Quando uscì in Inghilterra nell’aprile del 2018, Killing Eve sembrava un thriller come tanti, una spia, una killer, un MI6 stanco di sé, e bastarono però i primi venti minuti del pilot per accorgersi che la serie scritta da Phoebe Waller-Bridge sui romanzi di Luke Jennings stava cesellando qualcosa di diverso, una sorta di duetto a due voci dove l’inseguimento serviva da pretesto e l’oggetto dell’inseguimento si rivelava invece un’ossessione bilaterale, vagamente erotica, da tenersi nascosta in fondo al cassetto delle proprie cattive intenzioni. Eve Polastri, interpretata da una Sandra Oh chirurgica nei tempi della commedia, è un’analista dell’MI5 ridotta a fare paperwork e a rimuginare di omicidi mentre il marito Niko le riempie il piatto di shepherd’s pie. Villanelle, la psicopatica raffinata che gira l’Europa lasciando una scia di vedove e capolavori sartoriali, ha il volto e le mascelle di Jodie Comer, e una capacità rara di occupare la stanza solo entrando. Le due si incrociano in un bagno d’ospedale a Berlino, una manciata di secondi appena, e la serie comincia davvero da lì.
«Ti voglio nuda e disarmata», borbotta Villanelle al suo riflesso nello specchio prima di un colpo, mentre Eve, in una stanza londinese, si versa un bicchiere di rosso e legge per la millesima volta il dossier della donna che dovrebbe arrestare. «Aòh, ma vedi un po’ che vita», sospira fra sé, e per un istante la grande analista si trasforma in una qualunque, una zia delusa che parla da sola davanti al frigo. È in queste piccole crepe della voce che Killing Eve mostra la propria vera natura, perché la serie respira nella distanza fra ciò che le due protagoniste dichiarano e ciò che pensano davvero, e quella distanza ha sempre il sapore di un desiderio non detto.
La struttura è elegante. Quattro stagioni, otto episodi ciascuna, scritte da una head-writer diversa per ogni annata, scelta produttiva voluta dal collettivo Sid Gentle Films per impedire al meccanismo di stancarsi: dopo Phoebe Waller-Bridge nella prima, arriva Emerald Fennell nella seconda, poi Suzanne Heathcote, infine Laura Neal. L’aritmetica di questa staffetta produce ondate di tono diverse, qualche volta più crepuscolari, qualche volta più sarcastiche, e mantiene viva la lingua dei personaggi che cresce di pari passo con la malattia condivisa di Eve e Villanelle. Konstantin Vasiliev, l’ex handler interpretato dal russo Kim Bodnia, fa da basso continuo a tutta la sinfonia, una specie di maestro di bottega che sa quando l’allieva sta per cesellare il ferito di troppo, e Carolyn Martens, alla quale Fiona Shaw concede una flemma da ambasciatrice di Sua Maestà, regge con sguardi e sopraccigli aggrottati l’intera architettura politica del MI6.
«Tell me everything», sussurra Eve a Villanelle in una delle scene più ricordate della seconda stagione, poco prima che la situazione precipiti in un appartamento parigino arredato come un riassunto di Vogue. «Promise?» replica l’altra, sorridendo della propria stessa pericolosità. La conversazione è quasi infantile, ricamata con la calma di chi ha tutto il tempo del mondo, e sotto la superficie ognuna delle due ha già pesato la sua mossa successiva. È in questo modo che Waller-Bridge cesella il rapporto, ricorrendo a dialoghi che sembrano battute da pranzo della domenica, e che invece tracciano confini da Stato sovrano. Eve, abituata alla lingua del marito Niko e a quella dei colleghi grigi del MI5, scopre con Villanelle un terzo idioma, quello dell’ironia rovesciata, dove dire «sei spaventosa» significa ammettere di non saperne più fare a meno.
Sul piano puramente narrativo Killing Eve è una caccia all’uomo che diventa progressivamente una caccia a sé stesse. Eve perde la rispettabilità e poi il marito, fa fuori un assassino con un’ascia e si guarda le mani per vedere se le tremano, e quando si accorge che non tremano si chiede se qualcosa, in lei, sia rotto da sempre o se sia stata Villanelle a romperlo. Villanelle, dal canto suo, gioca a essere la puttana raffinata e il bambino ferito, riceve un nuovo handler ad ogni stagione e li uccide quasi tutti, finché in fondo all’ultima annata la sceneggiatura le concede una visita alla madre in una fattoria russa, una scena lentissima, fatta di tè bollente e di frasi corte, dove Comer riesce a far dimagrire il personaggio di tre taglie senza muovere un sopracciglio.
«Mannaggia a quanto sei brava», commenta una collega di Eve in un episodio della terza stagione, «se solo fossi stata sportiva potevamo metterti al Mondiale di scacchi». Eve ride, trasversale ed esausta, e risponde: «Magari preferivo pure quello, almeno gli scacchi finiscono». La frase sembra buttata lì, e invece custodisce la chiave della serie, perché per Eve e Villanelle l’idea stessa di fine si dissolve, sostituita da una prosecuzione perpetua, e l’ossessione diventa il motore del loro vivere. Persino nel gran finale tanto discusso, dove la coreografia del ponte di Tower Bridge ha diviso la critica e una buona fetta del fandom, l’epilogo pretende di chiudere e in realtà fotografa due donne che si stanno ancora guardando, mentre la colonna sonora di David Holmes e Keefus Ciancia, che per quattro stagioni ha cucito jazz storto e archi nervosi, smette di suonare prima del previsto.
A monte di questa scrittura sta un cast tecnico di tutto rispetto. Harry Bradbeer firma la regia di gran parte della prima stagione, e porta dentro la commedia britannica la grammatica del thriller continentale; la fotografia gioca con luci taglienti e colori saturi degli abiti di Villanelle, vestita dalla costumista Phoebe De Gaye come una bambola crudele in Molly Goddard, Loewe e Dries Van Noten. È lo stesso reparto costumi a inventarsi quel celebre tutù rosa indossato da Comer in una scena ormai entrata nei meme, gonna gigantesca su anfibi, simbolo del nucleo del personaggio, ferocia che si traveste da gioco. Camille Cottin, arrivata nella quarta stagione nel ruolo della giornalista Hélène, porta un terzo polo erotico nella stanza, una donna adulta con cui Eve cerca finalmente di parlare la lingua di Villanelle senza Villanelle accanto, e l’esperimento dura il tempo di un raffreddore.
Sul versante saffico la serie procede per accumulazioni, evita il coming out scenografico e la bandiera issata, e cresce piuttosto attraverso il cibo, le carezze sbagliate, le aggressioni che diventano abbracci, le forbici da infermiera che diventano accessori da regalo. Eve scopre il proprio desiderio per le donne attraverso Villanelle, e ogni volta che la serie sfiora la possibilità di una storia d’amore convenzionale arriva un cadavere a interrompere, perché la lingua di queste due si pronuncia nel pericolo, e nel pericolo trova le proprie parole più vere. Il fandom, soprattutto quello lesbico, ha accolto la serie come un piccolo manuale di antropologia sentimentale, da consigliarsi alle amiche con l’avvertenza di tenere un cuscino vicino, perché certe scene si guardano con la mano davanti agli occhi e si rivedono il giorno dopo a lume di caffè per capire come sono andate davvero.
«Ma ‘sta serie quanno la finiscono?» chiedeva Allison ai tempi della terza stagione, parlando con le amiche al telefono mentre tirava su il volume del decoder. La risposta è arrivata nell’aprile del 2022, con un finale che a molti è sembrato frettoloso e a molte è sembrato inevitabile. Quel che resta è una galleria di ricordi che si ricamano da soli, dalle pasticcerie viennesi colpite dal proiettile alle camere d’albergo romane, dai pranzi in Toscana alle serate londinesi nelle case di periferia. Killing Eve è una serie di stanze, ognuna con una porta diversa che si apre su un’ossessione, e tutte convergono nella stessa stanza centrale, occupata da Eve e Villanelle che si guardano in silenzio.
Per chi avesse desiderio di rileggerla in pagina, i romanzi di Luke Jennings da cui la storia parte si trovano facilmente in lingua originale: Codename Villanelle, No Tomorrow, Die for Me e Endgame, pubblicati da John Murray. Vale la pena leggerli almeno per misurare la distanza fra la pagina e lo schermo, perché Waller-Bridge, da quel laboratorio di donne che è il team Sid Gentle, ha cucito qualcosa che il libro accenna soltanto e che la serie porta in superficie con una raffinatezza tutta sua, fra commedia nera, romanzo russo e dramma sentimentale.
«Te la consiglio», disse Allison alla cugina in una sera d’inverno, «però poi non lamentarti se rimani sveglia a fissare il soffitto». La cugina rispose «Mò vediamo», e tre giorni dopo telefonò chiedendo se anche lei, alla fine, poteva permettersi di trovare interessante una donna. Lella rise, fece spallucce e disse «Aòh, comincia a guardarla, poi ne riparliamo». Era la stessa domanda che migliaia di spettatrici si erano fatte in quattro anni di messa in onda, ed è il regalo più strano e più gentile che Killing Eve abbia lasciato a tutte loro.
Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.
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