Barbara Forever, il documentario su Barbara Hammer pioniera del cinema lesbico arriva nelle sale dopo Sundance e il Teddy Award

Le utime dal diario

La lella
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Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.

Dal 4 settembre 2026 il documentario Barbara Forever ha iniziato la sua uscita nelle sale statunitensi, partita dal Film Forum di New York e proseguita nelle settimane seguenti in altre città nordamericane, fino alla proiezione del 18 settembre al Roxie di San Francisco, dove la regista Brydie O’Connor ha incontrato il pubblico per il dibattito di fine spettacolo. Il film ricostruisce la vita e il lavoro di Barbara Hammer, l’artista statunitense che negli anni Settanta portò sullo schermo il desiderio fra donne con una franchezza che il cinema, fino a quel momento, aveva sempre aggirato, e raggiunge le sale dopo un percorso nei festival che gli è valso il premio per il montaggio nella sezione U.S. Documentary del Sundance 2026 e il Teddy Award come miglior documentario alla Berlinale dello stesso anno.

La distribuzione americana è affidata a Strand Releasing, che ha acquisito i diritti nel maggio del 2026 dopo il passaggio del film a Park City e a Berlino; in Italia, invece, non risulta ancora annunciata una data di uscita né una piattaforma, e le opere di Hammer restano da noi difficili da reperire, confinate per lo più a rassegne, cineteche e proiezioni di festival. È una lacuna che pesa, perché la sua figura ha attraversato mezzo secolo di cinema e ha lasciato un segno preciso nella storia dello sguardo lesbico, quella che il blog ha ricostruito fin dai tempi di Ragazze in uniforme, considerato il primo film a tema lesbico, e che passa anche per il cinema sperimentale europeo di titoli come Je, tu, il, elle.

Chi era Barbara Hammer

Barbara Hammer era nata a Los Angeles nel 1939 ed era cresciuta a Inglewood, in una famiglia che la immaginava attrice bambina sulle orme di Shirley Temple. Si era laureata in psicologia alla UCLA nel 1961 e aveva poi conseguito un master in letteratura inglese, prima di avvicinarsi al cinema alla San Francisco State University, dove l’incontro con Meshes of the Afternoon di Maya Deren le indicò la strada del film sperimentale in prima persona. Intorno al 1974, mentre insegnava e viveva dentro un matrimonio, fece coming out come lesbica dopo le conversazioni in un gruppo femminista, lasciò il marito e, per sua stessa ammissione, partì in moto con una cinepresa Super-8: da quel gesto nacque Dyketactics, un cortometraggio di pochi minuti che ancora oggi viene indicato fra i primissimi film lesbici della storia del cinema, e che le è valso un posto stabile nel canone delle figure lesbiche che hanno cambiato la cultura.

Da lì in avanti Hammer costruì una filmografia lunga e coerente, dedicata al corpo delle donne, all’invecchiamento, alle relazioni fra donne e alla memoria delle vite spinte ai margini. Nel 1992 firmò il suo primo lungometraggio, Nitrate Kisses, un documentario sperimentale sulla rimozione delle persone LGBT dal Novecento, che ottenne una candidatura al Gran premio della giuria del Sundance 1993 e il Polar Bear Award al festival di Berlino. Seguirono, fra gli altri, Tender Fictions, History Lessons e Resisting Paradise, mentre lei continuava a insegnare, a scrivere e a girare, fino alla morte, avvenuta a New York nel 2019.

Cosa racconta Barbara Forever

Barbara Forever sceglie di raccontare tutto questo dall’interno, lavorando quasi per intero sull’archivio personale della regista: cinquant’anni di pellicole, fotografie, diari audio e registrazioni private, montati in modo da restituire la voce stessa di Hammer come guida del racconto. Accanto a questo materiale, il film intreccia le conversazioni con Florrie Burke, la sua compagna di lunga data, e ricostruisce l’ostinazione con cui l’artista documentò la propria esistenza per non finire cancellata dalla storia, lasciando in eredità alle generazioni queer successive un metodo, prima ancora che un catalogo di immagini.

Alla regia c’è Brydie O’Connor, per la quale Barbara Forever segna l’esordio nel lungometraggio dopo il corto Love, Barbara del 2022, dedicato proprio all’eredità di Hammer e premiato con il Gran premio della giuria per il documentario breve all’Outfest; il suo debutto dietro la macchina da presa si aggiunge alla schiera di autrici che il blog segue da vicino, dal passaggio alla regia di Kristen Stewart in avanti. Il film è prodotto da Elijah Stevens, dalla stessa O’Connor e da Claire Edelman, con Christine Vachon della Killer Films come produttrice esecutiva e con Zackary Drucker e Jenni Olson fra i produttori consulenti: una squadra che colloca il progetto dentro la storia recente del cinema queer indipendente americano, dove il lavoro di custodia della memoria conta quanto la produzione di nuove opere.

Il percorso nei festival e l’accoglienza della critica

Il film ha esordito nella competizione statunitense per il documentario al Sundance 2026, dove ha vinto il Jonathan Oppenheim Editing Award, il premio intitolato al montaggio; la prima internazionale è arrivata poche settimane dopo alla 76ª Berlinale, nella sezione Forum, con il Teddy Award al miglior documentario, il riconoscimento che dal 1987 il festival di Berlino assegna al cinema a tematica queer. Sono premi che, negli ultimi anni, hanno consacrato titoli saffici molto diversi fra loro, dallo slasher Teenage Sex and Death at Camp Miasma, premiato con la Queer Palm a Cannes, fino a questo ritratto d’archivio. L’accoglienza della critica anglosassone è stata larga: su Rotten Tomatoes il film raccoglie il cento per cento di giudizi positivi su trentadue recensioni, con una media di 8,3 su 10, mentre Metacritic gli assegna 91 su 100 sulla base di otto testate, un punteggio che il sito classifica come acclamazione unanime. Su IndieWire, Sam Bodrojan lo ha definito «a sincere ode to the queer iconoclast», un sincero omaggio all’iconoclasta queer.

Per il pubblico italiano Barbara Forever resta, al momento, un titolo da seguire a distanza, in attesa che un distributore o un festival lo porti anche qui: la Berlinale e l’Outfest hanno acceso i riflettori, ma la strada verso le sale e le piattaforme del nostro Paese passa quasi sempre da una rassegna o da un’edizione home video che per ora non c’è. Nel frattempo, chi volesse avvicinarsi al lavoro di Hammer può cercarne i corti nelle programmazioni delle cineteche e nei cataloghi dei festival di cinema queer, dove Dyketactics e Nitrate Kisses continuano a circolare a più di trent’anni dalla loro uscita.

Fonti: Film Forum, Roxie Theater, Deadline, IndieWire, Wikipedia (Barbara Forever), Wikipedia (Barbara Hammer).

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