Pride 2026: torna l’onda dei cortei e Torino compie vent’anni

Le utime dal diario

La lella
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Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.

«Allora scendi o non scendi?», mi ha chiesto Cristiano al telefono, senza nemmeno un buongiorno, mentre tenevo la cornetta incastrata fra l’orecchio e la spalla e con le mani libere finivo di legare il sacco dell’umido, che quassù in montagna il camion della raccolta passa di martedì e a sbagliare giorno ti tieni l’organico in casa fino alla settimana dopo. «Scendo dove, scusa?», ho risposto, perché Cristiano ha il vizio di cominciare i discorsi dal mezzo, e l’inizio tocca a chi ascolta indovinarlo. «A un Pride, Allison, a un Pride, è uscito il calendario, l’Onda Pride riparte adesso, e tu ogni anno mi fai la stessa promessa, che quest’anno vieni giù, e poi ti chiudi lassù fra i boschi e i sentieri e non ti si vede più.»

Aveva ragione, e la cosa mi ha dato un piccolo fastidio, perché Cristiano da Roma riesce sempre ad avere il quadro più chiaro del mio, e io invece vivo a tre ore di macchina dal confine e ad altre sette buone prima di arrivare in città. Il calendario, però, l’avevo guardato anch’io la sera prima, seduta al tavolo della cucina mentre Katy mi leggeva le date ad alta voce dal telefono. La stagione dei cortei comincia adesso e va avanti fino a settembre, ma il grosso si concentra a giugno, e giugno quest’anno è fitto: sabato sei l’onda tocca Padova, Ancona, Civitavecchia, Forlì, La Spezia, Taranto, Monterotondo, le Eolie e Torino; sabato tredici tocca a Bari, Bologna, Cuneo, Genova, Viterbo e Grosseto; Milano sfila il ventisette, e dicono che si aspettino trecentocinquantamila persone, un numero che a pronunciarlo in cucina, fra una tazza e l’altra, sembra quasi inventato.

«E Roma?», ho chiesto a Cristiano, perché Roma per me resta sempre la prima domanda, anche dopo tutti questi anni passati altrove. «Roma sfila il venti», mi ha detto, «si parte da piazza della Repubblica e si arriva alle Terme di Caracalla, lo slogan di quest’anno è La Repubblica è di chi la abita, e poi c’è tutto il contorno, il Pride Croisette che a Caracalla apre già dal ventotto di maggio, tre settimane fra concerti, incontri e dibattiti, una cosa lunga.» «La Repubblica è di chi la abita», ho ripetuto piano, e mi è parso uno slogan onesto, di quelli che non promettono troppo e dicono una cosa sola, ferma. «Trentatreesima edizione, Allison», ha aggiunto lui. «Trentatré anni che la gente scende in strada, e ancora a ripetere le stesse cose.»

«Lo sai cosa mi colpisce, di questo calendario?», gli ho detto mentre rileggevo i nomi. «Le città piccole. C’è Monterotondo, ci sono le Eolie, c’è Civitavecchia, Cuneo, Viterbo, posti dove un corteo arcobaleno una volta non te lo immaginavi nemmeno, e adesso ci sono, e magari sfilano in trecento invece che in trecentomila, ma sfilano lo stesso.» «Eh, e quelli contano da matti», ha detto Cristiano. «A Milano ti perdi nella folla, in un paese piccolo invece ti vedono tutti, il vicino, il salumiere, la maestra delle elementari. Ci vuole un altro fegato a sfilare dove ti conoscono per nome.»

La verità è che il corteo che mi ha fermata davvero, scorrendo il calendario, è quello di Torino, perché Torino quest’anno compie vent’anni. Il primo Pride torinese si è tenuto il diciassette giugno del 2006, e adesso, due decenni dopo, la città ci ha cucito sopra un claim che mi pare cesellato con cura, Venti di lotte, un gioco di parole che tiene insieme i venti anni di strada e i venti che gonfiano una vela. L’immagine ufficiale, firmata dall’illustratrice brasiliana Olga Zannoni, è proprio questa, una nave spinta dal vento con sopra un equipaggio sgangherato e diversissimo, ognuno con la sua faccia e la sua storia. Il ritrovo è al Parco del Valentino alle due e mezza del pomeriggio di sabato sei giugno, la partenza alle tre e mezza, e da lì il corteo attraversa il centro fino a piazza Vittorio Veneto. «Vent’anni, capirai», ha detto Cristiano, «e intanto a Torino si sono già presi l’EuroPride per il 2027, quelli non si fermano un attimo.»

Gli ho detto che mi sembrava un buon momento per festeggiare vent’anni di qualcosa, e Cristiano è rimasto zitto un secondo, quel suo silenzio che precede le frasi serie. «Festeggiare fino a un certo punto», ha detto. «Tu il rapporto di ILGA-Europe l’hai letto. A metà maggio ci hanno messi trentaseiesimi su quarantanove, l’Italia, dietro a mezza Europa, con uno zero pieno alla voce crimini d’odio. Vent’anni di cortei, e siamo ancora qui a contare quanti episodi di odio finiscono in un report.» Aveva di nuovo ragione, e lo sapevo bene, perché di quel rapporto, e dei centoventisette episodi raccolti da Arcigay per la giornata contro l’omolesbobitransfobia, avevo già scritto su queste pagine. «Però guarda», ho risposto, «proprio perché il rapporto dice quello, il sei e il venti di giugno contano il doppio: gente che ribadisce di esistere, in un paese che continua a far finta di non vederla, e lo fa camminando per strada con la faccia scoperta.»

«E poi qualcosa si muove, eh», ha aggiunto, più piano, con il tono di chi non vuole sembrare ottimista e un po’ lo è. «Schlein ha messo nero su bianco l’intenzione di portare in aula una legge sul matrimonio egualitario. Vediamo. Di annunci ne ho visti cadere tanti, ma una proposta che ha un nome e una firma è già qualcosa in più di un annuncio.» «Vediamo», ho detto anch’io, che è la parola che ci scambiamo quando nessuno dei due se la sente di sperare ad alta voce. Abbiamo chiuso lì, lui che tornava al lavoro, io con il sacco dell’umido finalmente legato e un’idea che mi girava per la testa.

Quando ho riattaccato, Katy era sul divano con il computer sulle ginocchia e mezzo orecchio sulla telefonata. «Cristiano ti rivuole a Roma», ha detto, senza alzare lo sguardo. «Cristiano mi rivuole a un Pride qualsiasi, purché io scenda dal monte.» «E tu?» Mi sono seduta accanto a lei, ho spostato il gatto che aveva deciso che quello fosse il suo posto da sempre, e ho ragionato ad alta voce, che è una cosa che faccio quando una domanda è più grande della risposta che ho pronta. Da quassù, da questo paese di montagna dove i vicini salutano con un «bonjour» e il mercato del lunedì ha tre banchi in croce, un Pride italiano è prima di tutto una faccenda di logistica: tre ore fino al confine, poi sette fino a Roma, oppure il treno per Torino, che da queste parti mi resta più comodo. «Torino il sei», ho detto. «Torino fa vent’anni, e vent’anni si festeggiano una volta sola.»

Katy ha chiuso il computer, e questo, da lei, è un segnale: vuol dire che la conversazione ha smesso di essere un sottofondo. «Allora andiamo a Torino», ha detto, e quell'”andiamo” mi ha fatto piacere più di quanto mi aspettassi. «Però il sei è sabato, e io il venerdì sera lavoro fino a tardi.» «Si parte sabato all’alba, allora. Il ritrovo è alle due e mezza, c’è tutto il tempo del mondo.» «E si mangia?», ha chiesto, perché Katy quando viaggiamo pensa sempre al mangiare, e sa benissimo che io, con la celiachia, non mi posso fidare del primo bar che capita. «Ci si organizza. Mi porto il pane mio, come ogni volta, e a Torino due o tre posti sicuri li conosco già.» «E in treno?» «In treno leggo, ne ho già messi da parte un paio, storie di donne che amano donne, di quelle di cui scrivo dall’altra parte, sul blog dei libri

Non abbiamo deciso niente di definitivo, perché in casa nostra le cose si decidono due o tre volte prima di diventare vere, ma intanto ho preso il calendario, l’ho stampato e l’ho attaccato allo sportello del frigorifero con la calamita a forma di pecora che Katy ha riportato da chissà quale viaggio. Sabato sei giugno, Torino, Parco del Valentino, ore quattordici e trenta. Il foglio è venuto su un po’ storto, la calamita non tiene benissimo, e mentre cercavo di raddrizzarlo è scivolata a terra la lista della spesa di ieri, con sopra scritto “pane sg” e “mele acerbe”, e ho raccolto pure quella e l’ho rimessa sotto la pecora.

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