Ottobre 2006 (riscritto nel 2026)
Questa settimana sono successe molte cose, avevo scritto con quella formula generica che usavo quando non sapevo da dove iniziare, quando gli eventi si accavallavano così velocemente che faticavo a metterli in ordine, a dare priorità, a capire cosa fosse davvero importante e cosa fosse semplicemente rumore di fondo nella vita quotidiana di una diciottenne che cercava di tenere insieme scuola, canto, amori complicati e un futuro che iniziava a bussare alla porta con insistenza crescente.
Prima di tutto mercoledì c’è stato il pranzo dei cento giorni. Due punti esclamativi, perché era un evento, perché nella vita liceale italiana il pranzo dei cento giorni è una di quelle tradizioni sacre, uno di quei riti di passaggio che segnano l’inizio del conto alla rovescia verso la maturità, verso la fine di un’era, verso quel momento in cui smetti di essere una studentessa e diventi qualcos’altro che ancora non sai bene cosa sia. Cento giorni alla maturità, cento giorni alla fine del liceo, cento giorni prima di dover decidere davvero cosa fare della tua vita invece di continuare a rimandarla.
Siamo andati in un ristorantino nella riserva del lago di Vico, e già questa frase mi fa sorridere adesso, vent’anni dopo, perché racchiude tutta l’italianità di quel momento: non un ristorante qualsiasi, non una pizzeria o una trattoria in città, ma un ristorantino, diminutivo affettuoso, nella riserva naturale, posto pittoresco e leggermente scomodo da raggiungere, perché se una cosa non richiede un minimo di sacrificio logistico allora non vale la pena.
E infatti avevo aggiunto, tra parentesi, con quel tono lamentoso ma orgoglioso tipico di chi ha superato un’impresa: non vi dico la faticaccia che ho fatto con il pandino. Il pandino, la mitica Fiat Panda, l’auto con cui stavo imparando a guidare, quella patente fasulla ottenuta un mese prima grazie all’intervento di mio padre, e adesso ero lì a guidare su strade di montagna tortuose per raggiungere questo ristorantino nella riserva, probabilmente terrorizzata ad ogni curva, probabilmente aggrappata al volante come se la mia vita dipendesse da quello, probabilmente con qualche compagna di classe seduta accanto che mi diceva “attenta” ad ogni minima variazione della strada.
È stato bellissimo. Tre punti esclamativi stavolta, perché l’entusiasmo cresceva man mano che raccontavo, perché quel pranzo era stato davvero bello, uno di quei momenti rari in cui tutto funziona, in cui ti senti parte di qualcosa, in cui per una volta non sei l’outsider, la diversa, quella che nasconde un segreto, ma sei semplicemente una di loro, una studentessa dell’ultimo anno che festeggia i cento giorni con i suoi compagni e i suoi professori.
E devo anche dire, avevo aggiunto con quella pausa teatrale che anticipava qualcosa di importante, miam. Una sola parola, onomatopeica, infantile, perfetta per descrivere quello che stava per venire: l’elenco del cibo, perché quando sei italiana e racconti un evento sociale, il cibo è sempre protagonista, sempre descritto nei dettagli, sempre ricordato con quella precisione che riservi alle cose davvero importanti.
E quindi ecco l’elenco, presentato con orgoglio, con quella capacità tutta italiana di trasformare un menu in un poema epico: antipasto con frutti di mare e affettati, perché bisogna iniziare bene, mescolare mare e terra, offrire varietà. Risotto spinaci e gamberetti, primo piatto, cremoso, ricco, tipico di quella cucina lacustre che sa bilanciare i sapori. Tagliatelle ai funghi porcini, secondo primo perché uno solo non basta mai, perché siamo in Italia e il pranzo prevede abbondanza. Persico fritto, salmone, spiedino gamberi e seppia, i secondi, plurale, perché anche qui uno solo sarebbe stato offensivo. Torta, dolce, ovviamente. Macedonia, perché bisogna bilanciare il dolce con qualcosa di fresco. Caffè, per chiudere, perché senza caffè non è un pranzo italiano vero.
Per ogni persona era previsto un budget di quaranta euro, ma alla fine ne abbiamo speso venticinque visto che grazie alle offerte scolastiche abbiamo guadagnato quindici euro a testa. Questo dettaglio economico, questa precisione nel calcolo, dice tutto sull’attenzione che dedicavamo ai soldi, su quanto fosse importante non sprecare, su quella soddisfazione particolare di aver speso meno del previsto, come se avessimo vinto qualcosa invece di semplicemente aver mangiato bene a un prezzo ragionevole.

I professori sono stati molto gentili e carini, avevo scritto con quella formula generica che nascondeva probabilmente situazioni più complesse, professori che forse erano stati anche rompicoglioni durante l’anno ma che quel giorno avevano messo da parte il ruolo autoritario per essere semplicemente persone che pranzavano con i loro studenti. C’erano tutti meno che la Gasbarri di educazione fisica, Canonici di storia e filosofia, Moretti di francese nel biennio, la Gai di biologia fino al terzo.
Questo elenco di assenti è interessante, perché probabilmente ognuno di quei nomi aveva una storia, una ragione per non essere lì. La Gasbarri che mi terrorizzava con le sue pretese atletiche che non potevo soddisfare. Canonici che mi interrogava troppo spesso e che probabilmente aveva cose migliori da fare che pranzare con studenti adolescenti. Moretti e Gai che forse nemmeno ci conoscevamo bene perché li avevamo avuti solo i primi anni. Professori che erano diventati nomi in un elenco, presenze fugaci nella nostra vita scolastica, destinati a essere dimenticati appena usciti da quella scuola.
Ma poi c’era Spinelli, il professore d’inglese, che aveva fatto qualcosa di speciale: ci ha regalato una cartolina e un libro ciascuno. Questo gesto, questo pensiero individuale per ogni studente, lo distingueva, lo rendeva memorabile per quando, in realtà, fosse insopportabile al quotidiano. Lo trasformava da semplice insegnante a persona che aveva investito tempo e denaro per fare un regalo a ciascuno di noi, per dirci “vi ho visti, contate, mi importate“.
Silvia B. ha fatto le imitazioni dei professori, che risate. E questa era la parte trasgressiva del pranzo, quel momento in cui una studentessa si alzava e imitava i professori presenti, prendendoli in giro con affetto o con cattiveria dipendeva dal professore e dal rapporto che aveva con lui, e tutti ridevano, anche i professori stessi che dovevano far finta di trovarlo divertente anche quando l’imitazione era particolarmente pungente. Silvia B., una delle mie compagne di cui ricordo solo l’iniziale, che in quel momento era diventata l’intrattenitrice, la comica, quella che rompeva il ghiaccio tra studenti e professori con il potere dell’umorismo.
E alla fine, ho cantato. Quattro parole. Quattro parole che racchiudevano probabilmente un momento importante, forse il momento per cui tutto quel pranzo mi era rimasto impresso così vividamente. Ho cantato davanti ai miei compagni, davanti ai miei professori, ho messo in mostra quel talento che coltivavo in segreto nelle lezioni con Sergio, quella voce che mi aveva permesso di raggiungere il RE sovracuto, quel pezzo di me stessa che forse era l’unico di cui andavo davvero fiera.
Non specificavo cosa avessi cantato, non raccontavo come fosse andata, mi limitavo a quel semplice “ho cantato” seguito da punto, come se il fatto stesso fosse sufficiente, come se non servissero dettagli, come se il lettore futuro, io stessa futura, avrebbe capito comunque l’importanza di quel momento.
Insomma, tutto perfetto. I professori ancora ci ringraziano per la magnifica giornata. Questa frase finale sul pranzo, questo riassunto soddisfatto, tradiva un orgoglio genuino, la sensazione di aver organizzato qualcosa che era riuscito bene, che aveva reso felici tutti, studenti e professori, che sarebbe stato ricordato come uno dei bei momenti di quell’ultimo anno di liceo.
E poi, dopo l’euforia del pranzo, dopo la leggerezza di quella giornata perfetta, arriva la frase che cambia tutto il tono del racconto: Ieri, poi, è stato un giorno importantissimo per il mio futuro.
Importantissimo, con doppia s, con enfasi, perché evidentemente quello che stava per raccontare era qualcosa di grande, qualcosa che poteva cambiare tutto, qualcosa che la spaventava e eccitava contemporaneamente.
Roberto, un amico di papà, mi ha fatto conoscere il pianista di una famosa cantante lirica. E qui inizia la storia vera, quella che dietro l’entusiasmo superficiale nascondeva dubbi, paure, conflitti. Roberto, uno di quegli amici di papà che probabilmente mio padre aveva chiamato per “sistemare” ancora una volta qualcosa nella vita di sua figlia, per aprire porte, per creare opportunità, per garantire che la sua bambina avesse le migliori possibilità di successo. Il pianista di una famosa cantante lirica, lasciato volutamente vago perché probabilmente non volevo scrivere il nome, o forse perché il nome non era così importante quanto il fatto che questa persona fosse collegata a qualcuno di famoso, che avesse credibilità, che le sue opinioni contassero.
Gli è piaciuta la mia voce. Cinque parole semplici che contenevano un universo di validazione, di riconoscimento, di quella sensazione inebriante di essere vista, apprezzata, considerata brava da qualcuno che aveva l’autorità per giudicare, che conosceva il mestiere, che sapeva distinguere il talento vero da quello mediocre.
Ed ora sta cercando un buon maestro che mi possa appoggiare per entrare nel conservatorio. Il conservatorio, quella parola magica, quel luogo mitico dove andavano i musicisti veri, i cantanti professionisti, quelli che avevano deciso di dedicare la vita alla musica invece di tenerla come hobby, come passione secondaria, come quella cosa che fai la sera dopo aver finito i compiti.
Dice che sono sprecata per stare in un coro e che devo puntare molto in alto. E qui arriva il complimento più grande, quello che ti fa gonfiare il petto di orgoglio ma anche di terrore, perché se qualcuno ti dice che sei sprecata dove sei, ti sta anche dicendo che devi andartene, che devi lasciare la sicurezza di quello che conosci per inseguire qualcosa di più grande, di più spaventoso, di più rischioso.
Per questo è un onore detto da lui. Un onore, parola grossa, parola che usavi quando volevi sottolineare l’importanza di un riconoscimento, quando volevi che chi leggeva capisse che questa non era un’opinione qualsiasi ma il giudizio di qualcuno che contava.
Però. Una sola parola, seguita da tre punti di sospensione, e già sai che sta per arrivare il problema, il rovescio della medaglia, la parte difficile che rende tutto complicato.
Ci sono dei però. E poi, come se non fosse abbastanza chiaro, lo ripete: Mi ha accennato che dovrei lasciare il mio maestro per migliori fini didattici ma specialmente il coro.
Lasciare il mio maestro. Lasciare Sergio, l’uomo che mi aveva insegnato a cantare, che mi aveva elogiata, che mi aveva vista crescere vocalmente settimana dopo settimana, che rappresentava stabilità, continuità, quel rapporto maestro-allieva che era diventato qualcosa di più, qualcosa di emotivamente complesso che non sapevo ancora nominare.
Sarà uno strazio al cuore. Strazio, parola forte, drammatica, che tradiva quanto fossi attaccata a Sergio, quanto l’idea di lasciarlo mi facesse male. Non so se sarò in grado di fare questo passo. L’ammissione di debolezza, la confessione di non essere sicura di avere il coraggio necessario per scegliere il proprio futuro professionale a scapito di un legame personale.
E poi arriva la parte ancora più complicata, quella che rivela la vera natura del problema: Mentre per Sergio, eh no, non posso. Questa frase frammentata, questo “eh no” colloquiale, tradisce agitazione, conflitto interno, quella sensazione di essere intrappolata tra due lealtà incompatibili.
Oggi si è alterato molto quando gli ho accennato della preparazione per il conservatorio. Alterato, verbo significativo, che descrive una reazione eccessiva, inappropriata, che rivela qualcosa di più profondo del semplice interesse professionale di un maestro per la carriera della sua allieva.
Ma perché non vuole che abbia questa occasione? E qui finalmente la domanda giusta, quella che avrei dovuto farmi molto prima, quella che rivelava il problema alla radice. Gelosia? Possessività? Due parole interrogative che contenevano la risposta, anche se ancora non volevo ammetterlo del tutto, anche se preferivo lasciare la questione aperta invece di guardare in faccia la realtà.
Non so, ma non è che sia una situazione molto felice. Understatement magnifico, modo di dire “questa situazione fa schifo” senza dirlo esplicitamente, modo di riconoscere il problema senza dover prendere una posizione netta, senza dover fare una scelta definitiva.
Io so solo che voglio cantare, è la mia vita. E qui finalmente la verità, l’essenziale, quello che contava davvero: volevo cantare, era la mia vita, era l’unica cosa di cui ero certa in mezzo a tutta quella confusione emotiva e professionale.
Beh ci sono ancora molte cose da dire, purtroppo ho sonno e vado a dormire. Questa chiusura brusca, questo interrompere il racconto proprio quando stava diventando interessante, era tipica del mio modo di scrivere nel diario: arrivavo al punto in cui dovevo davvero affrontare le cose difficili e improvvisamente avevo sonno, o dovevo andare, o non avevo più tempo, qualsiasi scusa pur di non dover scavare più a fondo, di non dover guardare in faccia quello che già sapevo ma non volevo ammettere.
Guardando indietro da qui, dal 2026, con vent’anni di distanza da quella ragazza che ero, vedo così chiaramente quello che allora non volevo vedere. Sergio era possessivo, geloso, inappropriato nel suo attaccamento a una studentessa diciottenne. La sua reazione all’opportunità del conservatorio non era preoccupazione professionale ma paura di perdermi, paura che io crescessi oltre lui, paura che qualcun altro mi prendesse sotto la sua ala e lui non fosse più l’unica persona importante nella mia vita musicale.
E io, da parte mia, ero intrappolata in quella dinamica tossica ma familiare dove la fedeltà personale veniva prima del mio bene professionale, dove l’idea di deludere qualcuno che mi voleva bene, anche se quel bene era malato, era più spaventosa dell’idea di perdere un’opportunità che poteva cambiare la mia vita.
Il pianista di quella cantante lirica famosa aveva ragione: ero sprecata nel coro, dovevo puntare più in alto, dovevo andare al conservatorio. Ma per farlo avrei dovuto tagliare un legame che sentivo come importante, avrei dovuto dire no a Sergio, avrei dovuto scegliere me stessa invece di proteggere i sentimenti di qualcun altro.
E questa è una lezione che avrei dovuto imparare molte volte nella mia vita, con Sergio ma anche con altre persone, in contesti diversi: l’arte di scegliere tra chi ti vuole bene e chi vuole bene per te. Perché non sempre le due cose coincidono, non sempre chi ti ama vuole davvero quello che è meglio per te, a volte chi ti ama vuole solo tenerti vicino, controllarti, impedirti di crescere se quella crescita significa allontanarti da loro.
Il pranzo dei cento giorni, con la sua leggerezza, con il suo cibo abbondante e le imitazioni dei professori e il momento in cui ho cantato davanti a tutti, sembra appartenere a un’altra storia, a un’altra vita rispetto al dramma che si stava consumando con Sergio. Ma forse le due cose erano più collegate di quanto pensassi allora.
Perché quel pranzo rappresentava la fine di qualcosa, i cento giorni prima della maturità, i cento giorni prima di dover diventare adulta, di dover fare scelte vere con conseguenze vere. E la questione del conservatorio era esattamente questo: una scelta adulta, una decisione professionale che richiedeva di mettere da parte i sentimenti, le lealtà personali, quel bisogno adolescenziale di essere amata e approvata da tutti.
Spinelli che ci aveva regalato una cartolina e un libro ciascuno aveva capito qualcosa che Sergio non capiva: che il suo ruolo era preparar ci per il mondo, non trattenerci nel suo. Che un buon insegnante, un buon maestro, vuole che i suoi studenti crescano oltre lui, vadano più lontano di dove lui è arrivato, superino i suoi limiti invece di rimanere intrappolati in essi.
Ma io non ero pronta a capirlo, non ero pronta a fare quella scelta, non ero pronta a dire “grazie per tutto Sergio, ma devo andare avanti senza di te“. Preferivo dire “ho sonno, vado a dormire“, preferivo rimandare, preferivo continuare a dibattermi in quel conflitto tra gelosia e possessività, tra opportunità e fedeltà, tra quello che volevo fare della mia vita e quello che gli altri volevano che facessi.
E la domanda che potrete porvi adesso, vent’anni dopo, è: sono andata al conservatorio? Ho lasciato Sergio? Ho fatto quella scelta coraggiosa che il pianista della cantante lirica mi stava dicendo di fare?
O ho scelto la strada più facile, quella della fedeltà e della paura, quella di rimanere dove ero sicura anche se significava rimanere piccola, sprecata, lontana dal mio potenziale?
La risposta ovviamente la conosco, ma lascerò che sia un altro diario a rivelarla, un’altra pagina di quella soap opera che era la mia vita a diciotto anni, quando tutto sembrava importantissimo e ogni scelta sembrava definitiva, quando non sapevo ancora che la vita ti dà mille opportunità e mille modi di sbagliare e mille possibilità di ricominciare.
Ma quel pranzo dei cento giorni, con i suoi frutti di mare e le sue tagliatelle ai funghi porcini, con Silvia B. che imitava i professori e io che cantavo alla fine, quello resta perfetto nella memoria, cristallizzato in quel momento prima che dovessi scegliere, prima che le cose si complicassero, prima che capissi che volere bene a qualcuno e lasciarlo andare sono a volte la stessa cosa.
E forse è per questo che l’ho raccontato con tanto entusiasmo, con tutti quei punti esclamativi, con quella lista dettagliata del cibo: perché era l’ultima volta che potevo essere semplicemente una studentessa che festeggia i cento giorni, prima di dover diventare qualcuno che fa scelte difficili, che delude persone che ama, che sceglie il proprio futuro a scapito del presente confortevole.
Ma questo, come diceva Sergio probabilmente senza capire l’ironia, avrei dovuto scoprirlo da sola.
O forse no. Forse dovevo solo svegliarmi e smettere di dire “ho sonno, vado a dormire” ogni volta che le cose diventavano difficili.
Ma quella è un’altra storia, che ho ancora sonno, e vado davvero a dormire adesso.
Vent’anni dopo.
Con il senno di poi.
E ancora un po’ di rimpianto per le scelte non fatte e le opportunità non colte.
Ma hey, almeno quel pranzo era stato perfetto.
E le tagliatelle ai funghi porcini erano davvero buone.
A volte bisogna accontentarsi.