Sabato 27 giugno 2026 decine di migliaia di persone hanno attraversato il centro di Budapest per la trentunesima edizione del Pride cittadino, la prima da quando Viktor Orbán, che dell’evento aveva tentato il divieto, è stato rimosso dal governo nelle elezioni dello scorso aprile. Il corteo è partito nel primo pomeriggio dall’Opera di Stato e si è snodato lungo le vie del centro fino ad attraversare il ponte Erzsébet, sopra il Danubio, mentre la colonnina toccava almeno i trentotto gradi nel pieno di un’ondata di calore che in questi giorni interessa gran parte d’Europa; gli organizzatori hanno distribuito bottiglie d’acqua lungo il percorso e l’azienda municipale dell’acqua ha aperto le fontane pubbliche per rinfrescare chi sfilava.
La partecipazione, valutata in decine di migliaia di persone dalle agenzie internazionali, ha riunito la comunità LGBTQ+ ungherese insieme a una folla di sostenitori arrivati anche da fuori città, con bandiere arcobaleno e musica lungo tutto il tragitto. Tra i presenti Luca Új, alla sua terza partecipazione, ha raccontato all’agenzia Associated Press di aver percepito un clima più disteso rispetto agli anni del governo precedente: «Prima c’era molta tensione. Adesso vedo le persone in qualche modo più felici, e ci sono anche più persone anziane», ha detto. Kristóf Györgyi, arrivato per la prima volta da Szeged, nel sud del Paese, ha aggiunto di nutrire speranze concrete sull’estensione dei diritti: «Ovviamente le leggi non sono ancora cambiate, ma per la nostra comunità ci sono già molti segnali di speranza».
Il corteo del 27 giugno è arrivato poco più di un anno dopo che il governo guidato da Orbán aveva approvato una legge e un emendamento costituzionale per mettere fuori legge il Pride, provvedimenti che avevano attirato le critiche delle organizzazioni per i diritti umani e di numerosi esponenti politici dell’Unione europea. L’anno scorso la manifestazione si era svolta lo stesso, in aperta disobbedienza al divieto, e aveva registrato la più ampia partecipazione nella storia del Paese: gli organizzatori avevano stimato oltre trecentocinquantamila persone in strada. Quella mobilitazione, per mesi annunciata come non più consentita dall’esecutivo, era stata letta come un colpo al prestigio dello stesso Orbán.
Alle elezioni parlamentari del 12 aprile 2026 il premier uscente è stato battuto dopo sedici anni al potere, al termine di una consultazione che ha registrato un’affluenza ai seggi tra le più alte degli ultimi anni. A prevalere è stato il rivale di centrodestra Péter Magyar con il suo partito Tisza, che secondo i risultati ufficiali ha ottenuto centoquarantuno seggi su centonovantanove, una maggioranza molto ampia. La sconfitta della coalizione Fidesz-KDNP ha chiuso una stagione politica segnata da numerosi provvedimenti contrari ai diritti delle persone LGBTQ+, dal divieto di adozione per le coppie dello stesso sesso all’esclusione del matrimonio egualitario dall’ordinamento, e ha aperto un periodo in cui molte di quelle norme sono ora oggetto di discussione.
Il nuovo governo, però, non ha ancora abrogato la legislazione voluta da Orbán che vietava il Pride. Quest’anno la polizia ha autorizzato l’evento e ha garantito la sicurezza lungo il percorso, ma l’impianto normativo resta formalmente in vigore in attesa di un intervento del Parlamento. Proprio sul terreno parlamentare si misurano i primi segnali di cambiamento: durante il corteo Györgyi ha citato il dibattito già avviato sull’opportunità che un minore rimasto orfano venga affidato a una coppia dello stesso sesso anziché restare in istituto, un riferimento al divieto di adozione introdotto negli anni del governo precedente, definendolo «un segnale positivo».
Sul piano europeo la pressione si era già fatta sentire pochi mesi prima. In aprile la Corte di giustizia dell’Unione europea ha stabilito che la legge ungherese del 2021, quella che limitava la disponibilità di contenuti LGBTQ+ per i minori, viola il diritto dell’Unione e contrasta con i valori fondanti dei trattati a tutela dei diritti umani e dell’uguaglianza. Si tratta della prima volta in cui i giudici di Lussemburgo accertano, in un ricorso diretto contro uno Stato membro, una violazione dell’articolo 2 del Trattato sull’Unione, la norma che elenca i principi su cui l’Unione si fonda. La vicenda è stata raccontata in dettaglio nell’articolo La Corte di giustizia UE condanna la legge anti-LGBT ungherese.
Il governo ungherese aveva motivato a lungo le restrizioni sostenendo che il Pride, manifestazione di visibilità e di rivendicazione di parità, rappresentasse una minaccia per il diritto dei minori al loro sviluppo morale e spirituale, una lettura respinta dalle associazioni per i diritti e da gran parte degli studiosi. Con la sentenza di Lussemburgo e il cambio di esecutivo, quella impostazione è ora rimessa in discussione, anche se i tempi della cosiddetta «correzione conforme al diritto» delle norme non sono ancora stati fissati.
La giornata di Budapest si è svolta nella stessa settimana in cui la stagione dei Pride toccava il suo culmine anche in Italia. Sempre il 27 giugno è sfilato il Milano Pride 2026, con centinaia di migliaia di persone attese sotto lo slogan «Corpi in Rivolta», mentre pochi giorni prima il Roma Pride aveva attraversato la Capitale richiamando i principi della Costituzione. Anche nel dibattito italiano i temi restano aperti, dal riconoscimento delle famiglie omogenitoriali ai contenuti dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, segno che il fronte dei diritti si gioca contemporaneamente nelle piazze, nei tribunali e nelle aule parlamentari di più Paesi. La coincidenza delle date, con le grandi città europee in corteo nello stesso fine settimana e sotto la stessa ondata di calore, ha reso più evidente quanto la stagione dei Pride del 2026 sia diventata un osservatorio sullo stato delle libertà civili nel continente.
Per l’Ungheria la prova vera arriverà nei prossimi mesi, quando il Parlamento sarà chiamato a decidere se cancellare l’impianto normativo ereditato dall’era Orbán e se aprire a istituti finora preclusi, dall’adozione per le coppie dello stesso sesso al matrimonio egualitario. Il corteo del 27 giugno, svoltosi senza il timore di un divieto e con la protezione delle forze dell’ordine, ha intanto restituito a Budapest una manifestazione che per anni si era tenuta sotto la minaccia di sanzioni. La distanza tra il clima della piazza e lo stato delle leggi resta ampia, e sono proprio i partecipanti a ricordarlo: le regole, per ora, sono quelle di prima, ma il contesto in cui si discutono è cambiato.
Fonti: Associated Press / PBS NewsHour; ANSA; CNN.