C’è un modo di raccontare una vita che rinuncia all’ordine dei calendari e sceglie invece l’acqua, che va dove vuole e trascina con sé quello che trova: The Chronology of Water è il film del 2025 con cui Kristen Stewart debutta alla regia di un lungometraggio, firmando anche la sceneggiatura, scritta a quattro mani con Andy Mingo, a partire dal memoir omonimo che Lidia Yuknavitch aveva pubblicato negli Stati Uniti nel 2011. A dare corpo e voce alla scrittrice è Imogen Poots, che tiene insieme le tante età e le molte cadute del personaggio, mentre intorno a lei si muovono Thora Birch, Susannah Flood, Tom Sturridge, Kim Gordon, Earl Cave, Esmé Creed-Miles e Jim Belushi. Il film è stato presentato in anteprima mondiale alla Quinzaine Un Certain Regard del Festival di Cannes, il 16 maggio 2025, dove ha raccolto una lunga ovazione, e ha poi cominciato il suo giro di sale e piattaforme di cui la nostra scheda dedicata al libro e al film ha già dato conto.
Trama
Lidia cresce in una casa dove il nuoto e la scrittura diventano gli unici spazi in cui respirare, perché il padre Mike la maltratta e abusa di lei e della sorella maggiore Claudia, mentre la madre Dorothy, chiusa nell’alcol, gira lo sguardo altrove; Claudia, appena può, se ne va di casa da adolescente. Quando il padre tenta di impedirle di andare all’università per tenerla sotto controllo, Lidia trova la forza di ribellarsi e parte per il Texas, dove studia, nuota e comincia a esplorare la propria sessualità, ma il ricordo di ciò che ha subito la insegue, e le nottate, l’alcol e le droghe mettono presto a rischio la carriera sportiva e accademica.
Sul campus conosce Philip, che sposa in fretta pur dentro un legame difficile: ferita da quello che ha vissuto, scambia la dolcezza del marito per debolezza e finisce per riversare su di lui la stessa violenza da cui è stata segnata. Rimasta incinta, lo lascia e torna a vivere con la madre e la sorella nella speranza di crescere lì la bambina, ma la piccola nasce morta, e quel lutto attraverserà tutto il resto della storia. Lidia si riconcilia con Philip, disperde in mare le ceneri della figlia, divorzia senza rancore e rimane per un tratto senza rotta, finché un’amica la convince a raggiungerla all’Università dell’Oregon, dove entra nel laboratorio di scrittura di Ken Kesey.
Il legame con Kesey, anch’egli segnato dalla perdita di un figlio, diventa il perno di una rinascita lenta, fatta di pagine scritte e riscritte, di un lavoro paziente sul proprio dolore, di relazioni che si accendono e si consumano. Il film segue questa risalita senza addolcirla e senza cercare la commozione a ogni costo, lasciando che sia la scrittura, insieme all’acqua, a indicare la direzione. Il finale, che qui non si anticipa, riporta Lidia verso una forma di quiete conquistata parola dopo parola.
Produzione
Al suo esordio dietro la macchina da presa, Kristen Stewart ha lavorato per anni a questo adattamento, annunciato nel novembre 2022 e scritto insieme ad Andy Mingo, che nella vita reale è il terzo marito di Yuknavitch. Il progetto è stato prodotto dalla Scott Free Productions di Ridley Scott, accreditato fra i produttori, con la francese CG Cinéma di Charles Gillibert e altre case fra Lettonia e Regno Unito; le riprese si sono svolte in Lettonia e a Malta nell’arco di sei settimane fra giugno e luglio 2024. Il direttore della fotografia Corey C. Waters ha girato in pellicola 16mm nel formato 1,66:1, scelta che dà all’immagine una grana ruvida e vicina, mentre il montaggio porta la firma di Olivia Neergaard-Holm e la colonna sonora quella di Paris Hurley, per una durata complessiva di centoventotto minuti. Distribuito in Francia da Les Films du Losange, negli Stati Uniti da The Forge e nel Regno Unito e in Irlanda dal British Film Institute, il film ha ottenuto un’accoglienza critica ampiamente favorevole, con il novanta per cento di giudizi positivi su Rotten Tomatoes e un punteggio di settantotto su cento su Metacritic, oltre a diversi riconoscimenti nei festival, fra cui il premio Révélation al Festival di Deauville. Alla proiezione di Cannes la sala si era alzata in piedi per circa sei minuti e mezzo, e buona parte dei recensori ha attribuito la tenuta del film alla prova di Imogen Poots, definita naturalistica e priva di compiacimento, capace di reggere sulle spalle un racconto costruito per frammenti di memoria.
Perché è un film a tematica queer
Il memoir da cui il film nasce è da sempre un testo caro alle lettrici lesbiche e bisessuali, perché racconta il corpo e il desiderio di una donna che ha amato uomini e donne senza chiedere il permesso di definirsi, e la pellicola resta fedele a questa libertà, tanto che le classificazioni internazionali la registrano fra i film sulla bisessualità femminile. Lo sguardo di Stewart, apertamente queer, si posa sulla sessualità di Lidia come su una materia viva e contraddittoria, che comprende il piacere, la terapia, il legame con la fotografa e terapeuta interpretata da Kim Gordon, e rifiuta di ridurre la protagonista alla figura rassicurante della vittima perfetta. In questo il film dialoga con altri ritratti di donne che cercano se stesse attraverso il desiderio, dalla provincia inglese di Blue Jean alla scoperta tardiva di Lianna: un amore diverso, fino alle stanze accademiche di Bloomington, e trova la sua radice più profonda nel memoir di Lidia Yuknavitch, di cui su queste pagine trovate la scheda.
Dove vederlo
Dopo il passaggio nelle sale, il film è arrivato anche in streaming, così che chi lo aveva mancato al cinema può recuperarlo e, subito dopo, tornare alla fonte. Il libro da cui tutto parte si legge in italiano nell’edizione Nottetempo, con la traduzione di Alessandra Castellazzi e la presentazione di Chelsea Cain: si trova su Amazon nell’edizione italiana La cronologia dell’acqua, ed è il modo migliore per capire da vicino la scrittura che ha convinto Kristen Stewart a metterci la faccia e la macchina da presa.
Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.
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