Ho riaperto il diario convinta di essere rimasta ferma tre settimane, forse quattro, e mi sono messa a ricostruire all’indietro partendo dai foglietti attaccati al frigorifero con la calamita storta, dalle ricevute ammucchiate nel cassetto della cucina e dalle cartelle sul desktop con i nomi provvisori che metto sempre e non cambio mai. Alla fine della ricognizione ho dovuto ammettere che il tempo è passato eccome, e che nel frattempo la mia vita ha continuato ad accumulare lavoro, animali, libri lasciati aperti a faccia in giù sul bracciolo del divano, fotografie da preparare, progetti nuovi e qualche imprevisto che avrei volentieri girato a qualcun altro.
Dall’ultima volta che ci siamo lasciati, cioè dopo la morte di nonno e la mia caccia disperata a un dentista, posso dire che la caccia è finita bene. Ho mandato al diavolo lo specialista che mi seguiva, anche se il verbo seguire, applicato a lui, resta un eufemismo di rara generosità: non mi ha mai richiamata, mai una volta, nonostante le decine di messaggi lasciati sulla sua segreteria telefonica.
«Quanti gliene hai lasciati, di messaggi?» mi ha chiesto Katy una sera, mentre pelavo le patate.
«Ho smesso di contarli dopo il decimo. Alla fine mi sono messa a parlare al vuoto, gli dicevo buongiorno sono ancora io, e riattaccavo.»
Per fortuna ne ho trovato un altro dall’altra parte del paese, trenta minuti di macchina lungo la strada che scende, curva, torna a salire e alla fine ti sputa in una piazzetta con il parcheggio a spina di pesce. Trenta minuti sono tanti per un controllo, però sono fattibili. La segretaria al telefono è stata sbrigativa nel modo esatto in cui mi piace.
«Ha già una cartella da noi?»
«No, è la prima volta.»
«Allora venga un quarto d’ora prima, ci sono dei fogli da compilare.»
Quindi vedremo domani. Spero sinceramente che sia soltanto tartaro accumulato da prima del COVID, ipotesi piuttosto plausibile visto lo storico. Fra le mille operazioni, gli andirivieni al pronto soccorso per la celiachia che ci hanno messo anni a diagnosticare e altri problemini assortiti, del dentista mi ero proprio scordata. Ogni volta mi dicevo chiamo domani. E domani non arrivava mai.
Oltre a queste faccende sfortunate, e se me la sento vi aggiorno domani o nel weekend, c’è stato un altro fatto importante, cioè il mercatino di fine agosto. Ho portato i miei libri fuori dal circuito online, li ho impilati su una tovaglia che il vento sollevava da un angolo, ho scritto i prezzi a mano su dei cartoncini e sono rimasta lì a guardare la gente che passava. Ne ho venduti parecchi, il che per me ha rappresentato la prima conferma concreta che qualcuno si fermi davanti a un mio libro, lo giri, legga la quarta e decida di portarselo a casa.
«L’ha scritto lei?» mi ha chiesto una signora con la borsa della spesa appoggiata al ginocchio.
«Sì, sono io.»
«E finisce bene?»
«Questo non glielo posso dire.»
Ha riso e l’ha comprato lo stesso. Mi ha fatto piacere, soprattutto considerando che i libri erano in francese e che io, in italiano, me la cavo molto meglio. È il genere di cosa che dieci anni fa avrei archiviato come un caso fortunato, e invece adesso provo a tenermela, dopo tutto il lavoro che ho fatto sulla sindrome dell’impostore.
In parallelo, le settimane se le è mangiate un mio grosso progetto audio ed editoriale. Mi sono ritrovata dentro allo sviluppo, alla produzione audio, alla scrittura, alle correzioni, alle registrazioni e ai problemi tecnici che arrivano sempre alle sei di sera, fino a vedere sparire pezzo per pezzo il tempo destinato ad Allison Lister. Da lì un bello sconforto, perché la voglia di scrivere c’era davvero, però mancavano la forza e la motivazione, sapendo che spesso attaccavo alle sei del mattino e mollavo alle otto di sera.
«Non hai scritto niente stasera?» mi ha chiesto Katy dal divano.
«E che scrivo? Caro diario, sono morta dentro e fuori, sono diventata la schiava di me stessa?»
«Mettilo, dai. Almeno è sincero.»
Avrei voluto finire il romanzo horror, oppure riprendere Fine semestre con delitto e renderlo più leggibile e più professionale, senza togliergli il tono ironico che è tutto il suo motivo di esistere. Invece niente, e la testa in fumo l’avevo già sperimentata a marzo, quindi sapevo benissimo dove stavo andando a finire.
E visto che l’ho nominato, parliamo del romanzo horror. Non l’ho mai annunciato ufficialmente e lo faccio oggi, perché mi sembra giusto: si intitola La Strega di Willow Creek. Pensavo di essere vicina alla conclusione, poi mi sono accorta che certe revisioni avevano portato il testo lontano dallo stile che volevo, e mi sono ritrovata davanti a un romanzo da ricontrollare e da sistemare quando mentalmente ero già pronta a chiuderlo e a pubblicarlo. La cosa mi ha frustrata e demotivata parecchio, anche perché, diciamolo, odio la revisione e da autrice indipendente è comunque una parte del mestiere che mi tocca affrontare. Il libro l’ho scritto l’anno scorso, quest’anno ho rifatto tutta la genealogia e rimesso in ordine i fatti, per poi ritrovarmi con qualcosa che stilisticamente non mi andava a genio. Di dubbi sulla scrittura ne ho già riempite pagine, e continuo.
Mentre faccio fatica ad andare avanti con il romanzo, è tornata invece la fotografia, e con una certa prepotenza. Avevo smesso di scattare ai tempi di Inès.
«Non sai inquadrare» mi diceva guardando lo schermo della reflex.
«Questa a me piace.»
«Fa schifo. Guarda l’orizzonte, è storto.»
Per Inès, del resto, faceva schifo qualunque cosa io facessi, e chi legge il blog da qualche anno lo sa. Con il tempo ho smontato quasi tutti i complessi che mi aveva scritto addosso, e sono andata avanti.
Il 3 ottobre ho la mia prima esposizione, dove porterò una serie che ho chiamato sguardi animali. E qui cominciano i problemi tecnici, di quelli che i manuali non contemplano. Voglio fotografare una mucca, per esempio, e fra me e la mucca c’è un toro fermo in mezzo al prato con tutta l’intenzione di restarci, mentre lo zoom non arriva abbastanza lontano da risolvere la questione a distanza.
«Falla da qui» ha suggerito Katy appoggiata al filo elettrico.
«Da qui viene un puntino marrone.»
«E allora giragli intorno.»
«Con quello che mi tiene d’occhio da dieci minuti? Manco morta.»
Nel frattempo combatto con i parametri della Nikon Zf, che è di un’altra complessità rispetto alla mia vecchia D3200, e con una quantità di ghiere che sembrano messe lì apposta per farmi sbagliare in fretta. Vi starete chiedendo: scusa, ma se è così complicata perché te la sei presa? La risposta è banale. Ho cominciato con Nikon, quindi resto su Nikon. Chi fotografa sa benissimo che passare, per dire, a Canon significa cambiare tutto il kit, rivendere gli obiettivi e ricomprarli, e a quel punto tanto vale imparare le ghiere.
Fin da ragazzina, dai tempi di Dawson’s Creek, ho sempre avuto voglia di girare qualche cortometraggio. Quando vivevo ancora a Roma ho visto la serie LSB, ho conosciuto le ragazze che la facevano e mi sono detta: cazzo, allora si può fare. Poi non avevo una lira, quindi non ho continuato, e ho passato anni a guardare da lontano le scuole per video maker con l’aria di chi sbircia una vetrina.
Ripartirei da un progetto molto più modesto, tra l’altro in piena fase di studio e da perfetta autodidatta. Vorrei riprendere l’idea di Stanza Zero e allargarla: usare la stanza, il green screen e quello che ho già in casa per sperimentare ambienti, inquadrature e piccoli universi diversi, imparando nel concreto a gestire esposizione, messa a fuoco e impostazioni video della macchina.
E ora passiamo a cose più terra terra, perché a furia di parlare di lavoro viene il latte alle ginocchia. Dopo i cani, i gatti, i pesci che si vedono nel video di Stanza Zero e i cavalli, sono arrivate anche le galline. Evidentemente il numero di animali non era ancora sufficiente, e adesso abbiamo pure loro 😂. Le abbiamo prese a una fiera di agricoltori che di agricoltura aveva pochissimo, fra un banco di salumi e uno di trattorini usati, però sono carucce.
«Le prendiamo?» ha detto Katy davanti alla gabbia.
«E chi se ne occupa, secondo te?»
«Quattro galline mangiano niente.»
«Quattro galline sono tre becchi tutti i giorni, e qui intorno ci sono le volpi.»
Perché è questo il punto: di base non ne volevo, sia perché non avevo tempo di occuparmene, sia perché non avevo voglia di soffrire per la loro morte, visto che da noi girano volpi e faine e io sono terrorizzata. Poi però le uova a gratis, di questi tempi e a questi prezzi, non sono una cattiva idea. Le abbiamo sistemate vicino ai cavalli, sperando che la presenza grossa scoraggi un po’ i predatori notturni.
E a proposito di cavalli, occupano tutto il mio quotidiano: il fieno da gestire ogni giorno, le reti da riempire, le criniere da districare e soprattutto i guai recenti con Lucifero, il pony, che meriterebbero un articolo per conto loro. Per ora basta sapere che sono arrivate giornate abbastanza faticose e che gli animali continuano a prendersi una fetta consistente delle mie giornate.
Ciliegina sulla torta, il computer. Dopo settimane in cui il lavoro digitale mi ha assorbita per intero, proprio lo strumento con cui faccio praticamente tutto ha deciso di avere un problema al disco ed è finito in riparazione, dove si trova tuttora.
Mi è rimasta una configurazione di ripiego con cui riesco comunque a lavorare, molto peggio e con parecchia irritazione, perché la torre mi permetteva montaggi audio, montaggi video, videogiochi e tutto il resto.
Quindi: il dentista domani, il computer fuori casa, i progetti che aspettano il loro turno, la mostra di ottobre che si avvicina e questa voglia precisa di recuperare Allison Lister dentro a tutto il resto. Senza il fisso lavorare è diventato complicato. Forse è l’occasione per rimettere mano alla Nikon, fare delle prove video e vedere dove mi porta Stanza Zero, senza pretendere di tirarne fuori subito qualcosa di pubblicabile. Intanto il portatile scalda sulle ginocchia e fuori le galline hanno già imparato a che ora arrivo con il secchio.