Il cinema di genere resta uno dei territori più generosi per il desiderio tra donne, e l’ultima conferma porta la firma di Jane Schoenbrun, la cineasta trans statunitense che con Teenage Sex and Death at Camp Miasma arriva al suo terzo lungometraggio dopo We’re All Going to the World’s Fair (2021) e I Saw the TV Glow (2024). Presentato in anteprima mondiale il 13 maggio 2026 come film d’apertura della sezione Un Certain Regard al Festival di Cannes, lo slasher ha poi conquistato la Queer Palm, il premio che dal 2010 segnala le opere a tematica LGBTQ+ della kermesse, e dal 7 agosto è nelle sale statunitensi con la distribuzione di Mubi.
La premessa gioca con la memoria di chi ha consumato videocassette dell’orrore fino a smagnetizzarle. Una giovane regista queer, Kris (interpretata da Hannah Einbinder, volto reso celebre dalla serie Hacks), viene ingaggiata per rilanciare una saga slasher ormai stanca, la fittizia Camp Miasma, e si intestardisce sull’idea di riportare davanti alla macchina da presa l’attrice che nel capostipite vestì i panni della «final girl», la superstite per antonomasia del cinema del terrore. Quella diva ritiratasi da anni, Billy, ha il volto di Gillian Anderson, e il lavoro comune trascina le due donne in una vertigine psicosessuale che finisce per confondere il set, il ricordo e il presente. Schoenbrun ha riassunto l’operazione come un midnight movie «insieme folle e accogliente», un classico da pigiama party pensato per chi si aggira ancora fra gli scaffali del noleggio.
Il radicamento saffico dell’opera si legge già nel disegno dei personaggi: Kris ha una compagna, Mari (Jasmin Savoy Brown), e il fulcro emotivo resta il legame fra la regista e la sua attrice-feticcio, mentre l’antagonista della saga nella saga, un fantasma vendicativo chiamato Little Death, porta i tratti di Jack Haven. La scelta di Jasmin Savoy Brown, del resto, non è casuale: l’attrice ha già frequentato l’orrore nella recente saga di Scream e nella serie Yellowjackets, e la sua presenza rafforza il dialogo del film con la tradizione dello slasher. Lo sguardo del film, però, va oltre la storia d’amore. Schoenbrun, che ha raccontato in diverse interviste la propria transizione, ha spiegato di aver messo al centro il tema del piacere sessuale ritrovato dopo la transizione e di aver voluto dialogare con l’immaginario della «devianza di genere» codificato da horror classici quali Psycho (1960) e Il silenzio degli innocenti (1991), per onorarne il fascino e insieme smontarne l’idea di transitudine mostruosa. L’autrice ha paragonato l’impianto del film a Ritratto della giovane in fiamme trapiantato dentro un sequel di Venerdì 13, immagine che restituisce con precisione il matrimonio fra melodramma dello sguardo e citazionismo splatter.
La lavorazione ha seguito lo stesso istinto artigianale. Girato nella primavera del 2025 in British Columbia, con alcune riprese al Camp Barnard vicino a Sooke, il film porta la fotografia in pellicola 35mm di Eric Yue, alla seconda collaborazione con Schoenbrun dopo I Saw the TV Glow. A produrre è la Plan B Entertainment insieme a Mubi, che finanzia e distribuisce l’opera in una lunga lista di territori; la Scythia Films di Daniel Bekerman figura tra i produttori esecutivi, mentre le vendite internazionali sono affidate a The Match Factory.
Il passaggio sulla Croisette ha lasciato il segno. Oltre alla Queer Palm, assegnata il 22 maggio, il film ha raccolto un consenso quasi unanime: su Rotten Tomatoes segna il 100% con 56 recensioni e una media di 8,6 su 10, mentre Metacritic gli attribuisce 91 su 100, soglia che il sito etichetta come «plauso universale». Sul Telegraph Robbie Collin gli ha assegnato il massimo dei voti, salutandolo come una satira stravagante e spiazzante del cinema «problematico»; su Time Stephanie Zacharek ha definito «sublime» la prova di Gillian Anderson, attrice che il pubblico associa da sempre al brivido, dai tempi di X-Files fino a The Fall. Dopo Cannes il titolo è stato selezionato anche nel concorso internazionale del Bucheon International Fantastic Film Festival, in Corea del Sud, casa naturale per un genere che ha sempre viaggiato bene fra i festival di cinema fantastico, non lontano dallo spirito con cui era stata accolta La più piccola di Hafsia Herzi.
La reclamata final girl, del resto, è una figura che il cinema queer sta riscrivendo da qualche anno. Nata come simbolo ambiguo, la ragazza che sopravvive al massacro perché «pura», nell’horror contemporaneo diventa spesso il punto di vista privilegiato, il corpo che desidera e che sceglie. Schoenbrun raccoglie questa eredità e la spinge verso una tenerezza spudorata, dove la sopravvissuta invecchiata e la giovane cineasta si specchiano l’una nell’altra e il terrore si fa linguaggio dell’intimità. È lo stesso terreno su cui, con toni diversi, si erano mossi film come Love Lies Bleeding di Rose Glass, il thriller sanguigno con Kristen Stewart, o l’estenuato erotismo di Mademoiselle di Park Chan-wook.
Per il pubblico italiano l’attesa è aperta. Mubi ha in mano i diritti anche per l’Italia, insieme a Stati Uniti e America Latina, Regno Unito e Irlanda, Germania e Austria, Benelux, Spagna, Turchia, India, Australia e Nuova Zelanda; una data d’uscita nostrana ufficiale non è ancora stata comunicata, e conviene tenere d’occhio il calendario della piattaforma nelle prossime settimane. Nel frattempo il film si iscrive in una stagione fertile per il genere saffico venato di paura e desiderio, e promette di far discutere tanto gli amanti dello splatter quanto chi cerca sullo schermo storie di donne che si desiderano senza chiedere permesso.
Con Teenage Sex and Death at Camp Miasma, insomma, Schoenbrun ribadisce una poetica che prende sul serio la cultura pop dell’orrore e la piega a un racconto di corpi fuori norma, dove la «final girl» smette di essere l’emblema di una verginità premiata e diventa il punto di fuga di un desiderio adulto tra donne. La Queer Palm, in questo senso, incorona un film che indossa la maschera del midnight movie per parlare, con schiettezza e humour nero, di identità, memoria cinefila e piacere. Non capita spesso che un festival tanto istituzionale premi un midnight movie tanto sfacciato, e forse è proprio questo a rendere la vittoria di Cannes un piccolo spartiacque per il cinema saffico di genere.
Fonti: Variety, Screen Daily, Wikipedia, Festival de Cannes.