«Aòh, ma proprio nessuno la voleva pubblicare?». Verrebbe da chiederlo a Goliarda Sapienza, sgranando gli occhi davanti alla pila di rifiuti che il marito Angelo Pellegrino conservò per anni in una cassapanca della loro casa romana. Ventisei editori italiani, uno dopo l’altro, le avevano detto di no: troppo lungo, troppo libero, troppo scomodo, e poi vai a sapere quali altri «troppo». Goliarda intanto si era venduta i gioielli, era finita in carcere per qualche mese a Rebibbia, aveva continuato a scrivere senza mai cedere alla tentazione di accorciare L’arte della gioia per renderlo gradito a chi non lo capiva. Morì nel 1996 a Gaeta, certa che il suo capolavoro sarebbe rimasto sepolto sotto la polvere domestica e che pochi lettori l’avrebbero conosciuto.
Due anni più tardi, Stampa Alternativa di Marcello Baraghini stampò la prima parte in edizione limitata e quasi confidenziale, e lì avvenne quello che gli scrittori chiamano agnizione: il romanzo scivolò in Francia tradotto da Nathalie Castagné, Le Monde lo definì un capolavoro, la Germania e la Spagna seguirono a ruota, e quando Einaudi nel 2008 lo pubblicò integrale per il pubblico italiano, Modesta era ormai un personaggio europeo. Una specie di vendetta postuma, eseguita con la pazienza che solo i libri sanno avere.
Modesta. Il nome è una piccola perfidia, perché di modesto in lei non c’è nulla. Nasce il primo gennaio del 1900 in una capanna di Sicilia, una di quelle case dove il pavimento di terra battuta risuona quando ci passi sopra a piedi nudi e dove il fumo del focolare ti entra negli occhi prima ancora che il caffè ti svegli del tutto. Il padre lo conosce appena, la madre la chiama «picciridda» con la voce stanca di chi sa che la fame è una compagnia fissa, la sorella Tina è disabile e si trascina nella stanza sempre nello stesso angolo. La prima scena del romanzo è un piccolo trattato di filosofia del corpo: Modesta a quattro anni si scopre, scopre che il piacere esiste, scopre che le dita possono andare dove vogliono e che il mondo non è soltanto paura. Da lì in poi non si fermerà più.
«Vedi, Modesta — le dirà don Antonio anni dopo, accostando la sedia di vimini al tavolino del giardino — la gioia non è un regalo del cielo, la gioia è qualcosa che si impara, come si impara a leggere o a cucire, e ci vuole testa per starci dentro». Modesta ascolta, mastica una mandorla, guarda il limoneto che digrada verso il mare e risponde: «Allora io questa gioia me la imparo, perché di mestieri tristi ne ho già fatti abbastanza». Quel mestiere triste è la sua infanzia: lo stupro del padre putativo, l’incendio doloso che divora la capanna e si porta via madre e sorella, l’ingresso in convento dove una zia priora cerca di addomesticarla, e infine la fuga nella villa Brandiforti, in cui Modesta entrerà come orfana da educare e uscirà come padrona.
La parte conventuale resta una delle più belle del romanzo per chi cerca, in queste pagine, una storia di donne che si amano. Suor Costanza, che ha le mani lunghe e un sorriso da ebanista del ricamo, le spiega le declinazioni latine al pomeriggio mentre fuori cantano le cicale; Beatrice, la cugina della famiglia Brandiforti, le si avvicina con una fragilità che chiede di essere protetta. «Modesta, mi prendi per mano? Ho freddo». «Hai freddo a luglio, scimunita?». «Ho freddo perché tu mi guardi così». E Modesta la guarda davvero, le bacia la fronte, poi la bocca, e capisce che il desiderio per le donne è una di quelle verità che non si discutono: ci sono, e basta, come la pioggia di marzo. Sapienza si trattiene dallo spiegare, dal giustificare, dal correre a rassicurare nessuno. Lascia che Beatrice esista, e dopo Beatrice arriverà Mela, la pianista cieca, e dopo Mela arriverà Joyce, l’antifascista austriaca che è insieme amante, compagna di lotta e nodo intellettuale, e ognuna di queste relazioni avrà il suo peso preciso nel grande edificio del libro.
Joyce merita un paragrafo a parte. È una donna di città, colta, depressa, brillante, con quella spigolosità nordica che fa innamorare e fa litigare. Modesta la trova bellissima e inquieta; Joyce trova Modesta troppo solare, troppo siciliana, troppo capace di vivere. «Tu hai una vitalità che mi spaventa», le dice una sera a Catania, davanti a un bicchiere di passito. «E tu hai una tristezza che mi affascina, che mai si sa, magari ce la curiamo a vicenda», risponde Modesta. Si curano, in effetti, ma non guariscono mai del tutto, perché l’amore in Sapienza è un esercizio quotidiano, non una medicina. Quando Joyce sceglie la propria fine, Modesta piange senza recriminare, accende un fuoco nel camino, scrive una lettera, accudisce i figli dell’una e dell’altra, e tira avanti.
La forza di L’arte della gioia sta proprio qui, nella sua refrattarietà alla retorica del dolore. Modesta perde madri, amanti, figli, perde compagni di stanza in carcere e perde la giovinezza, eppure continua a interrogare il proprio corpo come uno strumento musicale che si può ancora accordare. Sapienza scrive una prosa lunga, sintatticamente sontuosa, piena di dialetto siciliano e di citazioni filosofiche, e dentro questa prosa fa entrare il Novecento intero: il fascismo, la guerra, la Resistenza, il dopoguerra, la fatica monastica della politica negli anni Settanta. Il libro arriva fino agli anni Sessanta inoltrati, copre quasi un secolo, e in nessuna delle sue cinquecento pagine cede alla tentazione del riassunto.
Per un blog come questo, L’arte della gioia è una di quelle letture che si segnalano due volte: la prima per il valore letterario, la seconda perché Modesta è uno dei pochissimi personaggi della letteratura italiana che ama le donne apertamente, fuori da ogni mascheramento e da ogni pathos tragico. Il suo desiderio omosessuale è una delle stanze della casa, e questo, nella narrativa novecentesca italiana, era un’invenzione vera. Mannaggia all’editoria che l’ha rifiutata per decenni: quanti lettori avrebbero potuto incontrare prima Modesta, e attraverso Modesta sé stessi.
Una nota sull’edizione attuale. Einaudi pubblica oggi il romanzo nella collana ET Scrittori, 540 pagine, prefazione di Domenico Scarpa, traduzione di nessuno perché l’originale è italianissimo. La copertina della tascabile gioca con un dettaglio del corpo femminile fotografato in penombra, scelta sobria e ben centrata. Per chi preferisce comprarlo online, si trova qui ed è uno di quei libri che meriterebbe due copie: una da prestare e una da tenere stretta sul comodino.
Nel 2024 Valeria Golino ne ha tratto la serie televisiva omonima per Sky e HBO, con Tecla Insolia nei panni di una Modesta giovane che funziona davvero, e Valeria Bruni Tedeschi in un cameo che divide. La serie è bella, ma — e qui arriva il mio piccolo dispetto da lettrice — riduce la dimensione filosofica del romanzo, sceglie la trama e lascia in ombra la voce. Leggetelo prima della serie, oppure dopo, oppure mai prima e mai dopo: leggetelo e basta. Modesta vi aspetta in una capanna siciliana del primo gennaio 1900, e ha ancora un sacco di cose da raccontarvi.
Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.
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