Il messaggio è arrivato ieri all’ora di pranzo, in quel gruppo WhatsApp di famiglia dove di solito circolano foto di torte e domande su chi porta cosa alla festa di un anno del piccolo Aaron, il figlio di mia cugina. Traduco tutto, perché lì dentro si scrive in francese.
«Nonno è appena partito per l’ospedale dopo una caduta stamattina.»
«È caduto dove? Che si è fatto?»
«Dolori cervicali, alla mano e al braccio. Gli fanno degli esami e ci tengono aggiornati. È caduto sui tre gradini.»
Tre gradini. Quelli che ha sceso e salito per decenni, quelli che conosceva a memoria, quelli che a un certo punto sono diventati troppi.
Ho letto, ho risposto qualcosa, ho pensato che le contusioni si curano e che a quell’età si cade e ci si rialza con qualche livido in più, ho chiuso il telefono e sono andata avanti con la giornata, con i cavalli, con il lavoro, con quella capacità che ho sviluppato negli anni di infilare le brutte notizie in un cassetto e chiuderlo con una spallata.
Stamattina alle sette e venti ho scritto io.
«Ciao, notizie di nonno?»
«È ancora con noi…»
Quei tre puntini di sospensione li ho guardati per un tempo che non saprei quantificare. Non ho chiesto altro subito, ho chiesto delle radiografie, delle fratture, se aveva male, perché la testa continuava a funzionare in modalità pratica, perché il cervello cercava ancora la versione della storia in cui si trattava di ossa rotte e non di altro.
«Vostro nonno si sta spegnendo. Il cuore lo sta lasciando a poco a poco.»
Poi qualcuno ha chiesto perché, se era stata la caduta a provocare tutto, e la risposta è arrivata rovesciata rispetto a quello che pensavamo tutti: non è stata la caduta a danneggiare il cuore, è stato il cuore a far cadere lui. Prima il cuore, poi i tre gradini. L’ordine delle cose conta, in queste faccende, anche se poi il risultato è identico.
«È al CHU. Reparto UHCD.»
E infine la frase che ha reso tutto concreto, quella che nessuna diagnosi riesce a rendere concreta quanto una questione logistica: «Ho chiesto che lo riportino a casa.»
Che tradotto significa che a fare esami non ci si prova nemmeno più.
A febbraio ci avevano già detto che non reggeva più la dialisi. Ce lo avevano detto con quella gentilezza professionale che i medici usano quando ti stanno preparando, quel modo di parlare al condizionale che serve a farti abituare all’idea. Doveva già partire allora, a febbraio, con la neve ancora sui campi e le giornate corte.
E invece ha tenuto duro cinque mesi.
Per mia nonna. Perché non voleva lasciarla sola.
Questa è la parte che mi sistemo in tasca e che mi porto dietro tutto il giorno. Un uomo con i reni che non funzionavano più e il cuore che si stava spegnendo a rate ha deciso che c’era ancora qualcosa da fare, e quel qualcosa era stare accanto a una donna con cui ha diviso una vita intera. Non lo ha annunciato, non ha fatto discorsi. Ha semplicemente continuato a esserci per altri cinque mesi, che a quanto pare era il massimo che poteva concedersi.
Ecco. E io stamattina, dopo aver letto quei messaggi, sono andata a fare sport.
Lo scrivo perché è vero e perché tanto vale dirlo. Ho letto che il cuore di nonno si stava spegnendo, ho appoggiato il telefono, mi sono cambiata e sono uscita ad allenarmi. E adesso, mentre scrivo, sto aspettando che faccia effetto la tinta per capelli, perché nel pomeriggio scendo all’ospedale e non ho intenzione di presentarmi con la ricrescita di tre settimane.
Se lo leggete così, di fila, sembra la cronaca di una persona senza cuore. Ci ho pensato anche io, per un attimo, con quella voce interna che è sempre pronta a farmi le pulci.
«Sei una stronza.»
«Forse.»
«No, dai. Stanno chiamando i parenti e tu vai in palestra.»
«Sono a quaranta chilometri, non a quattrocento. Ci arrivo.»
«Non è quello il punto.»
«Lo so qual è il punto.»
Il punto è che non ho ancora l’umore giusto giusto. È una frase che ho detto stamattina e che poi ho riletto, perché è una di quelle formule brutte e precise che escono quando si è troppo stanchi per cercarne di migliori. Sto per andare in un reparto d’ospedale a salutare qualcuno che se ne sta andando, e la mia testa nel frattempo si occupa dei cavalli, degli orari, del serbatoio della macchina, del colore dei capelli. Il corpo si prepara. La testa arriverà dopo, probabilmente sulla porta della stanza, probabilmente quando sentirò quell’odore di reparto che è sempre lo stesso in ogni ospedale d’Europa.
Il fatto è che ho una corazza, e me la sono costruita a mano.
L’ultima volta che ho perso qualcuno di importante era mia madre. Da allora sono passati vent’anni ed è da vent’anni che non metto piede a un funerale. Allora ne avevo venti di anni in meno, il corpo ha reagito per conto suo con uno svenimento e un attacco di panico, e da quel giorno ho passato due decenni a tirare su un muro pezzo per pezzo, mattone dopo mattone, con la dedizione di chi sa che senza quel muro non si lavora, non si scrive, non ci si alza la mattina, non si portano avanti tre cavalli e un mutuo.
E oggi la mia paura più concreta riguarda la crepa, non il pianto. Ho paura che entrando in quella stanza si apra una fessura e che dietro la fessura ci sia ancora tutto intero il 2010, che dopo vent’anni di manutenzione ordinaria si scopra che il muro era di cartongesso.
Detto questo, so distinguere le due cose, e questa forse è l’unica cosa che i vent’anni in più mi hanno dato in cambio.
Mia madre è morta a cinquant’anni, ed era ingiusto, ed era fuori tempo, e non c’era niente di naturale in quella faccenda. Nonno ha avuto una vita lunga e piena, ha i figli intorno al letto, ha una moglie per cui è rimasto cinque mesi in più del previsto, e sta seguendo il corso delle cose nell’ordine in cui le cose dovrebbero andare. Fa male lo stesso, chiaramente. Ma è un male di un’altra categoria, uno di quelli che si può guardare in faccia senza che ti sposti le fondamenta.
Alle nove e cinque, nel gruppo, Clara ha scritto che parte all’una e un quarto e che sarà là verso le due, due e mezza. Jean ha risposto che le visite sono ammesse, che non pensa siano tante le persone previste, che nel frattempo si informa per riportarlo a casa. Sono messaggi ordinari, di quelli che si scrivono per organizzarsi, e nella loro burocrazia domestica c’è tutta la faccenda: gente che si dà appuntamento in un corridoio d’ospedale come ci si darebbe appuntamento al mercato.
Io scendo nel pomeriggio. Quaranta chilometri, una cinquantina di minuti con il traffico dell’estate.
Non ho preparato niente da dirgli, e credo che non lo farò. Non sono mai stata brava con i discorsi in circostanze come questa, e sospetto che nessuno lo sia veramente, e sospetto anche che papy, che di parole ne ha sempre usate poche, non stia aspettando un’orazione. Gli terrò la mano, che è una cosa che si può fare senza sapere cosa dire, e resterò lì il tempo che serve.
Poi tornerò a casa, e ci saranno i cavalli da rientrare, e domani mattina ci sarà il lavoro, e la vita continuerà a chiedere le stesse identiche cose di ieri, con quella indifferenza amministrativa che a volte è pure una forma di gentilezza.
Adesso però devo andare a sciacquarmi i capelli, che sono passati i venti minuti.