Yellowjackets: una squadra di calcio, un bosco famelico e un saffismo che cresce tra i rovi

Yellowjackets: una squadra di calcio, un bosco famelico e un saffismo che cresce tra i rovi

Categoria: Dramma adolescenziale, Drammatico, Horror, Thriller Data di Uscita: 14/11/2021 Durata: 45-60 minuti per episodio Scrittore: Ashley Lyle, Bart Nickerson Casa di produzione: Showtime, Entertainment One Paese: Stati Uniti Lingua: Inglese Attori: Regia: Musicisti:
Descrizione:

Yellowjackets possiede quel pregio raro che si riconosce alle opere televisive davvero ambiziose: l’idea di partenza, raccontata in mezza riga, suona già come una promessa difficile da mantenere, e invece le tre stagioni finora trasmesse rispondono al richiamo con un rigore quasi monastico, con la cura artigianale di una scrittura che pesa ogni parola e una regia che sa quando indugiare sulla ferocia e quando lasciare spazio al silenzio. La creatura nata dalla mente di Ashley Lyle e Bart Nickerson, sbarcata su Showtime nel novembre del 2021 e arrivata in Italia su Sky Atlantic e NOW, prende una squadra di calcio femminile del New Jersey, la spedisce nel cielo sopra l’Ontario a bordo di un aereo che ovviamente precipita, e poi la tiene in un bosco senza riferimenti per diciannove mesi lunghissimi, durante i quali la civiltà si scompone, le gerarchie sportive si trasformano in liturgie tribali e le ragazze, che prima dello schianto litigavano per il ruolo di capitana o per il ragazzo carino del liceo, scoprono che la fame, il freddo e la solitudine sanno cesellare l’animo umano con la precisione di uno scalpello da ebanista.

La cornice narrativa, già di per sé, giustificherebbe la visione: c’è un disastro aereo sul modello di Lost, c’è quella voglia di mistica boschiva che ricorda Picnic ad Hanging Rock, c’è la ferocia adolescenziale che guarda a Il signore delle mosche e ne capovolge il genere, perché qui le protagoniste hanno tutte i capelli legati con elastici colorati e un paio di scarpe con i tacchetti che, alla fine della prima stagione, finiscono per servire a faccende meno innocue di un calcio d’angolo. C’è soprattutto, e questo è il colpo di genio degli sceneggiatori, una doppia linea temporale che salda il 1996 al 2021: nell’anno della tragedia vediamo le adolescenti inghiottite dalla foresta e costrette a sopravvivere come possono — un meccanismo che chi ha amato The Last of Us riconoscerà immediatamente come parente prossimo —, mentre venticinque anni dopo seguiamo le quattro reduci, ormai donne mature con figli, mariti, attività professionali e qualche cicatrice mai cicatrizzata davvero, che si ritrovano braccate da una serie di telefonate anonime e da una memoria collettiva che il tempo non è riuscito a sgonfiare.

Le interpreti compongono un mosaico di rara intelligenza. Da una parte Melanie Lynskey è Shauna, la ragazza di provincia diventata madre annoiata e moglie tradita, che cova dentro di sé un fuoco lento e una tendenza al pensiero magico travestita da pragmatismo; Juliette Lewis presta il proprio sguardo opaco a Natalie, l’ex tossicodipendente che è la più lucida di tutte, soprattutto quando cammina verso il margine del baratro; Christina Ricci dà a Misty quel tocco di follia ortopedica, fra Dolores Umbridge e una vicina di casa che ti porta i biscotti per spiarti dalla finestra; Tawny Cypress è Taissa, la senatrice in carriera che la notte sonnambula e si arrampica sugli alberi, e che nel passato già amava Van. Le versioni adolescenziali, affidate a Sophie Nélisse, Sophie Thatcher, Samantha Hanratty, Jasmin Savoy Brown e Liv Hewson, riescono nel piccolo prodigio di reggere accanto alle loro controparti adulte e, in certi episodi, di scavalcarle in intensità. Ella Purnell, nei panni di Jackie, regala all’intera prima stagione una di quelle interpretazioni che si vedono raramente in tv, fatta di sorrisi misurati al millimetro e di crepe che si aprono soltanto se sai dove guardare.

Il saffismo, dicevo. La rappresentazione queer di Yellowjackets passa principalmente attraverso il legame fra Taissa e Van, una storia che attraversa decenni e ha la consistenza dolceamara delle cose vissute davvero. Quando le due si incontrano nuovamente nella linea temporale del presente, dopo anni di lontananza, il dialogo è di una sobrietà commovente:

«Mi avevi detto che saresti tornata a prendermi», dice Van, le mani infilate nelle tasche di un cappotto consumato.
«Lo so», risponde Taissa, «e l’ho fatto. Ci ho messo solo venticinque anni e mezzo».
«Tipico tuo, Tai. Ritardataria pure nelle promesse di matrimonio».

C’è, in questo scambio, tutta la grazia di una scrittura che rifiuta il melodramma e preferisce far parlare le pieghe del volto. Lauren Ambrose porta in scena una Van adulta che ha resistito alla foresta e alla malattia con un’ironia ruvida, dolce, irriducibile; Liv Hewson, nel passato, ci consegna invece quella Van diciassettenne che salva Tai dal lupo, le bacia la cicatrice sulla coscia e le sussurra una battuta che, a Roma, sguaiando un poco, suoneremmo così: «Aòh, ma a te te morsica un lupo e te poi pure permette de nun ringrazià? Te sta a capì che ce sta sotto, no?». Nella versione originale la frase è meno romanesca, certo, ma l’energia è quella: la rovesciata di un sentimento che ha smesso di nascondersi, dopo aver visto la morte di traverso.

Vanno menzionate anche le pulsioni saffiche più ambigue che attraversano l’intero ensemble: il rapporto morboso fra Shauna e Jackie, due migliori amiche che nel pilot sembrano quasi una coppia ribelle e che la sceneggiatura, con elegante perfidia, lascia volutamente irrisolto, oscillando fra la rivalità adolescenziale, la gelosia possessiva e una tensione erotica che, a tratti, prende il sopravvento. Lottie, la ragazza visionaria che diventerà la sacerdotessa del bosco, è un’altra figura attorno alla quale fioriscono affetti femminili enigmatici, e la stessa Misty, in tutta la sua spigolosità, lascia intuire desideri che la serie si guarda bene dall’etichettare in fretta. È un saffismo, insomma, capace di estendersi al di là della coppia di riferimento, insinuandosi nelle relazioni di gruppo e riconoscendo che i legami fra ragazze spaesate, lontane da casa, possono assumere forme mutevoli e ben più sfumate dei codici diurni — un terreno che, in modi diversi, ha saputo battere anche Fingersmith, con il suo melodramma vittoriano cucito sulla penna di Sarah Waters.

Sul piano formale la serie è generosa. La fotografia, curata da Stéphane Fontaine e dai direttori che si sono alternati nelle stagioni successive, lavora con palette desaturate e una luce naturale che restituisce alla foresta l’aspetto di un personaggio vivente, dispettoso, capace di cantare quando le ragazze celebrano e di tacere quando una di loro muore. La colonna sonora pesca a piene mani dagli anni Novanta, con quella classica ossessione tarantiniana per i pezzi che riconosci e che, riascoltati nel contesto sbagliato, ti gelano il sangue: c’è la solita PJ Harvey, c’è Tori Amos, c’è Liz Phair, c’è anche un uso elegante di un brano dei Cranberries durante un’agnizione finale che lascia il segno. Le scenografie giocano sulla ripetizione di alcuni simboli — il cervo, il triangolo, la corona di ossa — fino a costruire una mitologia che la serie distribuisce con parsimonia, lasciando allo spettatore il piacere di mettere insieme i pezzi. Per chi ama il sottogenere dei thriller boschivi al femminile è doveroso citare anche True Detective: Night Country, che gioca su una corda affine, fatta di ghiaccio e mistero invece che di neve e di fame.

Su Yellowjackets si è scritto molto, e a buon diritto, accostandola al filone della wilderness lit novecentesca, da Conrad a Margaret Atwood, e in particolare ai romanzi di sopravvivenza al femminile che da qualche anno stanno tornando di moda nelle librerie. Chi ama la radice letteraria saffica troverà casa nelle pagine di Sarah Waters, mentre chi cerca il versante horror della stessa intuizione, fra ragazze giovani e violenze che non hanno parole pulite, può recuperare la trilogia di Fear Street. Per la chiacchierata in inglese sui titoli più recenti, fate un giro sul mio sito gemello allisonlister.com, dove ho recensito diversi romanzi che dialogano apertamente con la serie. E per chi volesse rivedere Yellowjackets in cofanetto fisico o sceglierla in versione streaming, qui c’è il link Amazon affiliato: Yellowjackets su Amazon.

Tre stagioni dunque, e una quarta in scrittura, già rinnovata da Showtime nel febbraio del 2025: il rischio di un’incollatura tra il piano del passato e quello del presente esiste, certo, ma per ora la serie ha mostrato di sapersi reinventare ad ogni svolta, evitando la tentazione di consegnare risposte facili al pubblico più impaziente. Se cercate una scheda rapida, eccola: thriller, horror psicologico, dramma adolescenziale e queer storytelling si tengono insieme grazie a un cast magnifico e a una sceneggiatura che rispetta lo spettatore. Non aspettatevi spiegazioni soprannaturali servite con il cucchiaino, perché il mistero qui si annida nei rovi, nella memoria, nei silenzi delle protagoniste, e in quel modo tutto femminile di scolpirsi addosso il dolore con una battuta laterale e un sopracciglio alzato. Buona visione, e occhio al simbolo del cervo: se lo vedete dipinto su un albero, fate dietrofront e tornatevene in città, che mai si sa.


Pubblicato da La lella
Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.

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