Dopo il passaggio al Sundance Film Festival di gennaio, arriva nelle sale statunitensi il 9 ottobre 2026, distribuito da Blue Fox Entertainment, Big Girls Don’t Cry, il film neozelandese d’esordio di Paloma Schneideman che la critica anglofona ha accolto come un racconto di formazione queer di rara misura. È un piccolo film indipendente, parlato in inglese e ambientato in una cittadina rurale della Nuova Zelanda, che poggia quasi per intero sulle spalle della giovane protagonista e che ha ottenuto una candidatura al World Cinema Dramatic Award nella sezione competitiva del festival americano.
La vicenda si svolge durante le vacanze estive del 2006, nell’epoca in cui la messaggistica istantanea era il principale canale di comunicazione fra ragazzi. Sid, interpretata da Ani Palmer anch’essa al suo primo lungometraggio, ha quattordici anni e trascorre l’estate in una località vicino a Ōmaha che d’estate si riempie di villeggianti. Desidera essere vista come grande dalla famiglia, dai coetanei e soprattutto dalle ragazze più grandi, e per farsi accettare arriva a inventarsi un passato sentimentale ed erotico che non le appartiene. Nel corso della stagione resta attratta da Lana, una ragazza popolare interpretata da Beatrix Rain Wolfe, e da Freya, l’amica universitaria americana della sorella maggiore Adele interpretata da Rain Spencer; nel tentativo di avvicinarsi al gruppo delle più grandi finisce per allontanare le persone che le vogliono bene.
Il cuore del film, secondo le recensioni uscite dopo l’anteprima, sta nel modo in cui Schneideman tiene lo sguardo addosso a questa ragazzina senza giudicarla e senza semplificare i suoi sbagli. La regista ha costruito un coming-of-age che Variety ha descritto come gentile e rigoroso, mentre su RogerEbert.com la critica Marya E. Gates ha sottolineato quanto il film sappia restituire la fatica di crescere queer, in quegli anni e in quel contesto, senza una rete di sostegno. La scheda enciclopedica del film riassume i suoi temi nell’adolescenza queer, nella vergogna femminile e nella sessualità nascente, e segnala che la regista ha scelto per il finale una strada volutamente ambigua, lontana da ogni ricomposizione rassicurante.
Accanto ad Ani Palmer il cast riunisce Noah Taylor nel ruolo di Leo, il padre di Sid, insieme a Tara Canton nei panni della sorella Adele, a Ngataitangirua Hita in quelli dell’amica Tia e a un gruppo di giovani interpreti neozelandesi. Paloma Schneideman firma la regia e la sceneggiatura, la produzione è di Vicky Pope e Thomas Coppell per le società POP Film, Tomorrow e Rain, e le riprese si sono svolte fra Auckland e Ōmaha nella primavera australe del 2025. Il film dura novantanove minuti.
Ciò che rende Big Girls Don’t Cry interessante per la cultura lesbica è la centralità del desiderio di Sid verso altre ragazze dentro un racconto di crescita che non lo tratta come un episodio marginale. L’attrazione per Lana e per Freya è il filo che muove le scelte della protagonista, e la vergogna che l’accompagna, il bisogno di fingersi più esperta e più adulta per essere ammessa in un gruppo, appartiene all’esperienza di molte ragazze che hanno scoperto il proprio orientamento in anni e luoghi poco accoglienti. La critica che ha seguito il festival ha letto proprio in questa onestà il pregio del film, insieme alla prova di Ani Palmer, indicata da più parti come una rivelazione.
Il percorso di Big Girls Don’t Cry è quello tipico del cinema indipendente a tematica queer. La prima mondiale è arrivata il 24 gennaio 2026 nella competizione World Dramatic del Sundance, la vetrina che negli ultimi anni ha fatto conoscere diversi titoli saffici al pubblico internazionale; la distribuzione nei territori di origine è affidata a Madman Entertainment, mentre per gli Stati Uniti è Blue Fox Entertainment a portarlo nelle sale a partire dal 9 ottobre. Una strada fatta di festival e di uscite mirate anziché di grandi lanci, che accompagna da sempre questo tipo di produzioni.
Buona parte della riuscita del film, hanno notato le recensioni dal festival, nasce dalla ricostruzione di quell’epoca precisa, il 2006 di una provincia neozelandese dove ci si parlava soprattutto attraverso la messaggistica istantanea e dove un profilo online poteva diventare il modo più comodo per fingersi qualcun altro. È proprio accedendo all’account del fratello della sua amica Tia che Sid comincia a scrivere a Lana, in un gioco di identità prestate che dice molto del bisogno di approvazione tipico di quell’età e che oggi, a distanza di vent’anni, ha il sapore di un piccolo ritratto generazionale.
Il film si inserisce in una tradizione di racconti di formazione lesbici che il Diario segue da tempo e che ha nel primo amore adolescenziale uno dei suoi nuclei ricorrenti. Chi ha amato storie come First Girl I Loved o l’estate lituana di The Summer of Sangailė ritrova qui lo stesso terreno, così come nel legame fra due ragazze di quartiere di Mosquita y Mari, nella scoperta di sé di Circumstance e nel capostipite del genere, il collegio di Ragazze in uniforme. Rispetto a questi titoli, il film di Schneideman porta l’ambientazione neozelandese e l’atmosfera dei primi anni Duemila, con le chat e i profili da costruire per sembrare qualcun altro.
La Nuova Zelanda non è estranea a storie di formazione al femminile capaci di viaggiare oltre i propri confini, e il cinema indipendente anglofono continua a trovare in questo tipo di racconti un terreno fertile. Accanto ai titoli già ricordati, chi cerca commedie e drammi di crescita con protagoniste queer può recuperare nel catalogo del Diario anche l’esordio brillante di Almost Adults, costruito sulle incertezze di due amiche alle soglie dell’età adulta, un territorio vicino a quello che Schneideman attraversa con la sua Sid.
Al momento non risultano annunciate né una distribuzione italiana né una data su piattaforma per il pubblico europeo: il film resta legato alle sale statunitensi e ai circuiti festivalieri che lo hanno accolto. Per chi segue il cinema di formazione a tematica lesbica rimane un titolo da seguire nei prossimi mesi, in attesa di un eventuale passaggio in streaming o di una distribuzione che lo renda accessibile anche da questa parte dell’oceano.