2010 circa (commentato nel 2022, riscritto nel 2026)
Dopo quattro ore ininterrotte di pianto ed essermi distrutta totalmente nel modo peggiore, rido, rido delle cattiverie altrui covando desiderio di vendetta. Questa frase, questo incipit da tragedia greca scritta da qualcuno che aveva appena scoperto l’esistenza delle emozioni estreme, racchiude perfettamente lo stato in cui mi trovavo in quel periodo: quattro ore di pianto, specificate con precisione quasi comica come se avessi cronometrato la mia disperazione, seguita da un rovesciamento improvviso dove passavo dalle lacrime alla risata amara, da vittima a potenziale carnefice, da persona distrutta a persona che cova vendetta. Desiderio di vendetta, espressione che suona quasi melodrammatica, quasi da film di gangster o da opera lirica, quella voglia di far pagare a qualcuno il male ricevuto che ti fa sentire potente quando in realtà sei semplicemente devastata e cerchi qualsiasi modo per non sentirti più così vulnerabile, così esposta, così completamente in balia del dolore.
È bello non provare assolutamente niente. Questa affermazione, questa dichiarazione apparentemente cinica, tradiva esattamente il contrario: provavo troppo, sentivo troppo, ero sopraffatta da troppe emozioni contemporaneamente, e quindi sognavo il nulla emotivo, l’assenza di sentimenti, quella condizione di anestesia totale che ti fa sembrare forte quando in realtà è solo un meccanismo di difesa disperato contro un dolore che non sai gestire. Sarà questa la frattura psicologica dei personaggi che cerco di impersonare? mi chiedevo, cercando di trovare un senso teatrale, artistico, quasi professionale a quello che stavo provando, come se trasformare la mia sofferenza in materiale per la recitazione potesse darle un significato, renderla utile, giustificare il fatto che facesse così male. Ira e disperazione trasformata in una persona che non ti identifica più, formulazione confusa che cercava di descrivere quella sensazione di alienazione da se stessi, di guardarsi dall’esterno e non riconoscersi, di diventare qualcun altro sotto il peso del dolore.
Questi per me sono stati giorni tremendi, di ricordi orribili, gli stessi giorni dell’anno scorso in cui ho saputo della malattia di mia madre. E qui arriva finalmente la vera spiegazione, il vero motivo di tutto quel dolore: l’anniversario, quei giorni specifici del calendario che tornavano ogni anno portandosi dietro i ricordi, riattivando il trauma, facendomi rivivere quel momento in cui avevo scoperto che mia madre era malata, quel momento che aveva segnato l’inizio della fine, che aveva diviso la mia vita in un prima e un dopo. Continuo a sognarla sempre malata, aggiungevo con quella semplicità devastante, senza elaborare, senza spiegare, semplicemente constatando che i sogni, quegli spazi che non puoi controllare, continuavano a mostrarmi mia madre in quello stato, malata, sofferente, morente, invece di restituirmela sana, viva, come era stata prima.
In realtà penso siano i miei sensi di colpa per non esser stata in grado di salvarla. Ecco, qui arriva il nodo, il punto centrale di tutto quel dolore: i sensi di colpa, quella convinzione irrazionale ma potentissima che se solo fossi stata diversa, se solo avessi fatto qualcosa di più, se solo avessi capito prima, avrei potuto salvarla, avrei potuto cambiare il corso degli eventi, avrei potuto impedire che morisse. Ah, i miei classici impeti eroici, commentavo con autoironia, riconoscendo quella mia tendenza a vedermi come protagonista, come quella che avrebbe dovuto salvare tutti, come se la vita fosse un film dove l’eroe può davvero fare la differenza invece che una sequenza caotica di eventi dove la maggior parte delle cose sfugge completamente al nostro controllo.
Ma so bene di non essere in grado di salvare nessuno, ne ho avuto la prova. Questa ammissione, questa consapevolezza amara, era il risultato di aver visto mia madre morire nonostante tutti i miei sforzi, tutte le mie preghiere, tutta la mia disperata volontà che sopravvivesse. Ne ho avuto la prova, formula quasi scientifica, come se avessi condotto un esperimento e i risultati fossero stati inequivocabili: no, non potevo salvare nessuno, nemmeno la persona più importante della mia vita.
Tutto ciò che mi è rimasto nella vita è cantare, e mi stanno distruggendo anche quello. E qui il dolore si allargava, includeva anche la parte professionale, quella cosa che mi definiva, che mi dava identità, che era diventata ancora più importante dopo la morte di mia madre perché era l’unica cosa che mi faceva sentire viva, l’unico spazio dove potevo ancora esprimermi, essere qualcuno, contare. E mi stanno distruggendo anche quello, frase vaga che non specificava chi fossero questi “mi”, ma che tradiva la sensazione di essere sotto attacco, di avere nemici, di essere vittima di cattiverie altrui, quando probabilmente la realtà era più complessa, più sfumata, meno chiaramente divisa tra buoni e cattivi.
Non ho amici, non ho nessuno che mi ama e mi amerà, sono totalmente inutile in tutto. Questa sequenza di affermazioni assolute, questa litania di negatività totale, è perfetta nella sua drammaticità giovanile, in quel modo di vedere tutto in bianco e nero tipico di quando il dolore è così forte che cancella ogni sfumatura, ogni evidenza contraria, ogni possibilità che le cose possano essere diverse da come ti sembrano in quel momento. Non ho amici, dichiarazione probabilmente falsa o almeno esagerata. Non ho nessuno che mi ama, idem. E mi amerà, proiezione nel futuro di una certezza di solitudine eterna che a vent’anni sembra inconfutabile ma che col senno di poi appare per quello che è: dolore che si maschera da chiaroveggenza. Sono totalmente inutile in tutto, generalizzazione estrema che nascondeva un bisogno disperato di valore, di utilità, di sentirsi importante per qualcuno, per qualcosa.
Ma da quando una persona mi ha detto “ormai sei un bene pubblico, DEVI cantare“, mi sono sentita finalmente viva. Questa frase, pronunciata da qualcuno che non specificavo, era diventata una specie di ancora, di identità imposta dall’esterno che avevo accettato perché mi dava un senso, una ragione per esistere. Ormai sei un bene pubblico, formulazione interessante che trasformava il mio canto da espressione personale a servizio per gli altri, da bisogno mio a dovere verso il mondo. DEVI cantare, imperativo maiuscolo che toglieva la scelta ma dava significato, che trasformava il canto da passione a obbligo ma anche da optional a essenziale.
Mentre prima ERO perché cantavo, ora sono “canto e se apprezzano sono”. E qui stavo cercando di articolare un cambiamento fondamentale nella mia percezione di me stessa, un passaggio da un’identità interna, autodefinita, dove il canto mi costituiva indipendentemente da quello che gli altri pensavano, a un’identità esterna, dipendente dal riconoscimento, dove esistevo solo se gli altri mi apprezzavano, solo se il mio canto veniva validato, celebrato, riconosciuto. Prima ERO perché cantavo, formula quasi filosofica, quasi cartesiana, “canto quindi sono“. Ora sono “canto e se apprezzano sono“, formula condizionale che metteva la mia esistenza nelle mani degli altri, che rendeva il mio valore dipendente dal loro giudizio.
Non apprezzano. Due parole. Due parole che demolivano tutto quello che avevo appena costruito, che toglievano il terreno da sotto i piedi, che rendevano la mia esistenza condizionale improvvisamente impossibile perché la condizione non era soddisfatta. Non apprezzano, constatazione secca che probabilmente generalizzava alcune critiche, alcuni commenti negativi, alcune delusioni, trasformandole in un verdetto universale, in una condanna definitiva.
Ed ora si è creata una profonda frattura che temo non si rimarginerà. Frattura profonda, immagine medica, quasi anatomica, che descriveva bene quella sensazione di rottura interna, di qualcosa che si era spezzato dentro di me e che non sapevo se sarebbe mai tornato intero. Che temo non si rimarginerà, profezia che si sarebbe rivelata almeno parzialmente vera, perché quella frattura mi avrebbe portata ad abbandonare il canto, a lasciare quella cosa che mi definiva, a cercare altrove un senso, un’identità, un modo di esistere nel mondo.
Dato che non sono capace di esprimermi scrivo, per me è difficile comunicare. Questa ammissione, questo riconoscimento della difficoltà di comunicazione, era interessante perché stavo usando proprio la scrittura per dirlo, stavo comunicando attraverso le parole scritte che non sapevo comunicare, mi stavo esprimendo proprio mentre dicevo di non essere capace di farlo. E dato che comunicavo cantando, e non si sente più, mi chiedo, che canto a fare? Domanda retorica, domanda devastante, che anticipava la risposta che sarei arrivata a dare tre anni dopo: a niente, non canto più a fare niente, smetto.
Niente, come dire, ora guardo tutti dall’alto in basso, anche perché le persone che ti stanno più accanto sono quelle che ti feriscono di più. Questa chiusura, questo tentativo di trasformare il dolore in superiorità, di difendersi dall’essere stata ferita assumendo un atteggiamento di distacco sprezzante, era patetico e comprensibile allo stesso tempo. Guardo tutti dall’alto in basso, postura difensiva che nascondeva quanto in realtà mi sentissi piccola, vulnerabile, ferita. Anche perché le persone che ti stanno più accanto sono quelle che ti feriscono di più, verità dolorosa che stavo imparando, che le ferite più profonde vengono da chi ami, da chi ti è vicino, da chi ha il potere di farti davvero male proprio perché gli hai dato accesso, perché ti sei fidata, perché pensavi fossero al sicuro.
Post mortem: dodici anni dopo. Questo titolo, questa sezione aggiunta nel 2022, guardava indietro a quella ragazza del 2010 con la distanza temporale necessaria per vedere le cose diversamente, per ricontestualizzare quel dolore, per riconoscere quanto fosse reale ma anche quanto fosse colorato dalla giovinezza, dall’immaturità, dall’incapacità di gestire emozioni così grandi.
Siamo ormai nel 2022 e le cose sono cambiate. Understatement magnifico, modo gentile per dire “ero completamente fuori di testa e per fortuna sono cresciuta“. Questa collera e questo desiderio di vendetta sono spariti, lasciando spazio ad una certa maturità e consapevolezza che la vita fa brutti scherzi. Brutti scherzi, espressione quasi affettuosa per descrivere tragedie, dolori, perdite, come se la vita fosse un amico dispettoso invece che una forza indifferente che ti colpisce senza motivo, senza senso, senza pietà.
Come ho scritto più volte nel diario, ho definitivamente abbandonato il canto tre anni dopo la morte di mia madre, essendo incapace di amare quello che facevo e di apprezzarmi nonostante le critiche. E qui finalmente la conferma di quello che quella frattura aveva preannunciato: sì, ho smesso, ho lasciato il canto, quella cosa che mi definiva, che ero, quella cosa per cui DOVEVO esistere come bene pubblico. Tre anni dopo la morte di mia madre, lasso di tempo preciso che mostrava quanto fosse collegato, quanto il canto fosse diventato insopportabile dopo che lei se n’era andata, quanto fosse difficile continuare a fare una cosa che lei aveva amato, supportato, celebrato, quando lei non c’era più a vederlo, ad apprezzarlo, a dargli senso. Essendo incapace di amare quello che facevo e di apprezzarmi nonostante le critiche, spiegazione onesta di perché avevo smesso: perché dipendevo troppo dal riconoscimento esterno, perché non avevo quella sicurezza interna che ti permette di continuare anche quando gli altri non apprezzano, perché avevo trasformato il canto da “ERO perché cantavo” a “canto e se apprezzano sono” e quando non apprezzavano più, avevo smesso di essere.
Ma nessuna paura. Sono contenta di ciò che faccio, ovvero la programmazione. E qui la rassicurazione, quasi difensiva, come se dovessi giustificarmi per aver abbandonato il canto, come se dovessi dimostrare che andava bene, che avevo trovato altro, che non ero finita nel vuoto esistenziale che quella ragazza del 2010 aveva profetizzato. La programmazione, carriera completamente diversa, lontana dalla musica, dalla performance, dall’espressione artistica, ma che evidentemente mi dava quello che il canto non mi dava più: un senso, un’identità, un modo di essere utile che non dipendeva dal giudizio estetico degli altri.
Penso sia normale che, in momenti così difficili, e all’età che avevo, si pensino cose del genere. Questa giustificazione retrospettiva, questo tentativo di normalizzare quella drammaticità, quella vendetta covata, quei sensi di colpa per non aver salvato mia madre, era generosa verso la me del passato, riconosceva che sì, era normale essere così devastata, così confusa, così disperata quando hai vent’anni e tua madre è appena morta e senti di aver perso anche l’unica altra cosa che ti dava identità.
Ma il tempo trasforma la collera in tristezza, e la tristezza, con ancora più tempo, si trasforma in saggezza. Questa progressione, questa formula quasi alchemica del dolore che si trasforma attraverso il tempo, era bella nella sua semplicità, vera nella sua essenza: sì, prima c’era rabbia, poi quella rabbia si era ammorbidita in tristezza, e poi quella tristezza, col tempo sufficiente, era diventata qualcos’altro, qualcosa di più quieto, più accettato, più integrato nella persona che ero diventata. Saggezza, parola grossa, forse eccessiva, ma che indicava almeno una direzione, un movimento verso la comprensione, verso l’accettazione, verso quella capacità di guardare indietro senza essere distrutta da quello che vedi.
Guardando ora da qui, dal 2026, con altri quattro anni di distanza rispetto a quel commento del 2022, posso aggiungere un altro strato di riflessione. Quella ragazza del 2010 che piangeva per quattro ore e covava vendetta, che si sentiva un bene pubblico obbligato a cantare, che non si apprezzava se gli altri non l’apprezzavano, che guardava tutti dall’alto in basso per proteggersi dal fatto di sentirsi infinitamente piccola, quella ragazza stava affrontando un lutto impossibile in un modo che le sembrava l’unico possibile: drammatizzando, estremizzando, trasformando il dolore in rabbia perché la rabbia almeno ti fa sentire forte, ti dà l’illusione di avere controllo, ti permette di pensare che se solo trovassi il colpevole, se solo ti vendicassi, forse il dolore andrebbe via.
Ma ovviamente non funziona così. Il dolore per la morte di tua madre non va via vendicandoti contro le persone che criticano il tuo canto. La frattura che si crea quando perdi qualcuno così importante non si rimargina semplicemente smettendo di fare la cosa che associavi a quella persona. I sensi di colpa per non averla salvata non scompaiono solo perché riconosci razionalmente che non potevi salvarla.
Quelle cose richiedono tempo, quel tempo che trasforma la collera in tristezza e la tristezza in saggezza, quel tempo che ti permette di integrare la perdita invece di essere definita solo da essa, quel tempo che ti fa capire che non eri davvero un bene pubblico obbligato a cantare ma semplicemente una ragazza che amava cantare finché non ha più potuto farlo, finché il dolore non l’ha reso impossibile, finché quella frattura non è diventata così profonda che l’unica cosa da fare era cambiare completamente strada.
E forse va bene così. Forse la programmazione è meglio del canto per chi sono diventata, per la persona che ha imparato che il valore non viene dal riconoscimento esterno, che l’identità non può dipendere solo da una cosa, che quando quella cosa diventa troppo dolorosa devi avere il coraggio di lasciarla andare e trovare altro.
Quella ragazza che guardava tutti dall’alto in basso perché le persone più vicine ferivano di più aveva ragione su una cosa: le persone più vicine sono quelle che possono ferirti di più. Ma aveva torto sul guardare dall’alto in basso, perché quello non ti protegge, ti isola, ti trasforma in qualcuno di amaro e solo invece che in qualcuno che può ancora connettersi, fidarsi, amare nonostante il rischio di essere ferita.
E quella certezza che nessuno l’avrebbe mai amata, che era totalmente inutile in tutto, che non aveva amici, si è rivelata per quello che era: dolore che si mascherava da verità, disperazione che si spacciava per chiaroveggenza, giovinezza che confondeva l’intensità temporanea dei sentimenti con la realtà permanente del mondo.
Ma quel dolore era reale. Quei sensi di colpa erano reali. Quella sensazione di frattura era reale. E il fatto che col tempo si siano trasformati in qualcos’altro, che quella collera sia sparita, che quella vendetta non si sia mai concretizzata, che alla fine abbia trovato altro che le desse senso, non cancella la validità di quello che provava allora quella ragazza che piangeva per quattro ore e poi rideva delle cattiverie altrui.
Era il suo modo di sopravvivere. Era quello che poteva fare con gli strumenti che aveva. Era giovane, era sola, era devastata, e stava facendo del suo meglio.
E alla fine, dopo abbastanza tempo, dopo abbastanza trasformazioni di collera in tristezza in saggezza, è diventata qualcuno che può guardare indietro a quella ragazza con tenerezza invece che con imbarazzo, con comprensione invece che con giudizio, con gratitudine per essere sopravvissuta invece che con vergogna per come ha fatto a sopravvivere.
Anche se sì, quell’inizio “dopo quattro ore ininterrotte di pianto” resta leggermente ridicolo nella sua precisione drammatica.
Ma hey, almeno cronometrava la sua disperazione.
Bisogna pur apprezzare il metodo, anche nella follia.
E comunque alla fine la programmazione, davvero, è andata benissimo.
Molto meglio di covare vendetta, sicuramente.
Anche se forse un po’ meno teatrale.