I Can’t Think Straight è un film del 2008 diretto da Shamim Sarif, una storia d’amore che si muove tra i salotti dell’alta borghesia giordana e le strade di Londra, e che porta al centro due donne cresciute in mondi lontani per geografia e religione. La regista adatta il proprio romanzo omonimo e affida i due ruoli principali a Lisa Ray, nei panni di Tala, e a Sheetal Sheth, che interpreta Leyla: le stesse attrici che l’anno precedente Sarif aveva diretto in The World Unseen, in un sodalizio che il pubblico dei festival queer avrebbe imparato a riconoscere. Il titolo stesso gioca con l’aggettivo inglese straight, che vale insieme «dritto» ed «etero», e annuncia fin dai primi minuti la confusione lieta di chi si accorge di amare in un modo che non aveva messo in conto.
Il registro è quello della commedia romantica venata di dramma, con battute veloci, situazioni familiari da grande festa e un fondo serio che riguarda la libertà di scegliere chi amare. In ottanta minuti Sarif tiene insieme il tono brillante del corteggiamento e il peso delle attese familiari, e proprio in questo equilibrio sta la sua misura.
Trama
Tala appartiene a una famiglia di palestinesi cristiani molto agiati, la madre Reema e il padre Omar, e sta preparando ad Amman un matrimonio sontuoso con Hani, l’ultimo di una lunga serie di fidanzati mai davvero portati all’altare. Il lavoro la trattiene però spesso a Londra, e proprio nella capitale britannica conosce Leyla, una ragazza indiana di religione musulmana che scrive di nascosto e che frequenta Ali, il migliore amico di Tala. Fra le due nasce presto un’intesa fatta di domande dirette e di piccole provocazioni intellettuali, con Tala che rimette in discussione le certezze remissive di Leyla e apre nella ragazza un percorso di consapevolezza rimandato per anni. Dopo un fine settimana passato in campagna, lontano dalle rispettive famiglie, le due donne trascorrono la notte insieme e cominciano a innamorarsi. Il senso del dovere e l’educazione ricevuta spingono però Tala a ritrarsi e a rientrare in Giordania, dove i preparativi delle nozze procedono ormai a pieno ritmo, tra parenti che arrivano da ogni parte e una madre che sorveglia ogni dettaglio dell’organizzazione. A Londra, intanto, Leyla lavora su di sé, impara a scrollarsi di dosso i propri timori e trova la voce per parlare con i genitori della propria identità.
Produzione
Il film è una produzione di Enlightenment Productions, la casa fondata da Sarif insieme alla produttrice Hanan Kattan, che ne firma la produzione. La sceneggiatura reca la firma della stessa Sarif con Kelly Moss ed è tratta dal romanzo che la regista aveva dato alle stampe nel 2008. La fotografia è di Aseem Bajaj, il montaggio di David Martin e le musiche di Raiomond Mirza. La durata resta contenuta, ottanta minuti, la lingua originale è l’inglese e il paese di produzione è il Regno Unito. Negli Stati Uniti la distribuzione passò per Regent Releasing e Here! Films, mentre l’uscita seguì un calendario scaglionato: la prima proiezione si tenne il 26 ottobre 2008 all’Hamburg International Lesbian and Gay Film Festival, la distribuzione britannica arrivò il 3 aprile 2009 e l’edizione in DVD il 4 maggio dello stesso anno. Le due interpreti, Lisa Ray e Sheetal Sheth, avevano già recitato insieme sotto la direzione di Sarif nel dramma storico The World Unseen del 2007, e la loro sintonia ritorna qui in una veste più leggera e contemporanea. Nel circuito dei festival a tematica LGBTQ la pellicola raccolse numerosi premi del pubblico, da Melbourne a Vancouver, da Miami a Tampa, a testimonianza di un affetto degli spettatori che andò oltre le riserve di parte della critica.
Perché è un film a tematica lesbica
Il centro del racconto è l’amore fra Tala e Leyla, due donne che scoprono il proprio desiderio dentro contesti familiari attentissimi alle apparenze e alle appartenenze religiose. La riuscita del film sta nella precisione di quel doppio sguardo: da una parte una famiglia cristiana palestinese abituata al lusso e ai matrimoni concordati, dall’altra una famiglia indiana musulmana altrettanto legata alle proprie convenzioni, così che il coming out di ciascuna protagonista assume un peso e un colore diversi. Sarif ha attinto in parte alla propria vicenda personale, dato che è nata in una famiglia sudafricana di origine indiana ed è sposata con la produttrice Hanan Kattan: conosce da vicino il nodo tra fedeltà alle radici e verità dei sentimenti, ed è questo nodo a dare spessore alla storia, al di là dell’intreccio sentimentale. La critica accolse il film in modo diseguale, con il New York Times che lo giudicò una confezione leggera, un’altra confection
del cinema di Sarif, mentre la rivista lesbica Autostraddle ne apprezzò la specificità culturale, le due protagoniste e un fascino tenace; AfterEllen, dal canto suo, segnalò una scrittura prevedibile, con snodi che chi conosce il genere intuisce con largo anticipo. Rimane il valore di un’opera che mette in scena due donne non bianche innamorate l’una dell’altra, in un panorama che negli anni Duemila offriva ancora poche storie di questo tipo.
Il romanzo e dove vederlo
Prima di diventare un film, I Can’t Think Straight era un romanzo, scritto dalla stessa Shamim Sarif e pubblicato nel 2008. Chi ama la storia può ritrovarne le parole nell’edizione francese, tradotta da Cécile Dumas e pubblicata da KTM éditions con il titolo À l’évidence, un modo per stare ancora un po’ accanto a Tala e Leyla oltre i titoli di coda. Il film si trova in DVD e in streaming a noleggio in lingua originale inglese, spesso in compagnia del suo film gemello The World Unseen, con cui divide regista e interpreti.
A chi piacciono le storie d’amore che intrecciano il desiderio con l’appartenenza culturale e religiosa, il Diario di una lella propone altre schede affini: dal ritratto iraniano di Circumstance alla commedia della diaspora indiana di Chutney Popcorn, dalla dolcezza chicana di Mosquita y Mari al dramma coreano di A Girl at My Door, fino all’amore proibito di Rafiki, ambientato a Nairobi.
Lella fin da piccola, ho sempre seguito questo motto: "sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo". Credo che la sessualità e l’identità siano elementi soggettivi, tanto che qualsiasi regola non sarebbe mai quella perfetta. Nessuno di noi è solo una cosa e non esiste una definizione che possa andare bene sia per me che per te. A dire il vero, esiste un’etichetta in cui mi sento perfettamente a mio agio ed è proprio l’essere me stessa, perché è fatta su misura per me, racchiude tutto ciò che sono ed è pronta ad accogliere ciò che sarò.
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