A volte una serie televisiva tiene insieme tutto: la verità storica, il dispiacere intimo, un’ironia che mai s’incrina e un rispetto quasi monastico per i corpi delle donne che vi compaiono. A League of Their Own, otto episodi prodotti da Amazon Prime Video nel 2022 e creati da Abbi Jacobson e Will Graham, è una di queste rare occorrenze, e basta guardarla per capire perché la sua cancellazione, arrivata nel marzo del 2023 dopo che Amazon aveva inizialmente promesso una seconda stagione abbreviata, abbia provocato l’ondata di lutto che ha provocato fra il pubblico saffico di tutto il mondo.
La storia è ambientata nell’estate del 1943: gli uomini americani sono al fronte, il baseball professionistico maschile rischia di sparire, e il magnate dei dolci Philip Wrigley pensa bene di fondare una lega tutta femminile per riempire gli stadi vuoti. Si chiama All-American Girls Professional Baseball League, e dalle audizioni a Wrigley Field passano ragazze d’ogni angolo del paese: contadine dell’Idaho con i calli sulle mani, ex modelle del Massachusetts che mettono in valigia il rossetto Helena Rubinstein, sigaraie cubane di Brooklyn che sputano per terra come gli uomini.
In mezzo a loro arriva Carson Shaw, interpretata da una Abbi Jacobson che si toglie di dosso la nevrosi comica di Broad City e si calza un personaggio fragile, esitante, con una bellezza che si scopre lentamente, episodio dopo episodio. Carson è sposata con un soldato spedito in Europa, e nel pilot scappa di casa attraversando mezzi Stati Uniti per presentarsi al provino in ritardo, sgomitando, sudata, con la divisa che le sta larga. Le bastano dieci minuti di campo per mostrare a tutti che ha il braccio buono e la vista lunga, e altri dieci minuti perché Greta Gill, ricevitrice newyorchese con il sopracciglio sempre alzato e la sigaretta sempre accesa, le si sieda di fianco sulla panchina e le dica:
«Avevi paura che ti scappasse il treno, contadina?»
«Mi sono persa per le strade due volte» risponde Carson, mentre si toglie il guantone e cerca di ricacciare indietro una ciocca.
Sull’appellativo “contadina” Greta sorride, e Jacobson cesella in quella mezza alzata di sopracciglio l’inizio di una storia d’amore lunga otto episodi, fatta di stanze d’albergo condivise, tribune lasciate vuote, baci dietro un tendone dello spogliatoio e di promesse sussurrate sotto le coperte di un treno in corsa. È la linea romantica centrale della serie, e Jacobson e D’Arcy Carden — la stratosferica D’Arcy Carden di The Good Place, qui in versione vampiresca, ironica, ferita — riescono a renderla con tale pienezza, con tale attenzione ai dettagli (lo sguardo che si abbassa, il dito che gira intorno all’orlo della tazza, il modo in cui Greta, una volta scesa la sera, si trucca le labbra prima ancora di parlare), da farla sembrare la cosa più ovvia del mondo, e insieme la più clandestina.
Perché clandestina lo è davvero. Nel 1943 le donne sospettate di “mancanza di femminilità” venivano espulse dalla lega senza preavviso, costrette a frequentare scuole di portamento, riprese se camminavano a falcate troppo larghe. Le riunioni nei retrobottega dei locali queer di Chicago erano illegali, e bastava una retata della polizia per finire sul giornale del paese natale e perdere il lavoro, la casa, la famiglia. La serie mostra tutto questo senza mai fare la lezione: lo mostra nei silenzi nelle docce, nelle dita che si sfiorano fuori inquadratura, nei pomeriggi in cui Carson e Greta s’infilano in un bar nascosto dietro una libreria e ballano lentamente con le altre, riparate dalle finestre rivestite di carta nera.
Accanto a questa linea narrativa, la serie ne intreccia un’altra, e qui sta uno dei suoi atti politici più precisi. Max Chapman, interpretata da una straordinaria Chanté Adams, è una ragazza nera di Rockford con il braccio del miglior lanciatore della contea, e dalla AAGPBL viene esclusa per il colore della pelle. Mentre Carson scopre il proprio desiderio, Max insegue il suo sogno per altre vie, fra le squadre semi-professionistiche maschili nere, fra le fabbriche di guerra dove la madre vorrebbe vederla acconciata e cliente fissa del salone di parrucchiera di famiglia, e fra la tenerezza della migliore amica Clance Morgan, che la deliziosa Gbemisola Ikumelo regge per intero e che da sola vale l’abbonamento. La scrittura tratta con identico rispetto Max e Carson: le due storie scorrono in parallelo, si sfiorano nei punti giusti senza mai sovrapporsi, e illuminano due saffismi diversi, due solitudini diverse, due America diverse.
Il cast d’insieme è una piccola delizia. Roberta Colindrez è Lupe García, la lanciatrice di origini cubane che fuma, cammina di sbieco e dice quello che pensa con lentezza calibrata; Kelly McCormack è Jess McCready, butch dichiarata in una sceneggiatura che le permette finalmente di esistere senza dover scusarsi; Priscilla Delgado è Esther, la più giovane, la più ironica; Melanie Field è Jo De Luca, ex-marinaia con il sorriso di chi sa già tutto. Aggiungete Kate Berlant nel ruolo della pia Shirley Cohen, perennemente atterrita dalla possibilità del peccato, e capirete come ogni episodio si regga su un equilibrio comico che, alla maniera dei migliori film corali, tiene insieme malinconia ed ebbrezza.
La regia, affidata in larga parte a Jamie Babbit (la stessa di But I’m a Cheerleader, e si vede), gioca con una palette di gialli polverosi e blu ferroviari, riprende le partite con macchine in movimento basse e larghe, e riserva alle scene d’amore una luce dorata, quasi monastica, che chi guarda riconosce subito come amorevole. La colonna sonora di Robert Aiki Aubrey Lowe e Stephanie Economou intreccia swing d’epoca e accenti più contemporanei, e il montaggio di battute vivaci tiene desto anche lo spettatore più distratto.
Vista così, la cancellazione dopo una sola stagione di otto episodi resta una ferita aperta. Amazon aveva inizialmente comunicato un rinnovo per quattro episodi finali; nel marzo del 2023, complice lo sciopero degli sceneggiatori, complice l’ennesima riorganizzazione della divisione streaming, complice (diciamolo: complice) l’antica abitudine delle piattaforme a tagliare ciò che non risulta abbastanza redditizio in termini di metriche generaliste, il revival è saltato. Carson, Greta, Max e le altre rimangono congelate al loro ottavo episodio, su un campo di terra battuta, in un finale che si interrompe a metà.
«Aòh, ma non si fa così, non si lasciano in mezzo a una stagione del cuore», direbbe Allison in romanaccio, e avrebbe ragione. La serie merita di essere vista comunque: per la qualità della scrittura, per la precisione della ricostruzione, per la dolcezza con cui Jacobson e Graham hanno raccontato un mondo che la storiografia sportiva ufficiale ha taciuto per decenni.
Per chi vuole approfondire, vale la pena recuperare anche il film originale del 1992, A League of Their Own di Penny Marshall, da cui la serie prende il titolo (e poco altro): un film ottimo, intoccabile sul piano della commedia, che la versione 2022 cita con rispetto nelle inquadrature di Wrigley Field e nel cameo di Rosie O’Donnell come padrona di un bar lesbico. Da leggere, per restare in tema, La giungla di fruttirubini di Rita Mae Brown: stessa America di pochi anni dopo, stesso scollamento fra ciò che si vorrebbe e ciò che si può.
A A League of Their Own, infine, si torna ogni tanto, come si torna a un romanzo lasciato a metà sul comodino: si rilegge una scena, si guarda qualche secondo della stretta di mano fra Carson e Greta nello spogliatoio, si sospira, e si chiude di nuovo.
Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.
Articoli correlati: