Per il suo primo film da regista, Kristen Stewart ha scelto un libro che molte lettrici tengono sul comodino e prestano soltanto alle persone di cui si fidano: The Chronology of Water di Lidia Yuknavitch, arrivato in Italia per Nottetempo con il titolo La cronologia dell’acqua. Il lungometraggio, presentato al Festival di Cannes nel maggio 2025, distribuito nelle sale statunitensi dal 5 dicembre 2025 e in quelle britanniche e irlandesi dal 6 febbraio 2026 grazie al BFI, ha chiuso il suo giro nei festival e nelle sale ed è ora disponibile anche in streaming, così che il pubblico che lo aveva mancato può finalmente incontrarlo e, con lui, tornare al memoir da cui nasce.
Un memoir di culto sul corpo, il desiderio e la scrittura
Il libro di Yuknavitch, uscito negli Stati Uniti nel 2011, non racconta una vita in ordine cronologico: procede per frammenti, ripetizioni e correnti, seguendo una logica che l’autrice paragona a quella dell’acqua più che a quella del calendario. Dentro ci sono un’infanzia guastata dalla violenza e dall’alcol, il nuoto agonistico scelto come via di fuga, l’esplorazione del desiderio e del corpo, le relazioni che fanno male, la dipendenza, e infine la scrittura come approdo e come forma di libertà. La traduzione italiana, firmata da Alessandra Castellazzi, ha portato al lettore di casa nostra un testo che negli anni ha assunto lo statuto di piccolo classico di culto, passato di mano in mano tra chi cercava un racconto onesto su genere, sessualità, famiglia e sopravvivenza, senza le rassicurazioni con cui certi memoir addomesticano il dolore per renderlo presentabile.
Yuknavitch non è una scrittrice prestata alla letteratura per caso: insegnante di scrittura creativa, voce riconosciuta della scena statunitense, ha costruito una poetica intorno all’idea che il corpo femminile, e in particolare il corpo che nuota, sanguina, desidera e invecchia, meriti di stare al centro del racconto e non ai suoi bordi. La cronologia dell’acqua è il libro che le ha dato notorietà oltre la cerchia dei lettori forti, proprio perché rifiuta la tentazione di ordinare l’esperienza in una parabola consolatoria: il dolore non viene redento, viene attraversato, e la parola serve a nominarlo, non a cancellarlo. Chi ha amato il memoir lo ha fatto per questa ostinazione a restare fedele al disordine della vita, dove le cose accadono senza chiedere il permesso di avere un senso compiuto.
La materia interessa da vicino chi legge questo diario, perché Yuknavitch scrive apertamente del proprio desiderio per le donne accanto a quello per gli uomini, e perché a portarla sullo schermo è una regista dichiaratamente queer. Kristen Stewart, sposata con la sceneggiatrice Dylan Meyer, ha ripetuto in più occasioni quanto il libro l’avesse accompagnata per anni prima che riuscisse a trasformarlo in immagini; il risultato è un adattamento che di quella confessione conserva la ruvidezza, le pause, i silenzi che riguardano il corpo, e che non prova a spiegare più di quanto la pagina spieghi.
Kristen Stewart dietro la macchina da presa
Stewart ha scritto, diretto e co-prodotto il film, affidando il ruolo di Lidia a Imogen Poots, che regge quasi ogni inquadratura e attraversa tutte le età della protagonista. Intorno a lei si muove un cast che mette insieme volti noti e presenze fuori dal comune: Jim Belushi e Thora Birch, la musicista Kim Gordon, Tom Sturridge, Earl Cave, Esmé Creed-Miles. La regista alterna il rigore geometrico della piscina alla dispersione della vita adulta, mostra il corpo dell’atleta e poi quello della donna che cade e si rialza, e tiene la macchina da presa incollata al punto di vista della protagonista, tanto che lo spettatore fatica a guardare Lidia dall’esterno e finisce per stare dentro la sua testa, con tutto ciò che di scomodo questo comporta.
Alla presentazione di Cannes il film ha diviso e appassionato la critica, e nei mesi successivi diverse testate lo hanno indicato tra i debutti registici più notevoli dell’anno, segno che l’operazione di Stewart, per anni etichettata soltanto come attrice di una saga per adolescenti, ha convinto anche chi la osservava con diffidenza. Non è la prima volta che il suo nome si lega a un progetto dal cuore saffico: le lettrici ricordano ancora il thriller Love Lies Bleeding, di cui abbiamo parlato tempo fa, e questo passaggio dietro la macchina da presa lo avevamo annunciato quando era poco più di un’ipotesi lontana. Si inserisce, del resto, in una stagione generosa per il cinema di donne che amano donne, la stessa che ha portato in Italia un altro adattamento premiato a Cannes come La più piccola di Hafsia Herzi.
Il valore di un’operazione simile si misura anche sul piano di chi tiene la cinepresa. Per anni le storie di donne che desiderano altre donne sono passate attraverso lo sguardo di registi uomini, con esiti spesso levigati e pensati per un pubblico esterno; qui il percorso è diverso, perché a scegliere le inquadrature, il montaggio e i tempi delle scene è una donna che di quel desiderio parla in prima persona anche nella propria vita. Questo da solo non garantisce la riuscita di un film, ma sposta il baricentro del racconto e cambia la domanda di fondo, che non riguarda più soltanto cosa si mostra, bensì come lo si guarda e per chi lo si racconta.
Dove trovare La cronologia dell’acqua
Per chi in Italia volesse preparare o prolungare la visione, il modo più diretto resta la lettura del libro: La cronologia dell’acqua si trova in edizione Nottetempo, in cartaceo e in digitale. È un testo che chiede tempo e attenzione, scritto in frasi brevi e taglienti, e che accanto al film funziona come una seconda voce, capace di chiarire ciò che le immagini lasciano di proposito in ombra. Chi arriva prima al libro riconoscerà nel film le scelte di regia; chi arriva prima al film troverà nel libro le parole che la scena aveva soltanto suggerito.
La cronologia dell’acqua conferma una linea che questo blog segue da tempo: registe e attrici queer che scelgono di raccontare storie di donne senza mediazioni, portando in sala e in libreria esperienze rimaste a lungo ai margini. Che si cominci dal film o dal libro conta poco; conta che, questa volta, dietro e davanti alla cinepresa ci siano donne che di quelle storie conoscono il peso, e che non hanno avuto bisogno di chiedere il permesso per raccontarle.