The Wilds comincia con un aereo che cade nel Pacifico e otto ragazze americane che si trascinano sulla spiaggia di un’isola sbagliata, e per i primi cinque minuti la serie si traveste da survival adolescenziale di buona fattura, di quelli che danno l’impressione di sapere già dove andranno, e invece la traiettoria si apre quasi subito su un secondo livello, perché qualcuno le sta guardando, qualcuno ha pianificato il naufragio, qualcuno ha bisogno che l’isola sembri inaccessibile mentre dietro le rocce ci sono telecamere e ricetrasmittenti, e da quel momento la serie smette di essere una storia di sopravvivenza e diventa il ritratto di otto adolescenti messe sotto vetro come insetti per dimostrare una tesi.
La macchina narrativa che Sarah Streicher costruisce per Amazon Prime Video debutta l’11 dicembre 2020 con dieci episodi e si chiude il 6 maggio 2022 con altri otto, in tutto diciotto puntate fra i quarantadue e i sessantun minuti, riprese in Nuova Zelanda e Australia, prodotte da Amazon Studios insieme ad ABC Signature, Dylan Clark Productions e FanFare Productions, con la colonna sonora cesellata da Cliff Martinez, lo stesso compositore di Drive e di Solaris, e basta questo per capire che dietro la patina teen c’è un investimento di gusto adulto. La struttura alterna tre piani temporali con regolarità monastica: l’isola in tempo presente, le vite delle ragazze prima del volo che doveva portarle a un ritiro femminista alle Hawaii, e gli interrogatori dopo il salvataggio, quando ognuna di loro viene fatta sedere davanti a un dottore e a un agente dell’FBI per raccontare ciò che è successo.
Le otto sono Leah Rilke, scrittrice in erba uscita male da una storia con un romanziere adulto, interpretata da Sarah Pidgeon, che diventa la coscienza paranoica del gruppo perché è l’unica a sospettare troppo presto; Fatin Jadmani, violoncellista talentuosa di famiglia musulmana californiana che si è ribellata col sesso e col rossetto, interpretata da Sophia Ali; Dot Campbell, texana che ha appena perso il padre e sa fare cose pratiche con la fascia da torniquet, portata in scena da Shannon Berry; Rachel Reid, tuffatrice ossessionata dalla prestazione, e Nora Reid sua sorella gemella più cerebrale e segretamente coinvolta in qualcosa di più grosso di lei, recitate da Reign Edwards e Helena Howard; Martha Blackburn, Ojibwe del Minnesota, dolce, vegetariana, sopravvissuta a un trauma che la serie ricostruisce con pazienza, interpretata da Jenna Clause; Toni Shalifoe, migliore amica di Martha, lesbica dichiarata, rabbiosa, sospesa fra una casa famiglia e l’altra, vissuta da Erana James; e Shelby Goodkind, reginetta di concorsi di bellezza in Texas, figlia di un pastore battista, che arriva sull’isola con la cuffia da mare e i denti finti perché ha perso quelli veri da bambina, e che porta dentro un segreto che la sua famiglia ha voluto soffocare a forza di preghiere e diete: Mia Healey la rende con una precisione fredda che diventerà il centro emotivo dell’isola.
La cosa che distingue The Wilds da altre cugine sopravvivenziste, da Lost a Yellowjackets, è il modo in cui la storia fra Shelby e Toni si apre dentro l’isola con tempi quasi botanici. All’inizio le due si scontrano per ragioni superficiali: Toni vede in Shelby il simbolo di tutto quello che l’ha rifiutata, le chiese che condannano, i sorrisi finti, i salmi recitati a memoria; Shelby vede in Toni una minaccia diretta a quel poco di se stessa che ha imparato a tollerare. Poi l’isola fa il suo lavoro, le costringe a stare vicine perché il granchio va aperto in due e l’acqua va trasportata in due, e lo sceneggiato concede loro lo spazio per capirsi. La serie evita la classica scena del bacio rivelatorio: il primo bacio fra Shelby e Toni arriva dopo conversazioni notturne lunghe, lacrime non romantiche, una zuffa fisica nel fango, ed è un bacio che rompe Shelby più di quanto la riveli. Mia Healey, attrice australiana al suo primo ruolo importante, lavora la repressione religiosa con una freddezza chirurgica, mentre Erana James, neozelandese di origini Maori, regge una rabbia che diventa tenerezza senza mai sembrare un addolcimento di copione. Il loro ship, soprannominato Shoni dal fandom, è ormai citato fra gli archi saffici più vivi degli ultimi anni di TV americana, perché Streicher e gli sceneggiatori scrivono Toni come una ragazza queer da sempre, e Shelby come una ragazza che sta scoprendo cosa significhi quella parola applicata a se stessa in un’isola dove le sue regole sociali non valgono più.
La seconda stagione apre il ventaglio. L’esperimento ideato da Gretchen Klein, ricercatrice interpretata con asciuttezza inquietante da Rachel Griffiths, ha un secondo gruppo di soggetti sull’altro lato del Pacifico: otto ragazzi naufraghi, una controprova maschile per misurare se le ragazze davvero costruiscono comunità più sane di quelle costruite dai ragazzi quando l’autorità adulta sparisce. Gli otto sono interpretati da Aidan Laprete nei panni di Henry, fratellastro di Seth, Charles Alexander come Seth, narratore inaffidabile, Miles Gutierrez-Riley come Ivan, attivista nero queer, Reed Shannon come Kirin, atleta, Tanner Ray Rook come Scotty, Nicholas Coombe come Bo, Zack Calderon come Rafael e Alex Fitzalan come Josh, il ragazzo dolce. La scelta di sdoppiare la storia ha diviso gli spettatori, perché alcuni fan delle ragazze hanno percepito i nuovi episodi come un raffreddamento del tono saffico della prima stagione; in compenso il personaggio di Ivan ha portato una linea queer maschile che Streicher gestisce senza furbizie, e Seth diventa il villain più riuscito della serie nel momento in cui le sue scelte sull’isola maschile cominciano a ferire chi gli sta intorno.
La fine arriva nel luglio 2022, quando Amazon decide di cancellare The Wilds dopo due stagioni, lasciando aperti diversi nodi: il destino di Leah, fuggita dalla struttura di salvataggio nell’ultimo episodio, l’identità di chi finanzia veramente Gretchen Klein, e soprattutto il futuro di Shelby e Toni una volta tornate sulla terraferma. La creator ha raccontato a Collider che il piano originale era una storia in quattro stagioni, e l’amputazione si sente: le ultime scene del finale sono costruite per durare nei ricordi più che per chiudere un cerchio. È una scelta produttiva che fa rabbia, ma non toglie nulla al primo blocco di episodi, dove la serie ha già detto le cose importanti che doveva dire.
La regia varia da episodio a episodio, con Susanna Fogel a impostare il pilot e poi una rotazione di registe e registi che riescono a tenere coerente il taglio fotografico fra spiagge bianchissime, infermerie sterili e ricordi domestici dai colori saturi. La fotografia di Ed Wild dà alle scene d’isola una luce orizzontale che ricorda certi documentari naturalistici, mentre i flashback hanno colori più freddi, quasi clinici. La playlist usata sull’isola, che alterna Bikini Kill, Pixies, Cranberries, Carly Rae Jepsen e Lizzo, fa parte del gusto della showrunner e crea un ponte fra le ragazze del 2020 e una storia rock al femminile che le precede, una specie di filiazione musicale dichiarata.
The Wilds parla a chi ha guardato Yellowjackets e ne ha apprezzato il versante adolescenziale più del versante horror; a chi ha amato Wentworth Prison per la coabitazione forzata di donne molto diverse; a chi cerca un teen drama in cui la storia saffica sia centrale e non posticcia, scritta con tempi reali invece che a strappi. È meno cupa di Yellowjackets, meno corale di Wentworth Prison, più asciutta del primo Pretty Little Liars, e si guarda bene di seguito, in due stagioni che durano insieme una manciata di pomeriggi. Il legame fra Shelby e Toni in particolare regge il rewatching, perché ogni gesto fra loro è scritto con una pazienza che la TV teen di solito non si concede.
Si chiude su un’isola ancora abitata da fantasmi, su una ragazza biondissima che impara a baciare un’altra ragazza fra le palme e su una creatrice, Sarah Streicher, donna apertamente queer che alla TV americana ha portato una storia d’amore lesbica scritta dall’interno e non guardata dall’esterno. Per il diario è il tipo di scheda che meritava di stare insieme alle altre da un pezzo, accanto a Yellowjackets, Killing Eve, A League of Their Own e Wentworth Prison, nello scaffale delle serie con donne che si trovano in luoghi senza uscita e finiscono per scoprirsi reciprocamente. Per chi ha Amazon Prime, le diciotto puntate sono lì, intere e cancellate troppo presto, e l’isola aspetta.
Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.
Articoli correlati: