Cosa ci resta delle persone quando partono?
Me lo sono chiesta ieri sera alle nove passate, in mezzo ai campi, con la pinza in mano e l’ultimo filo della recinzione da tendere, e ci ho messo un po’ a capire che era una domanda vera e non una di quelle frasi da condoglianze che si scrivono sui biglietti dei fiori.
Se avete seguito le mie cronache di ieri sapete come è finita. Sono arrivata in ospedale. Dopo essermi presa il tempo di accusare il colpo, fra sport e tinta per capelli, robe inutili di cui vado poco fiera ma che in quel momento erano il modo in cui la mia testa aveva deciso di reagire, sono salita in macchina e ho fatto i miei quaranta chilometri.
Troppo tardi.
Nessuno mi aveva detto che la situazione fosse così grave, così rapida. Nei messaggi si parlava ancora di visite ammesse, di orari, di chi arrivava alle due e chi alle due e mezza, e in quella burocrazia domestica c’era implicita l’idea che ci fosse tempo, che il tempo si misurasse ancora in pomeriggi e non in minuti. Invece no.
E qui arriva la parte che dico senza pietismo, perché è tecnicamente vera e perché me l’hanno già insegnata vent’anni fa: se anche fossi arrivata qualche ora prima non sarebbe cambiato niente. Nonno dormiva profondamente da un pezzo. Non mi avrebbe sentita, non avrebbe stretto la mano, non avrebbe fatto nessuna di quelle cose che nei film succedono all’ultimo secondo con la musica che parte sotto.
Lo dico per esperienza personale. Per le ore passate accanto al letto di mia madre a pregare che si svegliasse, a parlarle, a chiamarla, a cercare un segno in una palpebra che si muoveva per conto suo. Spoiler: non è successo.
Da allora mi sono fatta un’idea che vale quello che vale, e che è questa: le ultime ore servono soprattutto a chi resta. Chi sta partendo, secondo me, è già altrove da un pezzo, in un posto dove le nostre voci arrivano attutite o non arrivano affatto, e tutto quel nostro affannarci intorno al letto è una faccenda nostra, un modo di dirci che c’eravamo, che abbiamo fatto la nostra parte, che non ce ne siamo lavati le mani.
Poi certo, la pensiamo tutti diversamente. Questa è la mia versione, e me la tengo.
La cosa che ho realizzato solo dopo, tornando verso la macchina nel parcheggio del CHU con quel sole di fine luglio che ti si appiccica addosso, è che non ho più nessun nonno. Nessuno. La casella è vuota, la generazione sopra quella sopra la mia si è chiusa, e io mi ritrovo a trentotto anni nella fase adulta in cui il vecchio, gradualmente e senza che nessuno te lo annunci, cominci a essere tu.
E lì, ovviamente, è partito il rullino.
La spiaggia. Nonno che gonfiava il canotto seduto sull’asciugamano con quella pompa a piede che non funzionava mai bene e che lui azionava con la caparbietà di chi ha deciso che quel canotto si gonfia oggi e non domani. La pizza la sera, presa in quel modo lì, con la carta che si bagna e nessuno che si preoccupa dell’ora. E i tentativi, tutti falliti, di insegnarmi a fischiare con due dita.
«Mettile così, sotto la lingua.»
«Così?»
«No, più indietro. E ora soffia.»
Usciva aria. Solo aria, e un po’ di saliva, e la mia frustrazione.
«Ma perché non mi viene?»
«Perché ci vuole tempo. Riprova.»
E mentre riprovavo per la quindicesima volta arrivava mia madre, con quell’espressione che le conoscevo bene.
«Papà, ma la vuoi smettere di insegnarle queste cose?»
«Che c’è di male?»
«Sono modi da contadini, ecco che c’è di male. Non sono cose da signorina.»
Signorina. A me. Che passavo le estati con le ginocchia sbucciate, i capelli che sembravano un cespuglio, e una preferenza netta e documentata per i pantaloncini dei maschi. Se c’era una cosa che non ero, in tutto quel periodo lì, era una signorina. Ma mia madre aveva questa fiducia ostinata nell’idea che prima o poi ci sarei diventata, che bastasse insistere, che fosse questione di tempo e di buone maniere.
Aveva torto, per la cronaca. Non ho mai imparato né a fischiare né a fare la signorina, e ho fallito su entrambi i fronti con una certa coerenza.
Tutto questo, adesso, è diventato materiale d’archivio. Un ricordo piacevole, riordinato, senza più nessuno dall’altra parte a confermarlo o a smentirlo. Ed è questa, credo, la risposta alla domanda di prima: cosa ci resta delle persone quando partono. Resta questo. Un canotto, una pompa che non funziona, un fischio mai riuscito.
Forse dovrei concentrarmi su queste cose, invece che sul resto. Perché il resto, in queste ore, si è fatto sentire parecchio.
Mio fratello e i miei cugini partono comunque in vacanza. Le date sono quelle, i biglietti sono presi, i funerali cadono male e pazienza. Non so nemmeno quando si terranno, i funerali. Nel dubbio ho passato il pomeriggio a recuperare il cane di mio cugino, perché lui in vacanza ci va lo stesso e il cane da qualche parte doveva pur stare, e c’è qualcosa di comico nel ritrovarsi a fare la dog-sitter il giorno in cui muore tuo nonno.
Allucinante? Sì.
Poi mio padre mi ha scritto «condoglianze». Una parola, ben formattata, di quelle che si mandano ai colleghi, aggiungendo «anche se nessuno me le ha fatte per mia madre».
E qui mi sono seduta un attimo, perché stiamo parlando della nonna di cui ho già scritto prima di partire per la Francia, quella che mi ha sputato in faccia dandomi della figlia di una zoccola, una strega di quelle vere, non da fiaba. Quindi sì, “che nessuno si sia disturbato a fare le condoglianze per mia madre” rientra perfettamente nel quadro. Perché nessuno l’amava. Nessuna sorpresa. Il registro era già stato stabilito.
Ed è proprio questo che mi ha dato la consapevolezza definitiva, e che è l’unica cosa utile che porto a casa da questi due giorni.
Quello che resta di una persona non sono i figli. Non sono i soldi che ha messo da parte, la casa, il terreno, la questione dell’eredità di cui qualcuno inizierà a parlare fra dieci giorni con quel tono discreto che non inganna nessuno. Si può avere tre figli e sei nipoti e lasciare dietro di sé una scia di gente che tira dritto e va al mare.
Quello che resta è quello che hai dato alle persone. Scrivendo, cantando, parlando. Gonfiando canotti. Insegnando fischi a bambine che non impareranno mai.
E forse è per questo che continuo a fare quello che faccio, a scrivere libri che vendono poco, a mettere online articoli che leggono in quattro, a raccontare cose che magari a qualcuno servono. Perché sospetto che sia l’unica forma di eredità che regge, e perché nei momenti difficili è esattamente quella roba lì a tenermi in piedi: una frase che qualcuno ha scritto anni fa senza sapere che sarebbe finita fra le mani mie.
Comunque, ieri sera la recinzione l’ho finita. Alle nove passate, con la luce che se ne andava e i cavalli che mi giravano intorno convinti che stessi lavorando per loro, il che tecnicamente è vero. Sono rientrata distrutta.
E stamattina, mentre facevo il caffè, ci ho riprovato. Due dita sotto la lingua, la posizione giusta, il soffio.
Esce ancora solo aria.