Ci sono libri che le lettrici tengono sul comodino e prestano soltanto alle persone di cui si fidano, e The Chronology of Water di Lidia Yuknavitch è uno di questi: un memoir uscito negli Stati Uniti nel 2011 per Hawthorne Books, arrivato in Italia per Nottetempo nel 2022 con il titolo La cronologia dell’acqua, nella traduzione di Alessandra Castellazzi e con la presentazione di Chelsea Cain. Il titolo dice già il metodo: la vita non viene raccontata in ordine di calendario, ma seguendo l’acqua, che procede per correnti, ristagni, piene e cadute, e che tiene insieme il nuoto agonistico, il desiderio, il lutto e la scrittura. Da questo testo Kristen Stewart ha tratto il film con cui ha debuttato alla regia nel 2025, come raccontiamo nella scheda dedicata al passaggio dal libro allo schermo.
Di cosa parla
Yuknavitch ricostruisce la propria storia per frammenti, rifiutando la linea retta che di solito ci si aspetta da un’autobiografia. C’è l’infanzia in una casa segnata dalla violenza del padre e dal silenzio alcolico della madre, dove il nuoto diventa presto la disciplina che salva e che promette una via di fuga; c’è la partenza per il college, la sessualità esplorata senza cautele, l’alcol e le droghe che mandano in pezzi la carriera sportiva. C’è soprattutto la perdita di una figlia, nata morta, che l’autrice non nasconde e non addolcisce, e che ritorna lungo tutto il libro come una marea che va e viene. Attorno a quel dolore ruotano matrimoni accesi e brevi, amicizie decisive, l’incontro con lo scrittore Ken Kesey nel laboratorio dell’Università dell’Oregon, e la scoperta che mettere le parole in fila, una dopo l’altra, è un modo per rimanere a galla. Nel corso di quel laboratorio gli studenti scrivono insieme un romanzo collettivo, e per Lidia l’esperienza segna il passaggio da chi subisce la propria storia a chi comincia a darle una forma, scegliendo le parole invece di esserne travolta.
Prima di diventare scrittrice, Yuknavitch era stata una nuotatrice agonistica, e proprio una borsa di studio sportiva le aveva aperto le porte dell’università, così che nel libro la vasca non è mai una semplice metafora, ma un luogo concreto in cui il corpo impara a misurarsi, a resistere e talvolta a sprofondare. Negli anni successivi al memoir l’autrice ha continuato a scrivere romanzi e a tenere laboratori di scrittura del corpo, costruendo intorno a questo testo una comunità di lettrici e lettori che lo hanno adottato come una specie di manuale di sopravvivenza. La lingua di Yuknavitch è fisica, esatta, capace di nominare il corpo e i suoi liquidi senza pudore e senza compiacimento, e questa franchezza è la ragione per cui il libro è diventato di culto fra chi cerca una scrittura che non finga di essere pulita. Chi ama i memoir che intrecciano confessione e riflessione sulla scrittura vi ritroverà una parente delle grandi voci femminili che raccontano il corpo come territorio politico, in una linea che sul nostro blog attraversa anche L’arte della gioia di Goliarda Sapienza e le storie di desiderio femminile di Meet Me in the Garden di Nina LaCour.
Perché è un libro a tematica queer
Al centro c’è una donna che ha amato uomini e donne e che non chiede a nessuno il permesso di collocarsi in una casella: la bisessualità di Yuknavitch attraversa il libro come parte integrante del suo modo di stare al mondo, insieme al piacere, alla vergogna imposta dagli altri, alla ricerca di un linguaggio per il desiderio. Il memoir rifiuta la figura consolatoria della vittima perfetta e mostra una protagonista contraddittoria, a tratti dura, capace di ferire e di rimettersi in gioco, e proprio questa onestà lo ha reso un testo di riferimento per molte lettrici lesbiche e bisessuali. Non è un caso che a portarlo al cinema sia stata un’autrice apertamente queer come Kristen Stewart, che nella scrittura di Yuknavitch ha riconosciuto una libertà affine alla propria. Il libro non chiude il desiderio dentro un’etichetta, e proprio per questo parla a un pubblico più largo: racconta come si possa amare in molte direzioni lungo il corso di una vita, senza che una scelta cancelli le altre, e come il corpo femminile resti un terreno su cui si esercitano insieme il controllo e la liberazione.
Stile e accoglienza
Costruito per schegge brevi, con capitoli che a volte durano poche righe, La cronologia dell’acqua alterna il registro del ricordo a quello della meditazione sulla forma, e chiede al lettore di ricomporre da sé il disegno complessivo, come si fa con i cocci di qualcosa che si è rotto e poi si tiene insieme in modo nuovo. La critica anglosassone lo ha accolto come un classico contemporaneo della scrittura autobiografica femminile, e la sua fama è cresciuta negli anni per passaparola, di lettrice in lettrice, fino a diventare il testo di culto che ha finito per attirare l’attenzione di una regista al debutto. Quella struttura per schegge è anche la ragione per cui il libro si prestava al cinema: la pellicola 16mm scelta da Kristen Stewart, con la sua grana e i suoi salti, cerca sullo schermo lo stesso movimento a strappi con cui la pagina procede. La presentazione di Chelsea Cain, nell’edizione italiana, accompagna chi si avvicina per la prima volta a una prosa che non concede scorciatoie e che ripaga la fatica con una rara sensazione di verità. Vale la pena avvertire chi legge che il libro affronta senza filtri temi duri, dalla violenza subita nell’infanzia alla dipendenza fino alla morte di una figlia, e che proprio per questo chiede una lettura attenta, capace di stare dentro il dolore senza esserne schiacciata, per arrivare fino alla parte in cui l’acqua torna a essere promessa di guarigione.
Dove leggerlo
Il libro si trova in italiano nell’edizione Nottetempo, trecentotrentasei pagine, tradotto da Alessandra Castellazzi: è disponibile su Amazon nell’edizione italiana La cronologia dell’acqua, ed è la lettura giusta da tenere accanto alla visione del film di Kristen Stewart, per capire da dove nasce ogni immagine e quanto la pagina precede sempre lo schermo.
Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.
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