convinceva mai del tutto.

«Sì, certo» rispondevo, pensando che forse il mio istinto si sbagliava, che forse ero io a essere paranoica, che forse quell’uomo era semplicemente solo e cercava compagnia.

Poi è arrivata la questione economica, e l’istinto ha smesso di sembrare paranoico.

All’inizio si parlava di cinquanta euro. Una cifra ragionevole, quasi simbolica, per quattro ettari di terreno. Poi cinquanta euro sono diventati cinquanta euro a cavallo, che già cambiava le cose. Poi ancora cento euro a cavallo per l’inverno, perché d’inverno i cavalli mangiano più fieno e rovinano di più il terreno, sosteneva lui, anche se il fieno lo compravamo noi e il terreno lo gestivamo noi. Nel giro di poco, con una serie di piccoli aumenti presentati sempre come ragionevoli e necessari, ci siamo ritrovate a pagare centocinquanta euro al mese durante la bella stagione e trecento euro in inverno.

Trecento euro al mese per un terreno che gestivamo praticamente da sole, dove facevamo la manutenzione, dove portavamo il fieno, dove ci occupavamo di tutto. Trecento euro al mese per il privilegio di essere osservate dalla finestra.

«Forse dovremmo cercare altro» ho detto a Katy una sera, dopo l’ennesimo aumento.

«E dove? Non è che i terreni piovano dal cielo.»

«Lo so, ma questa situazione…»

«Lo so anche io. Ma per adesso non abbiamo alternative.»

E così siamo rimaste, perché a volte le alternative non ci sono, perché a volte fai cose che non vorresti fare perché le opzioni sono quelle e basta, perché a volte la vita ti mette in situazioni in cui scegli il male minore e speri che vada bene.

E poi è comparso il nipote.

Uno di quei personaggi che riescono a farsi ricordare in pochi minuti, e non per motivi positivi. Fra commenti omofobi buttati lì con nonchalance, battute fuori luogo che lui trovava divertenti e noi trovavamo offensive, e osservazioni idiote su come vivevamo e cosa facevamo, è riuscito a rendersi insopportabile in tempo record.

«Ma quindi chi è l’uomo della coppia?» ci ha chiesto una volta, con quel sorrisetto di chi pensa di essere spiritoso.

«Nessuno dei due. Siamo due donne.»

«Eh, ma uno deve fare l’uomo, no?»

Non ho risposto. Cosa rispondi a una domanda del genere? Cosa rispondi a qualcuno che nel 2026 ancora ragiona in questi termini? Ho scelto il silenzio, quel silenzio che significa “non ho intenzione di sprecare energie per spiegarti cose che dovresti già sapere”, e lui ha interpretato il mio silenzio come un invito a continuare.

«E lavorate davvero? Intendo, un lavoro vero?»

«Certo che lavoriamo.»

«E come fate a pagare tutto questo? I cavalli, i veterinari, il terreno…»

«Lavorando. Come tutti.»

«Ah.»

Quel “ah” conteneva tutto il suo scetticismo, tutta la sua incomprensione, tutta la sua convinzione che due donne non potessero davvero farcela da sole, che ci fosse qualcosa di strano in noi, qualcosa che non tornava. Ma le questioni umane, per quanto fastidiose, erano quasi il problema minore.

Nel campo viveva già un cavallo molto dominante, uno di quei soggetti che devono sempre dimostrare chi comanda, che non sopportano la presenza di altri, che trasformano ogni interazione in una prova di forza. Era costantemente addosso ai nostri, li inseguiva, li mordeva, cercava attenzione in continuazione e non perdeva occasione per mettere pressione al gruppo. Ogni tanto trovavamo Thésée o Lucifero con pezzi di criniera mancanti, piccoli morsi sul collo, segni di litigi che raccontavano notti difficili.

«Forse dovremmo separarli» suggeriva Katy.

«E come? Il terreno è quello, le recinzioni sono quelle che sono.»

Le recinzioni. Ecco un altro capitolo della saga.

Molte erano vecchie, danneggiate o semplicemente cadute. Ce ne siamo accorte nel peggiore dei modi possibile, una sera verso le undici, quando abbiamo ricevuto una telefonata che mi ha gelato il sangue.

«I vostri cavalli sono sulla strada.»

I cavalli erano scappati. I nostri cavalli, quelli di cui eravamo responsabili, quelli che avevamo affidato a quel terreno “sicuro”, erano sulla strada. Una strada nazionale, con macchine che passano, con camion, con il buio della notte che rende tutto più pericoloso.

Ci avevano garantito che il posto fosse sicuro.

Invece ci siamo ritrovate a cercarli nel buio, con le torce in mano e il terrore di trovarli coinvolti in un incidente, di ricevere una telefonata ancora peggiore, di quella che ti dice che è successo qualcosa di irreparabile. Per fortuna li abbiamo recuperati tutti sani e salvi, spaventati ma interi, e per fortuna nessuna macchina li aveva investiti, e per fortuna quella sera la strada era relativamente tranquilla.

Alla fine le recinzioni le abbiamo sistemate noi. Abbiamo comprato i materiali, abbiamo fatto il lavoro, abbiamo riparato quello che il proprietario avrebbe dovuto riparare anni prima. Quindi pagavamo il terreno, facevamo la manutenzione, ci occupavamo della gestione quotidiana, e in cambio ricevevamo controlli ossessivi, aumenti di prezzo e un nipote omofobo.

Affarone, davvero.

Come se non bastasse, il posto era pieno di ferraglia, vecchi pezzi di metallo e materiale abbandonato che spuntava dall’erba come trappole nascoste. Argos si è aperto una coscia poco dopo il suo arrivo, probabilmente su uno di quei pezzi arrugginiti che nessuno si era preoccupato di rimuovere. Per fortuna la ferita era superficiale, ma ho passato giorni a controllarla, a disinfettarla, a chiedermi cosa sarebbe successo se fosse stata più profonda, se avesse preso un tendine, se avesse causato un’infezione.

E poi è arrivato il colpo più duro.

Lucifero si è ammalato.

All’inizio sembrava soltanto stanco, quel tipo di stanchezza che attribuisci al caldo, al cambio di stagione, a mille cause innocue. Poi ha iniziato a isolarsi dal gruppo, a dormire continuamente, a perdere energia giorno dopo giorno. Sono arrivate la febbre, l’anemia, la diarrea. Sono arrivate le visite veterinarie, le analisi del sangue, le attese interminabili per i risultati.

E infine la diagnosi: piroplasmosi.

Le zecche in quella zona erano ovunque. E le zecche portano la piroplasmosi, e la piroplasmosi può essere mortale.

Ricordo ancora l’angoscia di quei giorni. Le attese, le analisi ripetute, le perfusioni, il veterinario che non si sbilanciava, la paura di perderlo. Lucifero, il mio piccolo despota con la criniera da troll, quello che fa il duro ma poi cerca le coccole, quello che pesa come mezzo cavallo ma ha il carattere di tre. L’idea di perderlo mi toglieva il sonno, mi toglieva l’appetito, mi toglieva la capacità di pensare ad altro.

Nel frattempo tutti i cavalli ingrassavano in modo impressionante. Il cavallo del proprietario e l’asino sembravano Obelix, tondi come palloni, con quella pancia che quasi toccava terra. E anche i nostri stavano diventando sempre più rotondi nonostante le passeggiate e i cambi di pascolo, perché l’erba era troppa e troppo ricca e loro mangiavano in continuazione.

A un certo punto abbiamo capito che era abbastanza.

«Li riportiamo a casa» ho detto una mattina, e non era una domanda.

«Li riportiamo a casa» ha confermato Katy.

Così li abbiamo riportati. Ci sono volute quasi due ore di cammino, attraverso strade di campagna e sentieri che conoscevamo a memoria, con i tre cavalli che ci seguivano e ogni tanto si fermavano a brucare come se fosse una passeggiata qualunque, come se non stessero tornando a casa dopo mesi di esilio in un posto che non li aveva mai accolti davvero.

Ne è valsa la pena.

Da quando sono tornati, qualcosa è cambiato. Lucifero sta finalmente recuperando, mangia con appetito, riposa come si deve e si sta riprendendo dalla piroplasmosi giorno dopo giorno. Argos è rilassato come non lo vedevo da settimane, senza più quella tensione negli occhi che aveva quando divideva il campo con il cavallo dominante. Thésée ha ricominciato a fare il teppista, entra ovunque, mangia le piante del giardino, ha già abbattuto un vaso e probabilmente ne abbatterà altri.

In altre parole, sono tornati loro.

Si stanno sgonfiando, sono più sereni, e quegli occhi che nelle ultime settimane erano diventati duri e nervosi sono tornati dolci, sono tornati a guardarci con quella fiducia che avevano prima, quella che dice “siamo a casa, va tutto bene”.

E sinceramente, dopo tutto quello che è successo, dopo i controlli ossessivi e gli aumenti di prezzo e il nipote omofobo e le recinzioni rotte e la fuga notturna e la ferraglia e la piroplasmosi, avere i miei cavalli a casa, sereni, in ripresa, che mi guardano con occhi dolci mentre entro nel campo la mattina, è tutto quello che potevo chiedere.

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