Rapporto Ipsos Pride 2026: in Italia i diritti LGBT+ hanno più consenso della media, ma il sostegno alle aziende scende di dieci punti

Le utime dal diario

La lella
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Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.

Ogni anno, in prossimità del mese del Pride, l’istituto di ricerca Ipsos pubblica una fotografia dell’opinione pubblica mondiale sui diritti delle persone LGBT+, e l’edizione 2026 del rapporto, diffusa il 23 giugno e costruita su un campione di ventisei Paesi tra cui l’Italia, descrive un quadro che si è assestato dopo alcuni anni di arretramento, collocando il nostro Paese su posizioni mediamente più aperte della media internazionale su quasi tutti gli indicatori rilevati.

Il primo dato riguarda il rapporto fra le persone e le imprese. Nella media dei ventitré mercati confrontabili con le rilevazioni precedenti, il 42 per cento degli intervistati dichiara di sostenere le aziende e i marchi che promuovono attivamente l’uguaglianza per le persone LGBT+, una quota allineata al 41 per cento dell’anno scorso e inferiore al 49 per cento del 2021. In Italia il sostegno resta più alto della media internazionale, al 51 per cento, con un arretramento di dieci punti rispetto a cinque anni prima, quando toccava il 61 per cento. Per gli analisti dell’istituto il segnale conferma il progressivo raffreddamento dell’entusiasmo verso il cosiddetto rainbow marketing, la scelta di molte imprese di legare il proprio marchio alle rivendicazioni della comunità durante il mese di giugno.

Le edizioni degli anni passati avevano registrato i segni di un fenomeno che i ricercatori chiamano wokelash, il contraccolpo contro le posizioni progressiste, visibile su parecchi parametri e in numerosi mercati; la rilevazione del 2026 restituisce invece un’immagine più sfumata, con valori che si stabilizzano su diverse misure e che ricalcano le tendenze già osservate nel report del 2025. La stabilizzazione, avvertono gli autori, non equivale a un’inversione di rotta, e su alcuni temi il consenso continua a scendere lentamente rispetto ai livelli di inizio decennio.

L’indagine, che Ipsos conduce a cadenza annuale attraverso i propri panel online, ha coinvolto adulti in ventisei Paesi, e i confronti con il passato si basano sui ventitré mercati presenti anche nelle edizioni precedenti, un accorgimento che permette di misurare le variazioni nel tempo senza le distorsioni dovute all’ingresso di nuovi Paesi. Nel presentare i risultati, i ricercatori tornano su un punto: dopo diversi anni in cui i sondaggi avevano segnalato un arretramento generalizzato, il 2026 mostra soprattutto valori fermi, con spostamenti di pochi punti in una direzione o nell’altra a seconda del tema e del mercato considerato.

È il caso dello sport. Sul fatto che le persone transgender subiscano discriminazioni esiste un accordo trasversale, mentre le opinioni si dividono quando si passa all’accesso a strutture riservate e alle competizioni sportive. Il sostegno internazionale agli atleti transgender che gareggiano in base alla propria identità di genere è sceso dal 32 per cento del 2021 al 22 per cento del 2026 nei ventitré Paesi confrontabili. In Italia il calo risulta più contenuto e il sostegno si ferma al 26 per cento, contro il 34 per cento di cinque anni prima.

Un’analoga divisione emerge sulla visibilità delle persone LGBT+ in televisione, al cinema e nella pubblicità. La media dei ventitré Paesi riflette una polarizzazione netta, con il 30 per cento di favorevoli e il 29 per cento di contrari, e i valori oscillano dal 59 per cento di consensi della Thailandia al 14 per cento della Corea del Sud. Gli italiani si mostrano più disponibili della media, con il 34 per cento favorevole a una maggiore rappresentazione nei media e il 23 per cento contrario.

Il tema che raccoglie il consenso più solido resta il matrimonio egualitario, che tuttavia mostra spaccature profonde a seconda dell’area geografica e del quadro legislativo. In Europa i valori più alti si registrano nei Paesi Bassi, con l’80 per cento, in Spagna, con il 74 per cento, e in Svezia, con il 73 per cento, mentre le percentuali più basse arrivano dalla Polonia, ferma al 33 per cento, e dalla Turchia, al 16 per cento. In Italia il 60 per cento dei cittadini si dichiara a favore del matrimonio legale per le coppie dello stesso sesso.

Proprio quel 60 per cento apre la questione più delicata per il nostro Paese, cioè la distanza fra l’orientamento dell’opinione pubblica e lo stato della legge. In Italia le coppie dello stesso sesso possono contare soltanto sulle unioni civili, introdotte nel 2016, e non sul matrimonio, e questa distanza colloca il Paese in fondo alle classifiche europee. La Rainbow Map 2026 di ILGA-Europe assegna all’Italia il trentaseiesimo posto su quarantanove Stati del continente, con un punteggio del 24 per cento, molto lontano dal sentimento maggioritario fotografato dai sondaggi.

Il divario fra opinione e norma si accompagna a un clima quotidiano che resta segnato dagli episodi di intolleranza. Il report Arcigay dell’IDAHOBIT 2026 ha contato centoventisette casi di violenza, discriminazione e odio contro persone, organizzazioni e simboli LGBTQIA+ registrati dai media italiani in dodici mesi, un dato che aiuta a leggere il consenso di massa insieme alle sue crepe. Sul fronte opposto, la giurisprudenza ha continuato a muoversi: la Corte costituzionale, con la sentenza 91 del 2026, ha riconosciuto la pensione di reversibilità al partner superstite di un’unione omosessuale contratta all’estero, mentre le amministrazioni locali hanno avviato progetti di servizio, come il Rainbow Center di Milano nell’area dell’ex Ansaldo.

Per l’Italia il quadro apre un interrogativo che tocca da vicino la politica, perché quel 60 per cento di favorevoli al matrimonio egualitario convive con una legislazione ferma alle unioni civili, e su questa distanza si è innestato il dibattito parlamentare degli ultimi mesi, con la proposta di legge sui matrimoni egualitari annunciata dalla segretaria del Partito Democratico Elly Schlein e le resistenze della maggioranza di governo. Sul terreno delle piazze, intanto, la stagione dei Pride del 2026 ha portato in strada centinaia di migliaia di persone, e l’assegnazione dell’EuroPride 2027 a Torino segnala che la mobilitazione resta ampia anche dove le norme faticano a seguire l’orientamento dell’opinione pubblica.

La lettura complessiva del rapporto Ipsos suggerisce che l’Italia si trovi in una posizione particolare, con un’opinione pubblica più favorevole di quanto lascerebbe intuire la sua legislazione e con un consenso che, pur restando sopra la media internazionale, arretra sul terreno delle aziende e dello sport. I ricercatori ricordano che la variazione rispetto alla media dei ventitré Paesi si basa sui mercati presenti nelle precedenti edizioni del sondaggio, e che i numeri raccontano tendenze di lungo periodo, con oscillazioni annuali da leggere con prudenza. Il testo integrale, con le tabelle per singolo Paese, è disponibile sul sito di Ipsos, che ha diffuso anche il documento completo in formato PDF.

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