Al Toronto International Film Festival, il 14 settembre 2026, ha debuttato A Talent for Murder, il film diretto da Anton Corbijn che porta sullo schermo la scrittrice Patricia Highsmith con il volto di Helen Mirren; la pellicola, prevista nelle sale statunitensi dal 23 ottobre 2026 e distribuita in Italia da Lucky Red, adatta Switzerland, la pièce teatrale scritta nel 2014 da Joanna Murray-Smith, che firma anche la sceneggiatura del film. La produzione coinvolge diverse società internazionali, fra cui LD Entertainment, Brouhaha Entertainment e la stessa Lucky Red, e la durata dichiarata della pellicola è di centosei minuti.
La vicenda si regge quasi per intero su un confronto a due. Un giovane emissario di una casa editrice, Edward Ridgeway, interpretato da Alden Ehrenreich, raggiunge la Highsmith nel suo rifugio svizzero con l’incarico di convincerla a scrivere un ultimo capitolo delle avventure di Tom Ripley, e la conversazione fra i due, chiusa fra le pareti di una casa isolata, scivola poco alla volta verso un terreno sinistro, dove la scrittrice sembra divertirsi a studiare l’ospite come farebbe con una delle sue creature di carta. Nel cast figurano anche Olivia Cooke nel ruolo di Clementine Balfour e Juliet Stevenson in quello di Peggy, in una struttura da camera che richiama apertamente l’origine teatrale del materiale di partenza.
Vale la pena chiarirlo subito, per non alimentare aspettative sbagliate: il film non racconta una storia d’amore fra donne e non ricostruisce la vita sentimentale della scrittrice. Il centro della vicenda resta il meccanismo del giallo e il gioco di specchi fra l’autrice e il suo personaggio più celebre, l’elegante e spietato Ripley. Per chi segue la cultura lesbica, dunque, l’interesse si sposta tutto sulla figura reale che Helen Mirren ha scelto di portare sullo schermo, una delle penne più influenti e insieme più sfuggenti del romanzo del Novecento.
Patricia Highsmith, nata a Fort Worth, in Texas, il 19 gennaio 1921 e morta a Locarno, in Svizzera, il 4 febbraio 1995, ha costruito la propria fama sui territori dell’inquietudine e del crimine, con libri in cui la colpa non arriva mai dove il lettore la aspetta. Le sue relazioni affettive furono prevalentemente con donne, un dato biografico che illumina la parte forse meno frequentata della sua produzione dal grande pubblico, e che spiega perché il suo nome ricorra con tanta insistenza nelle storie della letteratura lesbica del secolo scorso.
Nel 1952 la Highsmith diede alle stampe The Price of Salt, un romanzo che firmò con lo pseudonimo di Claire Morgan per tenere separata quella pagina dal resto della sua carriera. Il libro segnò una svolta nella narrativa lesbica americana: nei romanzi dell’epoca i personaggi omosessuali erano quasi sempre condannati a espiare il proprio desiderio con il suicidio, la pazzia o una solitudine senza rimedio, mentre qui, per la prima volta, alle due protagoniste veniva concessa la possibilità di un finale di speranza. L’edizione economica vendette quasi un milione di copie, un numero enorme per un titolo che circolava in larga parte attraverso il passaparola e la lettura clandestina. Soltanto nel 1990, dopo trentotto anni, l’autrice accettò di rivendicare apertamente quel libro: la casa editrice Bloomsbury lo ripubblicò con il suo vero nome e con un nuovo titolo, Carol, destinato a diventare quello con cui oggi lo conosciamo.
Il grande pubblico ha incontrato quella storia soprattutto grazie al cinema. Nel 2015 Carol è diventato un film diretto da Todd Haynes, sceneggiato da Phyllis Nagy, con Cate Blanchett nel ruolo di Carol Aird e Rooney Mara in quello della giovane Therese Belivet. La pellicola ha riportato al centro del discorso culturale la vicenda nata dalla penna della Highsmith e ha trasformato un romanzo a lungo rimasto ai margini in un riferimento condiviso, al punto che è difficile oggi parlare di immaginario lesbico sullo schermo senza passare da quelle due figure in viaggio nell’inverno americano degli anni Cinquanta.
Accanto a quel titolo, la bibliografia della scrittrice resta dominata dai suoi gialli più noti, da Sconosciuti in treno, pubblicato nel 1950 e portato al cinema da Alfred Hitchcock, fino alla serie dedicata a Tom Ripley, aperta nel 1955 con Il talento di Mr. Ripley e proseguita in quattro romanzi successivi. È proprio quel personaggio, l’impostore capace di uccidere senza quasi mai pagare, a fornire il pretesto narrativo di A Talent for Murder, che immagina un editore deciso a strappare all’anziana autrice un ritorno del suo criminale più amato e la mette di fronte a un interlocutore sempre meno innocuo.
L’accoglienza alla prima di Toronto è stata tiepida. Testate come Screen Daily e The Film Stage hanno giudicato il risultato finale inferiore alle attese e distante dalla statura letteraria della scrittrice, pur riconoscendo la presenza scenica di Helen Mirren nel ruolo della protagonista. Resta da capire come reagirà il pubblico italiano quando Lucky Red porterà la pellicola nelle sale, in una stagione in cui il ritratto di autrici e artiste del passato è tornato a interessare parecchio il cinema.
Il ritratto di una scrittrice realmente esistita, del resto, non è un terreno nuovo per il cinema a tema. Di recente abbiamo seguito le riprese di The Housekeeper, il dramma ispirato alla figura di Daphne du Maurier, mentre sul versante dei romanzi contemporanei abbiamo raccontato Meet Me in the Garden di Nina LaCour. Il legame fra il desiderio tra donne e la tensione del genere torna del resto in più titoli recenti: nel thriller saffico Love Lies Bleeding con Kristen Stewart, nel pulp spiazzante di Honey Don’t! con Aubrey Plaza e Margaret Qualley, e nella cronaca nera rivisitata di Monster: The Lizzie Borden Story. Sul fronte più strettamente cinematografico dell’autunno, intanto, resta atteso anche lo slasher Teenage Sex and Death at Camp Miasma di Jane Schoenbrun.
Al di là dei meriti e dei limiti del film di Corbijn, la sua uscita offre un’occasione per tornare su una figura che ha segnato in profondità la narrativa del Novecento e che, con un solo libro firmato sotto falso nome, ha cambiato il modo di raccontare le donne che amano le donne. Patricia Highsmith non amava le etichette e proteggeva ferocemente la propria vita privata, eppure la sua opera continua a parlare a chi cerca, fra le pagine di un giallo o la polvere di un vecchio romanzo d’amore, il riflesso della propria esperienza. E se il ritratto che Helen Mirren ne restituisce servirà soltanto a spingere qualche nuovo lettore verso Carol, sarà comunque un merito che vale la pena riconoscergli.